Recensioni

7.3

Torna Will Oldham con la consueta inesorabile prolificità da Woody
Allen del folk alternativo. E non mi riferisco tanto alle luccicose
nostalgie jazz (c’è persino un clarinetto) nella serafica For Every Field There’s A Mole, quanto al suo cocciuto, sistematico reiterarsi.
Lui col fisico irrimediabilmente fuori ruolo, con la calligrafia sempre
così uguale e sempre così diversa, questioni di aggiustamenti di rotta
più o meno significativi che in qualche modo si portano dietro i
retaggi delle esperienze passate, meditandone ogni volta l’organicità
rispetto al mood. Così che ogni disco trasudi peculiarità rispetto a se
stesso e ineffabile coerenza rispetto ad un repertorio oramai come
minimo autorevole.

Nel caso di questo Lie Down In The Light, sesto album col moniker del principe Billy, è come se lo struggimento rurale di Easy Down The Road s’immischiasse coi fremiti cameristici di The Letting Go, talora screziandosi di tremori elettrici riconducibili al progetto Superwolf. Il risultato è una sorta di neo-folk revival, che in So Everyone e You Want That Picture – previo il canto aggiuntivo della brava Ashley Webber – rimanda all’implume solennità dei primi DylanBaez e al lirismo misterico Jefferson Airplane, toccando l’apice con l’instant classic What’s Missing Is,
dove la malinconia procede placida per poi schiudersi come un fiore,
laddove fiddle e pedal steel sono un’anima che piange, come ben sa la
formula segreta di questo druido da front porch.

Strano che una materia tanto consueta, a primo acchito addirittura
risaputa, riveli tra i solchi tanti preziosi e diversi rimandi. Strano?
Macché, normale che con Oldham sia così. Che cioè Where Is The Puzzle? sciorini impudenza The Who sedata da un Gram Parsons istrione, che la speziata Easy Does It si snodi agra e dinoccolata come una filigrana The Band, che Willow Trees Bend declini pensosa morbidezza folk e astrazione jazz al punto da scomodare il Mark Hollis solista, che Keep Eye On Other’s Gain si sgrani come un raga di marzapane confezionato dai primi più soffici Beta Band, eccetera.

Nel suo incommensurabile piccolo, quest’uomo è un principe. E già lo sapevamo.

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