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A pochi giorni dall’emozionante live dei Plaid, l’Auditorium Parco della Musica di Roma ospita un altro nome di caratura internazionale nel panorama della musica elettronica contemporanea. Ben Frost non ha certamente bisogno di presentazioni: icona della sperimentazione, ha collaborato con artisti del calibro di Tim Hecker, Björk, Christian Fennesz e Johan Johansson, realizzando anche numerose colonne sonore per film e serie televisive, tra le quali, su tutte, spicca quella della serie tedesca Dark. Il musicista australiano di stanza in Islanda torna a far parte del folto cartellone di eventi del Roma Europa Festival dopo ben sette anni dal progetto Music for Solaris, il viaggio sonoro ispirato dal capolavoro del regista russo Andrei Tarkovsky e composto assieme a Brian Eno.
Presentato in anteprima nazionale, il nuovo spettacolo del compositore lo vede collaborare con Greg Kubacki, chitarrista della band mathcore Car Bomb, e Tarik Barri, artista visuale già parte del tour di Anima di Thom Yorke assieme a Nigel Godrich. Prima di tuffarsi nella performance del trio i presenti nella suggestiva Sala Sinopoli vengono cullati dal set della musicista svizzera Noémi Büchi. I trenta minuti della sua esibizione scorrono veloci: la cifra stilistica è un’elettronica onirica, destrutturata e massimalista à la Lorenzo Senni che colpisce per la propria ricercatezza a cavallo tra orchestrazioni elettroacustiche e texture sintetiche. Giusto il tempo necessario per il cambio palco e la sala sprofonda nuovamente nel buio.
A squarciare l’oscurità ci pensa la sei corda baritona modello Explorer di Greg Kubacki che si lascia andare a fraseggi heavy mentre Ben Frost intesse le glaciali trame dark ambient che l’hanno reso celebre. Gli aggressivi muri di suono chitarristici vengono mitigati da momenti in cui sono le atmosfere evocative di Frost a risaltare maggiormente. Il membro dei Car Bomb si lascia andare a rumorosi dive bomb e investe i presenti con molteplici scariche di feedback. Quando i due musicisti rilasciano tutta la loro potenza sonora arrivano a ricordare gli ostinati tipici degli Swans di Micheal Gira, band con la quale, non a caso, il musicista australiano ha collaborato nel recente The Beggar. Tarik Barri, nel frattempo, controlla e manipola le luci e le proiezioni attraverso un plug-in di Ableton, sincronizzandosi all’incedere granitico dei due performer. Le loro ombre si stagliano sul fondale bianco e si confondono con pattern di rumore che si alternano ad astratte ed espressioniste sfumature di colori.
Va detto, però, che è stata una performance irrimediabilmente funestata da problemi tecnici. Sin dalla prima canzone Kubacki lamenta problemi con le casse spia che gli impediscono di sentire correttamente ciò che accade sul palco. Lo farà ripetutamente e platealmente presente ai tecnici lungo tutto il concerto, tra casse monitor prese a calci e utilizzate come piedistallo e un tentativo di avvicinarsi a Frost per compensare in qualche modo la resa sonora.
L’apice dello scontro arriva alla fine con il chitarrista a spostare, avvicinandole tra loro, le casse presenti sul palco per riuscire ad intercettarne meglio il suono. Nel frattempo, però, non sono in pochi ad aver lasciato un live che a conti fatti ha lasciato l’amaro in bocca a molti. Vuoi per i problemi tecnici che hanno distolto l’attenzione dalle trame sonore intessute dal compositore australiano, vuoi perché l’ibridazione con le sonorità metal, dopo la sorpresa iniziale, è divenuta ripetitiva e prevedibile.
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