Recensioni

Il visionario Franco Maria Ricci, noto designer ed editore italiano, da qualche anno a questa parte è riuscito nell’intento di materializzare il proprio sogno: Il labirinto della Masone (il più grande al mondo nel suo genere), ovvero un complesso strutturale con perimetro a stella in stile neoclassico e al suo interno circa 20.000 canne di bambù che vanno a formare il dedalo di vicoli. Il tutto per omaggiare la memoria di Jorge Luis Borges – amico di Ricci – che nelle sue pubblicazioni abbracciò, a più riprese, l’allegoria del labirinto. Quest’ultimo, per sua natura, rappresenta uno dei più arcaici e misteriosi simboli ideati e progettati dall’uomo. Dalle prime incisioni rupestri dell’età dal bronzo, passando per il labirinto mitologico di Cnosso, fino ai moderni labirinti di siepi, ne siamo sempre rimasti affascinati. A tal proposito, anche la psicanalisi di Freud se ne è servita, ma potremmo citare perfino le parole di Umberto Eco riflettendo sul modello rizomatico di Deleuze e Guattari: «Ma la situazione si complica con una terza forma del labirinto, la rete o ragnatela, dove ogni punto può essere connesso a qualsiasi altro punto, ispirando percorsi multipli… …il labirinto di terzo tipo, estensibile all’infinito, non ha né esterno né interno».

Non ho nominato casualmente i due intellettuali francesi, ma solo per ricondurmi a Radio Amor, l’album con il quale Tim Hecker uscì nel 2003 su Mille Plateaux (etichetta che deve il proprio nome all’omonimo libro dei due filosofi). Il suo fondatore, Achim Szepanski, masticava bene Focault e Derrida, ma la scoperta di “Millepiani” sembra essergli stata rivelatrice. In definitiva, è stato un post-strutturalista prestato alla musica, diciamo più un ricercatore di suono decostruito.

Escludendo divagazioni ermeneutiche 2.0 che potrebbero sfociare in riflessioni che non mi competono, approdiamo al focus dell’evento, racchiuso nel claim: LOST (Labyrinth Original Sound Track). Ad aprirci i timpani con un fiume di frequenze dissocianti spetta alla svedese Maria w Horn, che sprigiona il suo personale clash di ricerca etnografica ed elettronica volgendo le spalle all’imponente piramide eretta al centro del labirinto. Poco più di mezz’ora di set che si attorciglia tra masse sonore di organi, glitch, voci processate e synth distorti. Tutto questo mentre una fila si protrae alla cassa in cerca di una birra: diciamo che qualche postazione in più sarebbe stata una scelta lungimirante.

Ma veniamo al momento di Tim Hecker, che presenta Konoyo, album uscito per Kranky nel 2018, con l’ausilio di due membri della Tokyo Gaguso ensemble, rappresentanti della musica classica e tradizionale gagaku (quella che veniva eseguita presso la corte imperiale di Kyoto). Devo ammettere che l’album ascoltato molti mesi prima non mi aveva particolarmente entusiasmato, ma forse una svolta radicale per colui che ha riscritto l’elettronica ambient con un mantello heavy era alquanto necessaria. Non ci sono più i clavicembali e i clarinetti destrutturati di Virgins (2013) e i cori polifonici del ‘500 che galleggiano su maree di droning, come nel successivo Love Streams (2016). Questa volta il canadese – dalla nuova chioma tinta di biondo – si lascia trasportare ancor più dal minimalismo, ma non quello marchiato Steve Reich e Philip Glass per intenderci; volge in realtà lo sguardo verso Oriente, come il nostro Giacinto Scelsi fece al termine degli anni ‘50 del secolo scorso con Quattro pezzi su una nota sola. Un’opera che è più un manifesto di suono immanente per descrivere qualcosa di indefinito e mistico.

Tim Hecker, in un certo qual modo, cavalca lo stesso linguaggio, cercando di rendere tangibile un quid che in realtà non lo è, ma questa volta le bordate sature dei synth sono appiattite e anche le texture lacerate della musica classica scompaiono, in favore di un’inquietudine e una malinconia rarefatta. In fin dei conti Konoyo significa “questo mondo” e i rimandi all’antropocene (l’era geologica moderna modellata dall’intervento umano) sono più che doverosi. L’eleganza della musica gagaku è un tutt’uno con le struggenti linee melodiche di Hecker, e se qualcuno volesse ridurre tale flusso a soundtrack per la nuova ondata Sci-Fi hollywoodiana sarebbe decisamente fuori strada. Non ci sono intellettualismi sonori, come del resto non ci sono mai stati nella musica del “sacerdote” canadese, anzi c’è tanta fisicità, ma portata quasi all’essenziale. Al termine timidi applausi, circondati dal tipico buzz degli avventori dell’ultima ora, ma guardandoci attorno è anche normale vista l’eterogeneità di pubblico.

Trascorrono appena 5 minuti e una folla improvvisa si riversa al centro del cortile, e un istante dopo intravedo Ben Frost chinato sui potenziometri e fader del banco mixer. La nuova creatura si chiama Widening Gyre – 360 ̊ Surround Show, già preannunciata dal festival, che così facendo aveva lasciato molto più di un indizio ai più scaltri in ambito elettronico: insomma, stiamo parlando di “spazializzazione sonora” fatta a dovere. Sul perimetro sono posizionate 6 “torrette” di speaker che si aggiungono all’impianto audio dello stage principale. Il suono si dirama e crea il tipico effetto “ping pong” tridimensionale, balzando da un altoparlante all’altro per un effetto vortice mai domo. Le tracce provengono da The Centre Cannot Hold, uscito nel 2017 e prodotto da Steve Albini – ne avevo già scritto qui durante la performance al Node Fest – ma stavolta il contenuto è stato adattato a un mezzo espressivo che di solito si confà ad ambienti installativi multimediali o istituti accademici di ricerca (che sono comunque rari). L’australiano scolpisce i suoi muri di suono come se fosse un artigiano di marmo digitale, aggredendo le nostre percezioni corporee. Va da sé che rispetto a quello di Tim Hecker, questo è un live dal maggiore appeal: ci troviamo di fronte ad un’implosione sonora che volteggia disorientando a più riprese, mentre il canadese sembrava avesse rivisitato la radiazione cosmica di fondo in chiave esoterica.

Chiudono il festival i Giant Swan, duo inglese dedito al clubbing più aggressivo, quindi niente downtempo o schizofrenici esperimenti Hi-Tech, ma tanto retaggio da raver alienato. Una scelta un po’ forzata considerando il resto della lineup, ma cassa distorta e bass-line oscure a fine serata possono sempre dare i propri frutti.

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