Recensioni

Un live di Ben Frost richiede preparazione, se non addirittura predisposizione. Arrivare impreparati significa perdere la possibilità di entrare nel merito, significa abbandonare la speranza di trovare un appiglio sul quale fondare le proprie considerazioni, o perlomeno le proprie impressioni a caldo. Perché una performance di Ben Frost è essere investiti dai riflussi di una marea nera e vorticosa, che rigetta violentemente su una spiaggia spoglia, dal sapore remoto. Come direbbe lo stesso Frost, “serve predisporsi alla destabilizzazione”.

La serata è esattamente come la si era immaginata, monopolizzata in toto dall’artista australiano, nella coerente cornice del Tpo di Bologna; prima e dopo solo marginalità riempitiva. L’opening è affidato a Nicola Ratti, milanese dedito allo sperimentalismo modulare, che introduce generando per una buona mezz’ora monofonie destrutturate, in un fraseggio uomo-macchina fondato su una geometria che, invece di definire, disperde il significato tra click e modulazioni sincopate. Il pubblico, seppur ancora esiguo, segue attento e partecipe quella che è stata un’interessante prova di ingegneria sonora; per gli amanti del pure analog sicuramente una manna dal cielo, anche se all’ascoltatore medio rimane l’impressione che il mezzo si sia imposto sul fine, che le proprietà delle macchine abbiano marginalizzato e appiattito la trama compositiva del live. Con il finire della performance di Ratti, l’atmosfera si fa più calda, e l’attesa è accompagnata da un disteso interludio a cura di Marco Unzip.

All’entrare di Frost il pubblico si zittisce e viene assorbito dal muro di frequenze che improvvisamente riempiono il locale. Sul palco si sistema anche il batterista, che sarà parte essenziale di una performance totalizzante, pregna del tribalismo africano in cui è stata concepita. Il tutto si apre in un tripudio shoegaze di chitarre e distorsioni schizofreniche, disperdendosi poi in una distesa sintetica che lascia i fruitori immersi in un misticismo penetrante e ascendentale: un preludio sospeso, che con l’ingresso della batteria esplode in turbinii martellanti che si protrarranno in modo estenuante per l’ora successiva. L’impressione è che il ghiaccio, il buio, il fuoco e la desolazione dell’Islanda, sua terra d’adozione, abbiano segnato A U R O R A, intersecandosi con il tribalismo africano del Congo, ove il disco è stato concepito. L’intrinseco sapore di derivazione nordica si fonde intelligentemente con il tribalismo delle percussioni: il risultato è un suono che si avvicina, come sonorità ed impatto, ad artisti di impostazione death metal, primi tra tutti i norvegesi Ulver. La sintonia tra Frost e il suo partner è comunque inconfutabile, e la presenza scenica ha un impatto letale, anche se si ha la netta impressione che il suono di Frost sia coperto dalle ritmiche cardiopatiche.

La performance continua tra imponenti architetture ansiogene e tagli più quieti, senza mai finire nel drone autoreferenziale ma scadendo però in un continuo saliscendi estremizzato e con poche vie di fuga, come se ogni pezzo avesse la stessa struttura. Degna di nota la traccia finale, che tra il drumming marziale e l’elettronica aspirata di Frost paga pegno alle dichiarate influenze del musicista (gli Swans di M. Gira, in album come Cop e Filth). In particolare riesce bene il dialogo fra le batterie sintetiche e quelle acustiche, nonostante lo sviluppo risulti poi il solito crescendo cieco e più che prevedibile.

Un’esibizione d’impatto che rimane impressa quindi, che rapisce, ma non emoziona. Ad ogni modo ciò non scalfisce quel diamante che è la musica di Frost: fredda e frastagliata, ma al tempo stesso contemplativa. Tutti noi, volenti o meno, non possiamo che subire la fascinazione di questa rarità.

(un ringraziamento a Mario De Marchi)

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