Recensioni

Ben Frost a Parma, da non crederci. La città è da mesi zona di guerra. I debiti, la caduta degli dei del Comune, gli indignati, la borghesia addormentata sul nulla, il terremoto, il parco intitolato a Sandra Mondaini e Raimondo Vianello. Cose che la intristiscono, seppur rendendola umanamente viva. Sound Canvas (Minimal Music Season), la nuova creazione di LiveAlive di Alessandro Albertini, è la rassegna musicale che vuole ridare fiato ad una scena culturale vuota e ripiegata su se stessa, passatista e adagiata sugli allori verdiani di cui non si sente il più fragore. Ben Frost è la luce prima. Poi nelle prossime settimane verrà il turno dei vari Tim Hecker (11 febbraio), Fennesz (18 febbraio, appena spostato al Locomotiv Club di Bologna), Olafur Arnalds (1 aprile), e poi Ricardo Villalobos/Max Loderbauer (14 marzo), e tanti altri in via di conferma, per concludersi poi con l’accoppiata Ryuichi Sakamoto/Alva Noto sul finire dell’estate. Arriva Ben Frost e arriva il terremoto (non musicale, quello vero) a rendere inagibile l’incantevole cornice dell’Auditorium del Carmine. Urge trovare un’altra location, s’individua il Campus Industry Music, il locale più solido di tutta Parma. Ore 22, la periferia si riempie di drone e riverberi fin sulle scie della tangenziale.

L’attacco è l’Islanda dei giorni nostri, devastanti e mai abbastanza rivoltosi, tra lunghe trame sigurrosiane cesellate finemente e avamposti industriali visualizzati alla Godspeed You! A Black Emperor, come iniettarsi dei preliminari mai così incisivi. Due corpi avvinti da spleen chitarristici e strati di fluido (inconsapevole?), sì, inconsapevole, tra luci blu e fumi invisibili. Killshot – quasi la harsh hit del nostro – sfida i timpani tra palpiti e ritmi che sommergono ad ondate, ringhia – quasi sullo sfondo – il rintocco di un passato, di un pianoforte: Ben Frost è un animale composto, abbaia e s’allontana, definendo le distanze, rivendicando il passaggio della terra attorno a noi. Il tempo, innanzitutto. Barba da diseredato e versi selvatici. Piedi scalzi e una linea di un basso a dettare pure la morte. E’ una lunga cavalcata inacidita da schianti metallici e morsi improvvisi con Frost a darci le spalle, irrigidito tra giochi di vuoti e compensi, accennando ai tanto ambiti ansimi umani. Gli accordi sono avvolti, quasi rinati tra riflussi e minuti di transito. L’ipnosi e i lampi, a questo si (co)stringe la musica di Ben Frost, un’ora in tutto che è qualcosa di più di un’esperienza unica, un flash amoroso. “Una vela, è una vela la mia mente”, come cantava qualcuno, come rimbomba dentro tutti.

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