Recensioni

7.3

Due anni fa quasi esatti i Baustelle interrompevano un piuttosto lungo silenzio discografico pubblicando Elvis, disco che sembrava gettare il cuore oltre l’ostacolo di una disaffezione patente (persino dichiarata) per il loro fare musica, affidandosi a una sbrigliatezza tutto sommato inedita, ovvero liberando forme rock mai tanto energiche e immediate, capaci in qualche modo di allentare le catene del citazionismo retromaniaco e mettere in cortocircuito l’adrenalina del power pop con un presente colto nella sua infinita e sempre più intossicata decadenza.

Oggi, quella stessa voglia di surfare sulla spuma di un rock effervescente mentre la scia risucchia temi problematici, cupi, allarmanti, dolorosi, trova nuova veste in El Galactico, decimo album di inediti per la band di Montepulciano, che fin dalle prime note chiarisce la piattaforma stilistica di riferimento: il jingle-jangle impetuoso e acidulo dei Sessanta, quello che coi manici fulgenti delle Rickenbacker rimestava utopie nel crogiolo del Laurel Canyon, mantecando l’impasto croccante con la setosità obliqua dei cori alla Beach Boys e The Byrds. Tutto ciò passando (inevitabilmente?) dal vortice di disincanto e reincanto allestito negli Ottanta dal Paisley Underground, coi vibrioni del (post)punk a far digrignare le trame melodiche e rendere tumultuose le dinamiche.

Il punto di caduta di queste premesse è una scaletta che mette in fila pezzi tesi, scintillanti e al tempo stesso abrasivi, quasi febbricitanti nell’inseguire la pronta presa melodica/armonica/timbrica. Canzoni cioè aggrappate accanitamente al qui e ora, sparate come proiettili a violare la memoria a breve termine al tempo dello streaming, sapendo però di mirare a un bersaglio – ahinoi – inafferrabile. Si avverte cioè una vibrazione disperata nel vitalismo a tratti baldanzoso di questi pezzi, quasi fossero rassegnati all’impossibilità della persistenza, e accettassero quindi d’essere deperibili, destinati a un ciclo vitale di poche settimane (a essere ottimisti). Nel frattempo tanto vale però consumarsi con una bella incandescenza e dire ciò che va detto a denti scoperti, pur entro i canoni di uno stile espressivo ben codificato.

Ed ecco quindi la gragnuola di correlativi oggettivi (“Lo stupro/La vita/Sapore di sale/Le zattere/I pesci/I morti di fame”) che piegano verso una presa di distanza sarcastica (“Ragazzi che fanno il video al proprio cazzo e alla realtà/Credendoli più grandi del normale”) che a sua volta apre il varco ad un rinculo emotivo/sentimentale nel vuoto pneumatico relazionale (“Eppure io ti amo, sai?”): incartato il tutto tra arpeggi fulgidi e passo prorompente, l’iniziale Pesaro ci fa atterrare subito in mezzo alla festa mesta contemporanea, luogo ben connotato (non è la prima volta che una città è protagonista di una canzone dei Baustelle) eppure emblematico, sottoposto a un’astrazione che lo rende scenario perfetto dell’effervescente rovina universale. 

Ci siamo dentro e ci restiamo con la successiva Spogliami, l’estro melodico così lubrificato che sembra quasi evocare certi ordigni radiofonici targati Viola Valentino (roba quindi da profondi Eighties) ma coi versi che ti carezzano come sentenze striscianti (“Quindi spogliami/Dei trucchi, del cinismo, dei cosmetici/Il quadro è deprimente”), una falsariga su cui si snoda similmente L’arte di lasciar andare, costruita sull’attrito tra i guizzi ipnotici delle corde e il malanimo esistenziale (“Forse il vero amore è questo volontario naufragare nella realtà”), mentre l’ingegnosità di certe soluzioni retoriche (ad esempio la paronomasia tra “scrollare” e “crollare”) segna la differenza tra mestiere e genio. 

Giusto puntualizzare come questo approccio accattivante non comporti la semplificazione di strutture e arrangiamenti, che anzi prevedono arguzie e preziosismi spesso nel segno della giocoleria citazionista, basti prendere quel che accade in Filosofia di Moana, con le vampe da brass band a rimagliare l’estro zompettante fino ad aprire repentini squarci vaudeville (in bilico tra Country Joe e Kinks), il tutto del resto congruo all’atmosfera di sberleffo malinconico di un testo che immagina le considerazioni in prima persona della celebre pornostar nei suoi ultimi giorni (“Porno è la bellezza /Se lo sfascio va veloce”). 

Sempre nel segno di questa “intensità volatile” potremmo enumerare Giulia come stai (ruspante ibrido tra Creedence Clearwater Revival e Pulp, con tracce di Mr. Tambourine Man nel pre-chorus), la serrata Lanzarote (canta Bastreghi in un up tempo carburato da organo e archi per una sorta di Raffaella Carrà sotto steroidi) e quella Canzone verde, amore tossico che inveisce con ruvidezza disarmante contro lo sfacelo ambientale trasmesso in souplesse da una generazione all’altra (la questione ecologica è un tema che affiora più volte nei testi). Curioso invece come L’imitazione dell’amore metta nel mirino la rappresentazione cosmetica dei sentimenti nelle canzoni (“C’è come una diffusa terapia contro il dolore/Un proliferare osceno di emozioni e cuore/E c’è necessità di molta droga/Balle e ballad stratosferiche”) scimmiottando nel chorus proprio quel tipo di canzoni – un latinista di passaggio direbbe “stultitiam simulare loco prudentia summa est” – con effetto magari spiazzante (molto) però in definitiva efficace. 

Messe a referto due tracce strumentali – Per sempre e la conclusiva Non è una fine, in quest’ultima ospiti Enrico Gabrielli, Julie Ant e Milo Scaglioni  – che tornano a calpestare territori cinematici Morricone con curvature Umiliani sotto una cupola di iridescenze folk-psych, restano fuori da quanto detto finora due episodi che giocano in un campionato diverso, gli unici che sembrano ambire scopertamente alla dimensione del memorabile: il primo è la ballata Una Storia, le strofe a passo circospetto in un languore livido Sixties (il tema è un non troppo specificato sopruso psicologico e sessuale anche a mezzo social) e il ritornello che lascia esplodere sanremesità dal cuore intossicato, più un breve special da allucinazione psichedelica; l’altro è La nebbia, parentesi voce (di Bianconi) e orchestra (arrangia Federico Nardelli, che co-produce l’album assieme al frontman) che regola la temperatura su un registro più grave e si avventura ad esplorare territori più opachi, ovvero un beato intorpidimento della ragione che può trovare origine in una droga, in una profonda apatia oppure – chissà – nel volenteroso abbandono alle delizie del virtuale (“Sei calata come nebbia/Cancellando la realtà/Che è troppo triste e mi fa male”). Comunque: due ottime canzoni, degne di far parte del miglior canzoniere baustelliano.

Quello che funziona in questo disco è insomma ciò che probabilmente spingerà molti tra i fan storici a considerarlo interlocutorio: il modo cioè in cui riformula il grado di collusione col presente, ovvero quella sua disponibilità a tuffarsi nel flusso delle sensazioni a pronta presa e a scadenza rapida, come se l’unico modo per trasmettere qualcosa – una visione slogata, un’intuizione aliena, un granello di riflessione irriguardosa… – fosse adeguarsi ai linguaggi correnti, così da attraversare il gate algoritmico e, beh, entrare in circolo. È un po’ come se con Forever si fosse oltrepassata una biforcazione: le istanze (cant)autorali sembrano vieppiù dirottate sul percorso da solista di Bianconi, mentre alla band tocca portare avanti una progettualità più popular, ovvero la missione ardua (non mi spingerei a sostenerla impossibile) di aggredire il grande pubblico senza tradire troppo (e magari facendo perno su) ciò che è sempre stata.

Che ci riescano o meno non è poi così importante. In questo “fiume di storie senza storia”, nessuno più è chiamato a fare la Storia. Il massimo a cui può ambire una canzone, nei pochi attimi di visibilità che può guadagnarsi, è scheggiare il dente giusto dell’ingranaggio giusto: il meccanismo continuerà comunque a girare, al più tradirà un sussulto, un attimo di breve sconcertante esitazione, prima di rimettersi a macinare tutto. Ma sarà comunque qualcosa.     

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