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7.5

Che ci fosse una storia curiosa e particolare dietro l’ascesa dei Baustelle lo sapevamo. Che fosse po’ la rivincita per tutti gli outsider di provincia, anche. A fare da sfondo non c’è una New York o una Londra, e nemmeno un surrogato tricolore come una Milano o una Firenze (o meglio Milano ci sarà ma solo da un certo punto in poi); si parla di una cittadina, Montepulciano; per la precisione di sue frazioni chiamate Abbadia e Acquaviva, e del vicino comune di Torrita di Siena. Un angolino della provincia senese che proprio per il suo essere fuori da qualsiasi scena in ha visto nascere un’avventura musicale che spiazzava un po’ tutti e forse anche gli stessi protagonisti. A partire da un’amicizia da adolescenti musicalmente quasi improponibile tra un esteta filosixties e un metallaro. Più facile riconoscere Francesco nel primo, mentre è più dura immaginarsi Claudio nei panni di un metalhead – o la loro formazione pre-Baustelle che suonava un ibrido di vintage rock e DC core stile Fugazi (!). Poi, complice l’arrivo di Fabrizio Massara, che con Bianconi trova una mezza via di intesa tra electropop e cantautorato in cui si aggiungono nuove influenze, la lounge, Gainsbourg, gli Stereolab e il britop, ecco quel cantiere musicale da cui nascono appunto i Baustelle, con una ragazza più giovane e timidissima, Rachele, reclutata quasi per motivi di “estetica” generale («suppongo sia accaduto perché alcuni dei gruppi che amavamo di più, Sonic Youth e Pixies in primis, avevano in organico donne fantastiche, e perché in quel periodo la componente femminile era di moda»…) e che invece diventerà il terzo cardine del gruppo, rimasto tale fino a oggi.

Quell’attitudine pop da modern chansonniers che avrebbe plasmato il mitico Sussidiario illustrato della giovinezza non avrà convinto da subito le major o certi discografici – ci fu qualcuno che all’epoca preferì i Super B… – ma di certo aveva già rapito i pochi che erano riusciti a entrare in connessione con quei suoni, ancora acerbi, e l’immaginario stuzzicante che mettevano in musica. E tra i primi a drizzare le antenne sul fenomeno Baustelle – non ancora fenomeno, solo una delle tante band volenterose che popolavano la provincia più o meno cronica nell’Italia dei mid-nineties – c’era l’autore di questa biografia, Federico Guglielmi, la cui storica puntualità e partecipazione nel seguire tra le tante cose l’evoluzione del rock (in) italiano è cosa ben nota e gli ha permesso di scoprire la band toscana fin dal primo demo del ’96. Guglielmi ha scelto di raccontare questa storia da una prospettiva a più voci, che sposa il modello della oral history narrata attraverso i virgolettati dei protagonisti con una metafora prettamente baustelliana, quella del cinema: uno scrittore che si fa “regista e voce fuori campo” (si presenta così nei titoli di testa, impaginati come una locandina), i capitoli che diventano “scene”, i protagonisti – un vero e proprio cast – che si fanno a loro volta narratori.

Una buona formula, costruita “su misura”, ma non in maniera troppo ossequiosa, per questo libro/documentario che a parte il titolo – quasi obbligato considerata la risonanza ancora fresca che ha avuto l’ultimo disco, di cui parlavamo qualche mese fa, nella parabola ormai ventennale dei Baustelle – non segue troppi standard, cerca una forma alternativa alla biografia canonica e la trova nel modo in cui l’autore “dirige” riservandosi gli interventi di raccordo e lasciando campo aperto ai ricordi dei protagonisti. A questi si aggiunge il remissaggio di pezzi d’epoca (interviste di autori vari), che Guglielmi aveva eletto come principio fondante del suo libro recente sugli Afterhours , ma in questo caso è solo un complemento – insieme alle schede critiche su ogni disco e a un’appendice finale – che serve ad armonizzare, oltre che a mettere dei punti fermi alla fine di ogni capitolo/scena di una storia allo stesso tempo esemplare (sempre per il discorso degli outsider di provincia) e umanissima.

E un “libro di passioni e di emozioni” – è scritto in quarta di copertina – che sa anche temperarle con obiettività; non si tace per esempio di quanto i Baustelle fossero molto più indietro come live band, almeno fino al tour inoltrato di Amen, rispetto invece a un progetto compositivo che aveva quasi del miracoloso (il Sussidiario era già “un mondo in 47 minuti”, definizione azzeccatissima), o di come il percorso di crescita sia stato spesso anche il frutto di un superamento dei propri limiti. Carlo Rossi, produttore che è stato una sorta di elemento aggiunto per i Baustelle maturi quanto Amerigo Verardi per gli esordienti, disse una volta, papale papale come racconta Bianconi stesso: “Francesco, hai una voce bellissima, ma non sai cantare! Studia!”. È una delle migliori tra le tante curiosità che fioccano tra le pagine; da gustare soprattutto la genesi di Fantasma – album impervio e un po’ troppo bistrattato (ingiustamente) da chi scrive nella rece di cui sopra – con il viaggio in furgone dei romantici a Breslavia, Polonia, per registrare con l’orchestra di sessanta elementi per cui il disco era pensato fin dall’inizio (e si sente tutto; ma se vi concentrate dovreste riuscire a sentire anche le rondini che volavano intorno alla Fortezza medicea di Montepulciano…), nonché i dettagli tecnici delle session di L’amore e la violenza, segno di quella tendenza a concettualizzare ogni singolo tono, colore, disegno, accessorio della propria veste sonora e a calarlo nel proprio ideale estetico, che i Baustelle perseguono con immaginifica (e ostinata) precisione. È il libro che gli amanti del gruppo toscano aspettavano da tanto tempo e leggeranno con soddisfazione.

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