Recensioni

La cuspide tra ancestrale e futuribile è un terreno particolarmente fertile, in cui si sono sviluppate ricerche significative prima di Amanda Mur e del suo debutto per la catalana La Castanya, Neu Om. Restando in Spagna, il riferimento più immediato è Marina Herlop; in Italia il nome più vicino per sensibilità e tensione formale è Daniela Pes; poi c’è naturalmente Lucrecia Dalt, colombiana, la più autorevole del gruppo nel ripensare radici folcloriche attraverso un linguaggio vocale e concettuale radicalmente contemporaneo.
Amanda Mur — pianista, vocalist, songwriter con un solido bagaglio classico/accademico, originaria delle foreste della Cantabria — costruisce il proprio universo quasi interamente da sé, senza però chiudersi in autarchia. La affiancano Adrián Foulkes e il musicista grime Joke, soprattutto nelle fasi di mix e mastering, oltre al contributo mirato di strumentisti a viola da gamba e violoncello. Un accentramento che non è ripiegamento, ma affermazione di un’identità forte, già sorprendentemente matura nell’attraversare stanze avant-folk, minimalismi liturgici e deviazioni dark ambient. A tratti emergono echi delle sperimentazioni di Nicolas Jaar (Piedras), anche per quei lampi di club music ridotta all’osso, percepibili quasi come ombre sonore.
La ragnatela sovrapposta al volto della musicista nella cover diventa metafora intuitiva: un dedalo di possibilità espressive avvolto in una coesione formale già notevole. Una musica in bianco e nero, dal taglio noir, capace di evocare un tempo sospeso, dalle geometrie liquide e insieme rigorose. Meno di trenta minuti di durata bastano a Mur per articolare una mappa di percorsi rizomatici che riconducono tutti alla stessa matrice: un’idea di suono boschivo, carico di radici e ombre, che si esplora addentrandovisi lentamente.
La gestazione di Neu Om risale alla pandemia, e non è un dettaglio aneddotico: ne resta traccia in Pandemic, un’electrocumbia ipnotica sorretta da pulsazioni quasi tribali. Potente anche Vapah, una sorta di preghiera laica che, tra un pianoforte laconico e percussioni acusmatiche, affronta il tema di una gravidanza indesiderata destrutturando fado ed elettronica materica: un crocevia che idealmente potrebbe collocarsi fra Rosalía e Arca, pur restando del tutto personale. Teatrali, scurissime, quasi thrilling le geometrie medievali di Canto A Los Migrantes e Mutante, animate da un tocco di club music che mette in movimento una partitura altrimenti sospesa in un immobilismo rituale.
Altrove: canti gregoriani rielaborati, tradizioni tantriche, le filosofie mistiche di Hildegard von Bingen e molto altro ancora. Qualità ulteriori di uno dei debutti più potenti — e più compiuti — dell’anno.
Amazon
