Recensioni

7.1

Sono passati sette anni dal primo disco di Marina Herlop, Nanook. Ne è passato invece soltanto uno dal precedente, Pripyat, che l’aveva traghettata nella famiglia PAN dandole un ampio risalto internazionale, con un lungo tour che l’ha portata a calcare molti dei palchi più importanti d’Europa e non solo (Primavera, Dekmantel, Le Guess Who?, Pitchfork…). Riascoltando quell’esordio non può che mostrarsi evidente un percorso artistico sbocciato e cresciuto da una proposta chamber pop e quasi classica di soli piano e voce alle sperimentazioni art pop di Pripyat prima e, ora, di questo Nekkuja

Laureata al conservatorio di Badalona in pianoforte, Herlop ha dunque dapprima veicolato la sua vena creativa in ciò che le era più vicino e familiare dando forma a un proprio stile di scrittura ben definito – in un anfratto tra Meredith Monk e musica sacra con un tocco alieno; negli anni si è messa in discussione approcciandosi (da autodidatta, ce lo raccontava) alle manipolazioni digitali e all’uso delle macchine, elemento che l’ha definitivamente portata in un terreno tanto fertile quanto difficile da coltivare come quello dove hanno piantato i semi Björk – dapprima – o Lucrecia Dalt e Eartheater – di recente.

Alla base di questo disco, dice Herlop, c’era l’intenzione di arrivare al nocciolo delle cose e dei brani senza perdersi in divagazioni oscure e inaccessibili (viene in mente certa elettronica pubblicata, ironicamente, proprio dalla PAN), ma anzi provando a dar spazio alle melodie e a una metaforica luce e che filtra tra gli alberi nell’umidità della foresta rappresentata anche nella cover. Lo ha scritto non a caso durante un periodo di introspezione nella sua casa di Barcellona, passato a curare le piante del suo giardino. 

Protagonista sempre più a fuoco è la voce di Herlop: saltella in catalano, inframezzata da risate e sibili nell’apertura Busa, così come accarezza le orecchie in un remake di Plantasia nella successiva Cosset – che poi si srotola in un origami di arpeggi drum‘n’bass liberamente interpretata. La Alhambra ha invece un’aria più rigorosa e marziale, tra i cui pilastri ritmici si snodano corridoi e stanze nei quali ci ritroviamo a rincorrere loop vocali e un basso gommoso. C’è anche spazio per un po’ di virtuosismo al pianoforte, mai fine a sé stesso, quando in Reina Mora l’anima accademica e quella indomita della nostra si annodano. È Karada, comunque, che sembra rappresentare il centro più completo del discorso affrontato in Nekkuja: una ninnananna obliqua appena appoggiata sopra a un arpeggio sintetico, mentre sullo sfondo scorrono field recording, fischi di uccelli e ritagli di paesaggi esotici: il matrimonio con la ricerca folkloristica di Roberto Musci, soltanto di recente riportato alla luce grazie alla splendida Music From Memory (a proposito: è da pochissimo venuto a mancare uno dei fondatori, Jamie Tiller, una grande perdita) è praticamente immediato – forse quasi sfacciato. 

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