Recensioni

7.3

Sempre più ramificato e imprevedibile il percorso artistico di Nicolas Jaar. Dal dancefloor alle residenze artistiche, fino alle collaborazioni con istituti culturali in giro per il mondo, l’artista di origini cilene ama spiazzare il suo pubblico, conquistato a suon di hit nei primi anni ’10 e poi condotto in un viaggio labirintico e ucronico, dove solari beat convivono con l’ambient più scarnificata, in uno scenario sincretico che si situa in un immaginario sud del mondo sempre meno colorato e tendente alla desolazione, non più gioioso melting pot ma diaspora, sradicamento.

Saggi di questo progressivo svuotamento sonico, di ricerca di astrazione sono stati i due lavori del 2020, Telas Cenizas, in cui Jaar ha abbandonato in maniera mai così determinata le dolcezze house e mediterranee in favore di paesaggi enigmatici, tendenti al vuoto pneumatico. Nella recensione a Cenizas, Lorenzo Montefinese scriveva: «Cenizas è lento. È immersivo. È buio. È un grido sommesso. È un rituale purificatorio. È un album solenne e ieratico, una cattedrale fatta di antimateria per un viaggio sola andata nei recessi della propria memoria».

Stesso discorso può valere per questo doppio album, Piedras 1 & 2, uscito senza preavviso ad ottobre, dopo un silenzio discografico durato quattro anni (se si eccettua Intiha, disco del 2023 in collaborazione con il compositore di origini pakistane Ali Sethi, di nuovo la diaspora, la non appartenenza). La genesi del disco va rintracciata in una composizione, Piedras 012, commissionata dal Museo della Memoria di Santiago del Cile e ultimata nel 2020. Da quella prima pietra, in uno sforzo di world building mai così esplicito (sempre, in precedenza, evocato, suggerito), nascono gli Archivos de Radio Piedra: un totale di cinque ore di musica (qui ridotte a un’ora e mezza), una composizione concepita come trasmissione radiofonica in memoria di un artista immaginario dall’anagrafica Bolañesca, Salinas Hasbún (dai cognomi delle due nonne di Jaar), scomparso nel 2022. Nell’ucronia di Jaar, questa trasmissione viene mandata on air da una stazione radio cilena, dopo che un misterioso gruppo anarchico, Las Ocho, ha fatto saltare il sistema informatico mondiale. Il lavoro di Hasbún tratta di un villaggio cileno violentato nelle sue viscere dall’attività mineraria, una violenza territoriale che diventa, per sineddoche, la tematica principale del doppio album.

Non mancano i riferimenti al passato dittatoriale della sua terra ancestrale, il Cile, e alla violenza verso gli indigeni, in un parallelo, reso esplicito in Rio de las tumbas, con l’attuale drammatica situazione in Palestina. Il disco risente di memorie storiche traumatiche, segnate dallo sradicamento forzato, dalla violenza territoriale di stampo coloniale: non stupisce quindi che la voce di Jaar sia forse la grande protagonista del disco. Una voce però estremamente effettata, liminale, che declama testi allusivi, quasi epici nel loro situarsi al di là del tempo, correlativo oggettivo di popoli, tribù, minoranze vere e immaginarie, sottratte al loro spazio ancestrale. In questa direzione di recupero, di territorialità, può essere visto l’uso di forme riconducibili al reggaeton, espressione ormai popolarizzata (e per questo, forse, colonizzata) di un Sudamerica da esportazione, ma qui proposta secondo il “trattamento-Jaar”, ossia rallentata, inacidita, punteggiata da glitch e sirene, musica per una danza macabra in penombra.

Se Piedras 1 si connota per questa tensione ritmica ma, soprattutto, sonica, dove il reggaeton e, in generale, la musica da club viene resa disturbante da elementi (vocali e non) dissonanti, acidi, ansiogeni, il secondo disco, Piedras 2 prosegue sulla linea dei due predecessori sopra citati, in un lavoro di sottrazione e di ambience acquatica reso ancora più esplicito dal contesto fittizio in cui esso trova luogo. Ci troviamo quindi davanti a composizioni minimaliste, estremamente statiche, che rasentano il rumore bianco, in un gioco di rimandi con il segnale della radio in FM (Rio radio correspondencia anfibia). Una staticità però non blissful: non un ambient trance alla KMRU, per intenderci, ma il terrore immobile di una nave fantasma bloccata nei ghiacci. Di nuovo, spesso la pasta sonora viene portata a bollore da voci trasmutate, dalla consistenza di stalattiti gocciolanti (Even Heaven Is Uneven). Un ascolto non facile, sospeso nella sua pressoché totale assenza di beat, fino a Sinn Conexion, quartultima traccia, che ci riporta in territori quasi intellegibili nel suo incedere minaccioso quasi tango , e al trittico finale SS1SS2 SS3, climax che si addentra in profondità drum’n’bass.

Un lavoro tecnicamente ineccepibile, pieno di soluzioni sorprendenti, ma forse non immediato, che paga forse, specialmente nella seconda metà, il fatto di essere composto da estratti di un progetto più ampio, inizialmente distribuito su Telegram poi esposto al MUAC di Santiago del Cile. Colpisce senz’altro la multifocalità del progetto, sospeso fra la ricerca di una musica minima, di stasi profonda, e la rielaborazione di forme indigene e popolari in chiave distopica e grottesca. Un lavoro di grande respiro, politico e compositivo, che non risente troppo del passaggio da un medium all’altro. Forse in questa immediatezza (seppure non estesa a tutto il lavoro, ma specialmente alla prima parte) sta il suo valore maggiore.

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