Uno degli argomenti di cui si è parlato a media spianati per qualche giorno, prima che – come spesso capita in quest’epoca di infodemia galoppante – svanisse come le proverbiali lacrime nella pioggia, è la funzione “Listening Age” introdotta da Spotify Wrapped. Riassumendo brevemente, è una nuova feature che mostra l’età ipotetica attribuita all’utente come risultato statistico correlato all’anno di pubblicazione delle canzoni ascoltate. Detto che la logica dell’algoritmo resta vieppiù nebulosa (segreto industriale o fascino discreto della blackbox?), pare comunque che il sistema estragga il quinquennio musicale più affine al totale degli ascolti, lo collocherebbe quindi nel “periodo formativo” – il cosiddetto “bump nostalgico” che avrebbe luogo tra i 16 e i 21 anni – stabilendo così l’età, per così dire, elettiva dell’utente. “Listening Age” calcola quindi più l’età del profilo utente che non quella dell’individuo dietro l’ascoltatore, ma è chiaro che la logica sottintesa presuppone una sostanziale identità di profilo e individuo.
Con questo upgrade Wrapped si conferma a tutti gli effetti una pratica di biometria comportamentale, seppure depotenziata dalla cornice sbarazzina in cui è incastonata. Insomma, Spotify sembra giocare al gatto col topo con i suoi utenti. È un po’ come se mostrasse con quanta facilità è in grado di profilarli, mascherando questa capacità dietro lo schermo opaco di un’applicazione intrigante e tutto sommato innocua.
Ora, prima che a qualcuno venga in mente di usare “listening age” come possibile soluzione al problema calato sul tavolo dal Social Media Minimum Age australiano (vale a dire: adesso che abbiamo vietato l’uso dei social ai minori di 16 anni, come si può stabilire l’età autentica del titolare dell’account?), mi sembra che temi del genere meritino qualche riflessione aggiuntiva. Temi che fanno emergere lo sfasamento tra il nostro io reale e l’identità “datuale”, estratta dalle attività online che ormai permeano ogni aspetto del vivere. Sulla soglia tra online e offline corre una frattura non ricomponibile dalle metriche attuali: una linea di confine tra umano e digitale che è, simultaneamente, interfaccia e ferita. Il cyberpunk, in fondo, aveva previsto ogni cosa.
Il discorso potrebbe portarci lontano, qui però è giusto limitarsi alla musica. Restringendo quindi il perimetro alla nota piattaforma di streaming citata sopra, trovo significativo che il tradizionale appuntamento di fine anno con Wrapped abbia introdotto la feature “Listening Age” nel momento stesso in cui la storicizzazione di canzoni e album ha sempre meno peso e senso nell’ecosistema della piattaforma stessa. Già, perché lo scibile musicale visto dal catalogo di una app di streaming tende a escludere la collocazione dei singoli elementi (album e canzoni, appunto) sulla linea del tempo. La profondità storica non è contemplata. Non c’è cornice. Il catalogo viene presentato secondo un ordinamento dovuto ad affinità stilistiche e statistiche che hanno ben poche attinenze con gli sviluppi cronologici, col “racconto” insomma in cui i dischi hanno preso vita.
C’è poi un altro fenomeno da tenere nella dovuta considerazione, quello che mi azzarderei a chiamare “venerdizzazione”, vale a dire la sistematica concentrazione delle uscite discografiche al venerdì, una prassi attorno a cui si è rapidamente adeguata e organizzata la dinamica delle playlist (vere e proprie “tecnologie contenitore”, la cui perversa fenomenologia è ben descritta in Poptimism di Massimiliano Raffa, al quale senz’altro vi rimando). La messa a sistema di questa “pulsazione” settimanale fa sì che le uscite discografiche tentino – con più o meno mezzi, il che significa con meno o più disperazione – di azzannare la giugulare del venerdì, ovvero di piazzare il singolo efficace nella playlist giusta ed emergere così dal cespuglio delle novità.
Le ricadute sono intuibili: in primo luogo, un approccio alla composizione e alla produzione sempre più ingegneristico che insegue l’immediatezza a scapito dell’orizzonte tematico e poetico. L’uscita discografica tende in ragione di ciò a somigliare sempre più al contenuto sensazionalistico di una timeline social, in grado cioè di sollecitare l’attenzione del pubblico per un periodo intenso e breve, ovvero meccanicamente determinato (come il peso degli affettati confezionati nelle buste): il venerdì successivo arriveranno altre uscite, altro carburante per il motore della piattaforma. E così via, in loop. Dal punto di vista della visibilità (social), a ogni rifornimento settimanale il “carburante” del venerdì precedente è ormai diventato gas di scarico.
In questo scenario, il senso di una nuova uscita rispetto al presente è come minimo fragile, effimero, tendente all’inconsistenza. Ciò è evidente soprattutto nel pop dalle mire più radiofoniche, che sul fronte tematico e formale ricorre spesso a una parata di topoi sonori e correlativi oggettivi, all’interno della ormai consueta centrifuga revivalistica. Ne sortisce un effetto paradossale: se le novità discografiche sembrano scivolare sul qui e ora senza né affondare il colpo né farsene carico, rispetto alla narrazione del presente non c’è molta differenza tra la musica di oggi e quella di dieci, venti, cinquanta anni fa. In altri termini: ogni ascolto assume il sapore della contemporaneità dentro un “presente espanso”. È il risultato della frantumazione di passato e presente in un flusso di dati, poi riaggregati su un unico piano di disponibilità e simultaneità.
Potremmo quindi affermare che ogni canzone disponibile a catalogo – sia essa dei Led Zeppelin o dei Geese – è a tutti gli effetti del (nel) presente, pronta ad abitare un qualsiasi punto dello scrolling infinito. In ragione di ciò, una Let Down dei Radiohead può diventare in poco tempo uno dei pezzi con più streaming di sempre del quintetto di Oxford, senza nessun particolare motivo se non quello di essere stata toccata dal Re Mida TikTok. Dal punto di vista dei milioni di (presumo) giovanissimi che l’hanno ascoltata compulsivamente negli ultimi mesi, Let Down è in tutto e per tutto una canzone di oggi. Anche perché lo ieri di Let Down – il contesto storico e il percorso discografico in cui ha preso vita – non è contemplato, non ha rilevanza né ruolo, non esiste.
Alla luce di questo stato delle cose, “listening age” di Wrapped rimane un gioco (dentro a un gioco), certo, ma dalle risonanze decisamente malinconiche, per non dire perturbanti. Perché quella che viene calcolata non è l’età ipotetica dell’utente, né del suo avatar/ascoltatore: ma quella di un fantasma. Il piano di esistenza dell’ascoltatore in streaming infatti non è il qui e ora, presuppone sempre una sospensione/evaporazione del tempo, che trova puntuale coincidenza nella dematerializzazione del supporto discografico (stai a vedere che quanti oggi si ostinano a comprare dischi fisici lo fanno con un obiettivo sottinteso: rinviare la propria spettrificazione).
Tutto quanto detto fin qui torna comodo come premessa al consueto discorso riepilogativo di fine anno, quella cosa divertente e per qualcuno persino utile che prevede la compilazione di una classifica con i dischi che si considerano più belli e/o significativi rispetto agli ultimi dodici mesi. Chi fosse inciampato nei miei interventi degli ultimi anni, saprà che lo trovo un esercizio vagamente incongruo. Principalmente per un motivo, proprio quello poco sopra accennato: dal momento che ogni disco di qualunque epoca appartiene al presente espanso dello streaming, nessun disco appartiene davvero al presente. In conseguenza di ciò, le classifiche di fine anno sono destinate a fallire nella missione stessa che ne giustifica l’esistenza: rappresentare i dodici mesi appena trascorsi. Perché la musica non lo fa più, non appartiene a nessun periodo, non è caratterizzante di un contemporaneo che è già post- nel momento stesso in cui lo percepiamo.
Intendiamoci: sappiamo bene che continuano a uscire molti dischi assai belli, ma è una bellezza che tende a mettere sempre meno radici. Sono lavori che non intendono – neppure sembrano volerlo – spremere uno zeitgeist, farsi antenna per intercettare le frequenze profonde che attraversano il qui e ora. Il loro è uno sguardo dal margine. Il racconto che formulano non riguarda i dodici mesi in cui li si vorrebbe inscatolare, perché galleggiano sulla schiuma di eventi dal ciclo di vita fulmineo, in una dimensione che potrebbe accadere in una qualunque quadratura temporale. Le entità che ci ostiniamo a chiamare “dischi” non sono che increspature provvisorie di una irradiazione seriale di eventi senza contorni né approdi (lo scrolling è, appunto, infinito).
Se non partecipo con entusiasmo e la necessaria leggerezza al gioco delle classifiche di fine anno, è quindi perché faccio fatica a scendere a patti con l’equivoco che si portano dentro, cioè la pretesa implicita di raccontare un periodo con dischi che a quel periodo non appartengono davvero. D’altro canto, non posso che guardare alle classifiche con simpatia e anche un certo trasporto, perché le so pasturate dal desiderio di prolungare l’illusione di vivere al tempo delle discografie (che erano musica organizzata in forma di storie radicate nel tempo – ecco, questo fanno le storie). Comunque, dati i potenti mezzi di Sentireascoltare, estrapolare una classifica dai voti che ho attribuito ai miei ascolti è un affare da pochi secondi. Ecco di seguito le prime dieci posizioni:
1 Anna B Savage – You & i are Earth
2 Jeff Tweedy – Twilight Override
3 Stereolab – Instant Holograms On Metal Film
6 The Waterboys – Life, Death And Dennis Hopper
10 Chris Eckman – The Land We Knew the Best
Credetemi: l’ho scoperta mentre abbozzavo queste righe. In ogni caso, nessuna sorpresa: non vedo correlazioni evidenti tra questa lista e l’anno appena trascorso. Al contrario, è un plotoncino di titoli abbastanza eterogeneo che avrebbe potuto vedere la luce dieci, trenta, venti anni fa, oppure – temo – tra dieci o vent’anni. Sono album che presumono un tempo messo tra parentesi, abbacinato tra percezione e riflessione, più votato al formicolare lento dell’emozione che alla vampa della sensazione. Come se il bisogno di rappresentare togliesse ragion d’essere a un contesto che non concede respiro alla rappresentazione stessa. Se dovessi rintracciare un quid che li accomuni, sarebbe questo: la postura di chi tenta di sottrarsi alle raffiche, cercando riparo tra le pieghe del suono. Un estraniamento che si fa pharmakon: al contempo rimedio e veleno, antidoto e sostanza magica. Sono dischi insomma che falliscono la narrazione del 2025, ma è un fallimento pilotato, un atterraggio sul terreno instabile ma fertile della consapevolezza.
Oppure, forse, tutto questo è solo nostalgia di un futuro che ha cancellato la cronologia e disperso le tracce. Un fantasma mai nato. Verso cui comunque protendersi, in attesa.