Recensioni

In occasione del suo quattordicesimo album, tenuto conto di una discografia sempre più importante e che ha l’aria di trovarsi ancora nel pieno dell’ispirazione, mi pare il caso di dedicare qualche riflessione a Paolo Angeli. In particolare, di rispondere a un interrogativo: cosa ascoltiamo quando ascoltiamo la sua musica? Se la natura inafferrabile del suo sincretismo stilistico spinge il recensore a circoscrivere la questione con trenini terminologici del tipo etno-folk-avant-psych (a cui per ulteriore tuning si potrebbero aggiungere propaggini quali: ambient, post-punk, free jazz, post-rock…), credo che per arrivare più vicini al cuore della faccenda sia giusto enfatizzare come e quanto le fondamenta poetiche siano innestate nell’interazione tra artista e strumento, spinta fino alle soglie di una vera e propria simbiosi.
La chitarra del musicista sardo (che nel caso del qui presente Lema è stata realizzata dalla rinomata liuteria cremonese Micheluttis e rielaborata dalla Oran Guitars di Andrea Orrù) non è una tipica chitarra, subisce cioè una “preparazione”, o se preferite una personalizzazione che la fa traslare dallo stato di strumento a quello di protesi, un’estensione del corpo e della mente di Angeli, il cui agire artistico si ridefinisce in funzione di questa vera e propria versione aumentata di sé. Quello che ascoltiamo/sentiamo all’opera nei lavori di Angeli mette in crisi la tipica contrapposizione tra analogico e sintetico, tra organico e macchinico, come se fosse all’opera un codice che emerge sulla linea di confine – oggi così surriscaldata, ma forse per le ragioni sbagliate – tra naturale e artificiale (tra attuale e virtuale? Tra vita e testimonianza? Tra umano e postumano?). Un confine, si badi bene, che non prevede frizione, nessun antagonismo conflittuale, ma anzi accoglie l’opportunità – forse, meglio, la necessità – dello sconfinamento, di estendere cioè il dominio della percezione, rinegoziando il senso dei compartimenti stagni stilistici, geografici e – persino, ma conseguentemente – temporali.
Difatti il meccanismo retromaniaco, di cui tanto e giustamente si è parlato a proposito della produzione sonora degli ultimi – diciamo – tre decenni (Reynolds dixit), nella musica di Angeli sembra quasi subire un rovesciamento: in essa non abbiamo a che fare con un presente infestato hauntologicamente dal passato, ma con un passato “presentificato” nel quale affiorano, direi ineluttabilmente, spettri contemporanei. E affiorano, questi spettri, proprio perché Angeli fa di sé una specie di antenna: la sua interazione con la chitarra è un dispositivo configurato per intercettare quegli spiriti/testimoni, per sintonizzare le loro frequenze e tradurli in una forma che appartiene al qui e ora. Per attualizzarli, quindi.
L’impostazione da one man band (che ovviamente non ha niente a che fare con certe performance da talent, pure se nel suo caso si tratta di talento vero) si inscrive a pieno titolo in questo processo espressivo, perché anche a livello simbolico pone l’accento sulla centralità dell’individuo come luogo di percezione ed espressione, previo il suo evolversi, dribblare la campana gaussiana della norma e in ragione di ciò poter pensare con forza intatta “Io”. Proprio come il corpo è chiamato a tenersi assieme nel caos di stimoli, sensazioni ed emozioni provocato dall’iperconnessione, ovvero dall’estroflessione del sistema nervoso nella rete globale. Diventa perciò fondamentale attivare uno sguardo che riscriva al tempo stesso l’esserci e le provenienze, per risalire le generazioni, i segni delle innumerevoli e sparse (e batteriche, e minerali) eredità culturali, per poi da lì tentare di ricostruire – malgrado il cielo presente così basso e cupo – un orizzonte verso cui dirigere lo sguardo.
Il sincretismo stilistico di cui sopra è quindi prima poetico ed esistenziale che non estetico, conseguenza di una sorta di respiro circolare mediterraneo capace di cogliere – in quanto pneuma, principio vitale – l’essenza problematica di questo scorcio di Occidente, spazio geografico, culturale e mentale nel quale anche il tempo si ripiega, dando vita a una sovrapposizione di atavico e contemporaneo che nella miscela sonora diventa ora apnea ipnotica e ora riverbero abbacinante (ma vale anche per i testi, che rielaborano la poesia popolare gallurese del ‘700 e dell‘800 nonché le gare poetiche novecentesche in logudorese).
Qui, esattamente qui, c’è la chiave per scardinare l’enigma di un mondo sempre meno decifrabile, ma la cui complessità affonda le radici nel groviglio del tempo profondo. Si tratta di allestire un dialogo fitto e febbrile col passato, che non abbia però la forma di un’indagine storica, una raccolta di documenti finalizzata ad estrarre i contorni di un sapere, ma casomai somigli più a una pratica esperienziale, a un intreccio di vibrazioni anche dissimili (per le diverse provenienze – geografiche, storiche e culturali – suddette) che tuttavia, risucchiate in una stessa orbita, finiscano per convergere in una risonanza luminosa e illuminante, definendo così una costellazione di sensazioni, una sapienza.
Venendo a Lema (termine che in spagnolo significa “motto” oppure “slogan”), rispetto ai lavori precedenti si avverte fin da subito un senso di maggiore gravità, portato evidente di ciò che la cronaca dei nostri giorni lascia cadere sulle pagine della Storia: i primi tre brani in scaletta – Periplo, Sciumara e Maví – si sviluppano come una suite di oltre venti minuti dove arabeschi di flamenco larvale ingaggiano una dialettica progressiva con rarefazioni ambient-kraut, trasporto psych dalle suggestive modanature desertiche e folk-blues innervato di tensioni post-wave (nel convulso sottofinale di Mavì lo sfondo dronico fa venire in mente quello in coda a Karma Police dei Radiohead, ma come stupirsi?).
Gli arpeggi ora serrati e ora sottili, la malia radente delle parti ad archetto e il trasporto quasi sciamanico del cantato (negli anni la voce di Angeli si è fatta assai più nitida ed evocativa) sembrano quasi fare sintesi dell’intera calligrafia del musicista sardo, pure se ben lontane dal fossilizzarsi in un cliché. Il tutto – è il caso di ribadire perché non facile a credersi – come sempre è stato realizzato senza sovraincisioni e senza ricorrere al looper.
Le altre cinque tracce si muovono entro coordinate (ma forse sarebbe meglio dire: suggestioni) più slegate e indipendenti, su tutte la struggente Nakba, in bilico sul filo di trame arcaiche e contemporanee, languori mediorientali e vapori trip-hop. Il testo, cantato come un’implorazione sussurrata, è la traduzione in gallurese di If I Must Die, poesia del palestinese Refaat Alareer, morto a 44 anni nel dicembre del 2023 a causa di un bombardamento israeliano nel nord di Gaza. Conca Entosa soffia invece come una brezza selvatica su un paesaggio seducente e aspro, svariando tra turbolenze folk, nevrosi wave, pittogrammi psych e incandescenze quasi industrial come fosse un daímon mutaforma, mentre la successiva Ramadura impasta esotismi quasi Tinariwen, reiterazioni raga e lirismo gallurese per nutrire un circuito androide mesmerico. Detto della malinconia flamenco di Azafrán, la scaletta va a chiudersi con la breve Sun Ra, omaggio esplicito all’ineffabile jazzista dell’Alabama a base di percussioni liquide e riverberi gassosi, come una processione di spiriti sospesi tra orizzonte, anima e cosmo.
Mettiamo a referto quindi un altro grande disco per Paolo Angeli, un altro capitolo di un racconto che non prevede soluzioni di continuità ma un procedere vasto e sparso, intimo e sconfinato, liquido e siderale. La sua è una delle più belle avventure sonore dei nostri tempi.
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