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7.6

Gli Stereolab sono un’entità talmente unica – e a sé stante – che ritrovarli dopo tanto tempo è come non averli mai lasciati. Al netto di imitatori (invero pochi), epigoni (anch’essi non molti) e spiriti affini (diversi, e spesso amici/collaboratori), da più di trent’anni la formula del collettivo fondato sull’inossidabile sodalizio – artistico, un tempo anche di coppia – tra Tim Gane e Laetitia Sadier resta così definita, e a suo modo inarrivabile, che sai già esattamente cosa aspettarti, anche se sono passati quindici anni dall’ultima uscita discografica (Not Music) e nel mezzo c’è stato un lungo – nonché fisiologico e meritato – riposo, con un ritorno prima dal vivo (condito da una nutrita serie di riedizioni e compilation) e adesso in studio.

Sai cosa aspettarti, dicevamo, ma il bello di un disco firmato “The Groop” (con questo Instant Holograms On Metal Film siamo a undici, senza contare le numerose raccolte), da sempre, è che niente è mai davvero scontato, dacché la formula impercettibilmente muta, cambia, si evolve. Dagli esordi nei primi ’90, segnati dal minimalismo ipnotico del kraut dei Neu! e dal melodismo, essenziale e rumoristico, di marca Velvet Underground, la suddetta formula si è progressivamente espansa inglobando una quantità di elementi (lounge, exotic, tropicalia, jazz, soundtrack, sixties, french touch, Canterbury), con le uniche costanti dell’impianto sonoro avant-psych-pop del chitarrista inglese e dei testi filosofici e il canto alla Nico della chanteuse francese. Sempre uguali, sempre diversi.

Con la produzione di Cooper Crain dei Bitchin Bajas e ospiti come Ben LaMar Gay e Molly Hansen Read (figlia della compianta Mary Hansen, membro chiave scomparso nel 2002), stavolta il quintetto – oltre ai due fondatori: Andy Ramsay, Joe Watson e Xavi Muñoz – elabora suoni, ritmi e melodie a partire da un arsenale impressionante di macchine, sintetizzatori e tastiere vintage, in un flusso cangiante che raggiunge la durata di un album doppio. Eccetto l’introduttiva Mystical Plosives, gli ologrammi instantanei su pellicola di metallo sono composizioni mediamente lunghe, ricche di svolte improvvise eppure fluide, in un approccio dilatato ed enciclopedico che unisce melodia, forma canzone, esplorazione di generi e accurata ricerca di timbri, suoni e ritmi.

I sette minuti di Melodie Is a Wound – già dal titolo, un nuovo manifesto artistico – basterebbero a esemplificare, divisi come sono, salomonicamente, tra una sezione pop e una coda (di fatto, una reprise di Ping Pong… e non ci sembra casuale) da cui si snoda un trip immaginifico tra reiterazioni melodiche e trasformazioni continue. Rincara la dose, ripetendo il medesimo canovaccio, la successiva Immortal Hands, ballad malinconica in minore che dipana un intreccio strumentale tra motivi di synth e fiati che sanno di Brasile, così come Colour Television e le sue trasformazioni melodiche nel finale e la spettacolare musica cosmica di Vermona F Transistor.

Un caleidoscopio in cui, inizialmente, è facile disorientarsi ma una volta trovata la chiave di volta non resta che sedersi comodi e godere del viaggio, come nei migliori capitoli della discografia pregressa (a noi viene in mente Emperor Tomato Ketchup, ma dipende dall’ascoltatore); come d’abitudine, non si cita mai apertamente ma si allude, che si tratti degli incastri à la Can di Transmuted Matter o della giocosità simil Malkmus di Esemplastic Creeping Eruption (con un finale non lontano dagli esperimenti freak di 13 dei Blur), o ancora l’elettronica vintage in odore di Silver Apples della conclusiva If You Remember I Forgot How To Dream Pt.2, fatti salvi alcuni storici marchi di fabbrica come il motorik (lo strumentale Electrified Teenybop! che taglia a mezzo la tracklist) o i caratteristici intrecci vocali in contrappunto (Le Coeur Et La Force).

Ritroviamo, insomma, tutto quello che si può desiderare da un album degli Stereolab – e dagli Stereolab stessi: quel futurismo d’annata che funzionava così bene nel XX secolo e sembra ancora perfetto per questo martoriato XXI, anche e in virtù del suo sotteso (ma neanche troppo) messaggio politico, affidato ai versi tradizionalmente ermetici della Sadier ma anche, certo, alle musiche. Se allora si trattava di guardarsi indietro per giocare a costruire futuri possibili e realtà alternative, oggi questo rifugiarsi in estetiche perdute e di culto assume nuove e forse più significative valenze proprio alla luce del futuro e della realtà che ci siamo ritrovati, la ricerca di un’autenticità e di una dimensione essenzialmente umana, in un’era in cui entrambe sono drammaticamente a rischio. Valga, su tutto, l’incipit di If You Remember I Forgot How To Dream Pt.1: “J’appartiens à la terre/ je dis non à la guerre” (“appartengo alla terra, dico no alla guerra”). Bentornati.

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