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7.8

Dare alla luce un album così è, tra le altre cose, un atto di suprema indifferenza nei confronti delle “linee guida” tratteggiate dall’ineffabile (eufemismo) Daniel Ek, che tra un investimento discutibile e l’altro si preoccupa di suggerire ai musicisti le più proficue (per lui) modalità e tempistiche di pubblicazione. Ovvero: piccole raccolte, meglio ancora se pezzi singoli, a intervalli di pochi mesi, anzi possibilmente di poche settimane, così da alimentare l’algoritmo con una pulsazione regolare di carburante canzonettistico. Il concetto di album? Sì, ma nella misura in cui fa “evento”. Ok Daniel, come risponderti se non: prendiamo atto. 

Quanto a Jeff Tweedy, ha recepito talmente bene il messaggio da architettare questo Twilight Override, quinto lavoro in qualità di solista. Un disco che, per quantità e qualità del contenuto, avrebbe potuto consentirgli di dare soddisfazione a Ek per qualche anno, o comunque di portare almeno a sette il computo dei titoli a suo nome. Ma ha preferito altro: ha scelto di pubblicare un album triplo. Centoundici minuti, trenta canzoni. Uno di quei casi in cui la dimensione conta, non fosse per come tenda a sovrapporre la durata dell’ascolto con il tempo della (nostra) vita, dei nostri gesti, del nostro sentire. 

Non so voi, ma per quanto mi riguarda ascoltarlo tutto, dalla prima all’ultima nota, ha significato dovermi organizzare per incastrarlo tra i vari impegni, gli obblighi, le urgenze, le varie ed eventuali. Ad ogni ascolto è stato così. Come potrebbe essere altrimenti? Eppure, proprio l’impegno necessario a ricavargli spazio, tempo e attenzione nel patchwork colloso dei giorni (spesso pure delle notti), ha reso sempre più evidente come questo album somigli un po’ meno a una raccolta di canzoni e un po’ più a un flusso di accadimenti emotivi, di prese di coscienza, di percezioni sotto la soglia delle sensazioni. Insomma, a quella parte di vita che tendiamo a rimuovere perché non utile, non redditizia, ma che in realtà non puoi accantonare. 

(Un messaggio per Mr. Ek: la musica, tra le altre cose, è vita). 

(Ma non divaghiamo).

Di Tweedy sappiamo il percorso, l’emergere in uno scenario che mediava con naturalezza ma non senza attrito tra gli ultimi fuochi del punk, i ragli acidi del Paisley, l’indie già sbilanciato sul lo-fi e le radici più ispide del country-rock e del folk. Tutto ciò mentre l’industria musicale si apprestava a salire sulla locomotiva sferragliante del grunge, di cui l’alt-country – e gli Uncle Tupelo in primis – costituirono una sorta di controcanto riluttante. Coi Wilco poi non si è limitato a diventare sempre più centrale come autore, ma si è impegnato a espandere, destrutturare e talvolta a boicottare la calligrafia, imbarcando i compagni di viaggio più adatti allo scopo, con l’obiettivo di sottoporre quella sua sensibilità intimamente tradizionale e perfino accartocciata (in senso tanto folk che rock) a uno stress tale da strapazzarla e renderla porosa alle vibrazioni del presente. Un processo che però oscillava – sia intimamente che palesemente – verso il ricomporsi delle forme tradizionali, di un canone country folk (variamente elettrificato) capace di covare comunque la nota irrequieta, il malanimo non ricomponibile, il treno misterioso diretto verso il buio dell’anima. 

In questo senso, forse, Cruel Country ha sancito la fine di un percorso (e lo ha fatto benissimo). Di cui il qui presente Twilight Override è appunto il passo successivo, un “superamento del crepuscolo” (mi assumo la responsabilità di questa traduzione forzata) che avviene senza la band, consegnandosi a un linguaggio privo di cubismi, slogature, strappi noise e serialità macchiniche, ma che sceglie invece di dipanarsi su un plateau folk-rock dalla delicatezza ineffabile, concedendosi deviazioni discrete in zona glam ma sotto sedativo, bazzicando la comfort zone della west coast ma in chiave invernale, talora andando dritto al punto però sempre disarmando le asperità.

In altre parole, e in un certo senso, Tweedy ci propone quello che (gli) accade dopo la fine del percorso suddetto: uno stato di leggerezza senza serenità, il sollievo di non avere più una missione assieme allo sconforto per non averla compiuta del tutto, perché il tarlo che lo motivava è ancora lì, dietro a ogni momento opaco, nelle esitazioni, nei barbagli di lucidità, nelle zone grigie tra sussulto e apprensione. Come dice Tomáš ne L’insostenibile leggerezza dell’essere: “Io non ho nessuna missione. Nessun uomo ha una missione. Ed è un sollievo enorme scoprire di essere liberi, di non avere una missione”. È appunto insostenibile quella recuperata leggerezza, tanto che puoi solo scontarla una canzone alla volta, fino a rendere sempre meno facile distinguere il fare musica dal vivere. 

A ben vedere quanto scritto fin qui serve ad apparecchiare il tavolo a un giudizio che potrà forse dispiacere, ma tant’è: le canzoni di questo disco sono mediamente buone e a tratti molto buone, e a dire il vero stupisce che su trenta non ci siano dei veri riempitivi, però si muovono su una superficie piana, non trovano – probabilmente perché non cercano – né il balzo né il baratro, nessuna insomma raggiunge il (neppure si avvicina al) livello di abbacinante bellezza di pezzi disseminati nel periodo Being ThereSky Blue Sky. Ne consegue che di questa fluviale scaletta fai fatica a identificare il climax, ti pare persino che non abbia senso cercarlo, ma attenzione: è giusto così. Tutto il (triplo) disco sceglie di consumarsi all’interno di un range emotivo circoscritto, sa di non potersi allontanare troppo dal centro di gravità tremolante su cui è collassato e a cui si tiene aggrappato.  

È proprio grazie a questa aderenza intrinseca che riesce a rimanere coeso. Difatti, fateci caso, per essere un disco così lungo non è per nulla dispersivo: ogni canzone suona come un puntino da unire agli altri, una tessera necessaria, il fotogramma tagliuzzato da un lungometraggio di cui scorgiamo appunto solo qualche frammento, la sua pulsazione interna, il rumore di ciò che accade in background, “mentre sei impegnato in altri progetti”, per dirla con Lennon.                 

Non è qualcosa che puoi realmente udire, è come la ruggine che non dorme mai, è l’erba che cresce nelle crepe di una città desolata, come raccontano non a caso i primi versi della opening track One Tiny Flower (“The grass is growing all the town/From the cracks in the sidewalk/Where all the shops shut down”). Il registro è questo: una presa di coscienza lenta e densa, che penetra sotto la superficie e arriva alle ossa, da cui consegue un ribollire emotivo che non fa mai saltare il coperchio, che si basta a livello di postura, di angolazione esistenziale. Non c’è margine di manovra: consapevolezza significa prendere atto. 

Quando in Mirror recita “Your mind goes blind and you are erased/You will be the person taking your place”, Tweedy non incita alla ribellione contro chissà quale sistema che ci rende gli ultracorpi di noi stessi, ma incarna ed esprime lo sconcerto di chi avverte la propria impotenza di fronte a un processo così pervasivo da non essere neanche percepibile.

Non c’è mai un vero slancio liberatorio, perché significherebbe scassinare la trappola e quella trappola siamo noi stessi. Anche il “The Dead Don’t Die” urlato nella velvettiana Lou Reed Was My Babysitter si infila nella crepa sottile tra spudoratezza e rassegnazione, perché è subordinato a “Rock and roll is dead”, ovvero accetta la zombificazione del rock come identità culturale e angolazione esistenziale ma confinata in una casa di specchi ormai strutturalmente retromaniaca.

Per Tweedy la migliore strategia di fuga coincide con la rappresentazione accurata della cella in cui siamo prigionieri. Il disarmo che pervade una ballata laconica e dolciastra come KC Rain (No Wonder) non prevede soluzione (“Like an old welcome mat/I’m filthy and I′m flat/Now ain′t that the truth”), proprio come nella spoglia seconda persona di Blank Baby – il cui respiro orchestrale e le armonizzazioni vocali esalano al tempo stesso sgomento e solennità – non c’è racconto, non c’è parabola, ma solo un elenco di azioni e sensazioni senza via d’uscita (“Get yourself stung/Hit yourself sane/Blank baby”). Una prigione che ti scava dentro e si tuffa all’indietro, obbligandoti a fare i conti con ciò che sei stato, come canta chiaro la title track (“I’ll need to find a new past”).

Detto che liberarsi è un’ipotesi remota, vanno comunque fatti i conti con quel che resta della libertà: Feel Free sembra distillare disincanto dalle ballate più livide dei John Lennon, dei Neil Young, dei Lou Reed, degli Alex Chilton, dei Tom Petty, srotolando una monotonia palpitante che ribatte sul chiodo fino a sprofondarlo nella coscienza o dovunque vadano a finire le inquietudini. Il testo è una litania di sequenze appena bagnate da un barbaglio di speranza, che riesce comunque a mantenere l’aspetto di un’esortazione (“Put your love above the part you play/Keep your love away from what you get paid/Feel free”). Giusto quel po’ di speranza, sì, anche come residuo fisso del più esausto avvilimento, come avverti tra i sussulti vagamente Kinks della conclusiva Enough (“Is your heart still fightin′/To get out of your mind?”).

E questo, più o meno, è quanto. 

Lo so, avrebbe dovuto esserci più musica in questa recensione. Avrei dovuto entrare nel merito del che e del come delle canzoni, risalire rami e radici, squadernare la tavolozza dei suoni, sciorinare la lista dei collaboratori (quest’ultimo punto è presto assolto: come musicisti troviamo i figli Spencer e Sammy, più Liam Kazar, Sima Cunningham, Macie stewart e James Elkington, mentre alla produzione lo stesso Jeff è stato affiancato dall’ormai sodale Tom Schick). Chiedo perdono, ma penso che contasse di più fare luce su quanto, ascolto dopo ascolto, mi ha spinto a ritenere Twilight Override un lavoro davvero importante, bello nella sua riluttanza, luminoso malgrado il brodo torbido in cui galleggia. Un disco grande, in ogni senso. 

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