Recensioni

8

I was born to perform
It’s a calling
I exist to do this
Shouting and pointing

Ventiquattro anni. Tanti ne sono passati ad oggi da quando uscì We Love Life (2001), ultimo album in studio dei Pulp (fino a ieri). A pensarci bene, lo stesso lasso di tempo intercorso tra il 1978, quando Jarvis Cocker fondò la sua band sui banchi di scuola, e il momento in cui nel 2002 pose indefinitivamente fine a quella storia, al termine di una stagione che lo aveva visto tra i protagonisti assoluti di un’epopea irripetibile. Quella del Britpop, certo, coincisa con l’acme di una parabola artistica e personale, iniziata molti anni prima e che ha finito per lasciare segni indelebili – Different Class, This Is Hardcore – nella cultura pop(olare) di fine millennio. Ventiquattro anni in cui molto è cambiato, non solo qualcosa (something changed…). Eppure, eccoci qui.

More. Come dire ancora (o più) Pulp. Che questo disco vedesse la luce non era cosa affatto scontata, e però è successo: in modo organico, naturale, come il fluire delle cose. Una prima reunion nel 2011, con tutti i membri originali (inclusi il riluttante Russell Senior e il compianto Steve Mackey, scomparso due anni orsono e a cui questo album è dedicato) a raccogliere di nuovo l’affetto di quel pubblico che li aveva saputi riconoscere ed eleggere, veri outsider del lotto, tra i quattro Big del pop inglese dei 90s (insieme a Suede, Oasis e Blur), a cui ne è seguita un’altra – proprio come i colleghi Albarn & co. – dieci anni più tardi; nel mezzo, un Jarvis che per conto suo e attraverso diversi media (due lavori a nome proprio; uno con il progetto Jarv Is; uno show radiofonico di grande successo; una collaborazione con Chilly Gonzales e un memoir, Good Pop, Bad Pop) aveva semplicemente continuato a offrire il suo personalissimo punto di osservazione, senza apparente soluzione di continuità con il passato, dispensando saggezza pop e amorevole, ironico ed irresistibile disincanto.

Fino a quando l’entrata in studio lo scorso anno, per incidere insieme ai superstiti Candida Doyle, Nick Banks e Mark Webber (più i nuovi innesti Andrew McKinney, Emma Smith, Adam Betts e Jason Buckle, già sodale nel vecchio side project Relaxed Muscle) Hymn Of The North, un brano scritto apposta per uno spettacolo teatrale di Simon Stephens, non ha finito per scoperchiare il proverbiale vaso di Pandora. Com’era nella natura delle cose, le canzoni (alcune incompiute, altre nuove) non aspettavano altro che venire fuori, tanto che sono bastate solo tre settimane di session insieme all’infaticabile e ormai onnipresente top producer James Ford (giusto per citare le ultime cose: Fontaines D.C., Depeche Mode e significativamente, The Ballad Of Darren) per dare forma a quello che, forse, non è solo uno dei migliori album di reunion della sua categoria, ma una delle cose migliori uscite a nome Pulp. In assoluto.

È così. Come è possibile? La risposta l’abbiamo già data più sopra: ventiquattro anni. Ovvero, il tempo. Ma non il tempo della nostalgia, del guardarsi indietro; piuttosto, il tempo accumulato, che ti fa vedere le cose in un modo nuovo, diverso. Sicuramente, l’avere varcato la soglia dei sessanta, l’essersi trasferito nella campagna inglese, la fine di una relazione e l’inizio – tribolato – di un’altra, la paternità e l’abbraccio della mortalità – non solo dell’amico Mackey, ma anche della madre – devono aver fornito a Cocker una prospettiva che il se stesso di Common People non poteva certo avere, aggiungendo a quel già formidabile sostrato poetico un nuovo livello di introspezione ed empatia, senza rinunciare all’approccio disincantato e umoristico che conosciamo e amiamo incondizionatamente, da sempre.

Non è un caso se il cuore del disco sia occupato da una traccia torrenziale ed epica chiamata Grown Ups, in cui il tema dell’invecchiare – già affrontato a suo modo, autoironicamente, in Help The Aged, ma lì di anni ne aveva trentacinque! – viene visto piuttosto come crescere, diventare grandi, avere il controllo di se stessi e maturare (non ageing ma ripening), non senza i fatali dubbi del caso e una buona dose di ironia (I know it’s all about the journey / Not the final destination / But what if you get travel sick / Before you’ve even left the  station?). Altrove ci sono riflessioni sulla scoperta, finalmente, dell’importanza di cantare i sentimenti prima ancora che idee, concetti e pensieri come in passato (Farmer’s Market), celebrazioni innodiche della vita attraverso la cultura indie e (brit)pop (il ritornello “Spike Island, come alive” della traccia omonima, rievocazione di uno storico concerto degli Stone Roses che diventa simbolo del ritorno sulle scene dei Pulp stessi), nonché riflessioni sardoniche e acute sulla contemporaneità (dalla satira dell’intelligenza artificiale nel video di Spike Island stessa all’assurdità – mica tanto – del pubblico che paga per assistere a un tramonto in A Sunset, “The first rule of Economics? / Unhappy people they spend more“).

Posto che la parte lirica del disco – incluso il racconto di un sogno in cui l’umanità si trasferisce su un altro pianeta, per poi perdere la memoria, volere tornare sulla Terra da lontano perché sembra meglio ma rimanere bloccati su quel pianeta perché è finita la benzina… – meriterebbe un’estesa e doverosa trattazione a parte (chi ha definito Jarvis Cocker come il poeta laureato della sua generazione continua ad avere ragione), quella musicale non è certo meno soddisfacente, forte di un suono compatto e ricco come non mai.

Fermo restando il paradigma che il frontman aveva fissato per la sua band sin dagli inizi (la formula scott + barry + eurodisco = the future, ovvero il pop orchestrale e sontuoso di Scott Walker, il sexy soul di Barry White e, beh, la musica disco europea), il motivo per cui in realtà non esiste un disco dei Pulp che suoni come un altro è perché i musicisti si adattano di volta in volta alle canzoni, ed è esattamente quello che è successo anche qui, con un approccio più che mai organico e fluido che sa già di classico (il marchio di Ford d’altronde è proprio quello vecchia scuola di uno come Chris Thomas – che produsse Different Class e This Is Hardcore, ovvero di tirare fuori il meglio della band senza stravolgerne il suono).

Cosa altro aggiungere dunque per non rovinarvi il piacere della scoperta, se non che Tina è pura quintessenza Pulp tanto che, a parziale smentita di quanto detto sopra , potrebbe essere stata scritta benissimo per Different Class (dall’erotismo – “what a display of everyday sexuality” – dei guanti color arcobaleno all’odore dei biscotti digestive); che altrettanto potrebbe dirsi per l’assoluto highlight Background Noise, tanto per la musica (i Walker Brothers che incontrano il Lou Reed di Street Hassle) che per i versi (“Love turns into background noise / Like this ringing in my ears / like the buzzing of a fridge, you only notice when it disappears”); che anche se non è immediato come Disco 2000 (ma quale altro singolo successivo dei Pulp – e di altri – lo è stato?), Spike Island è uno di quei grower destinato a rimanere; che  Slow Jam e My Sex (con quelle assurde backing vocals da classica contemporanea) flirtano con il sesso a ritmo di soul senza che il sessantenne protagonista risulti cringe (è Jarvis, cribbio); che Farmer’s Market e Partial Eclipse rievocano il mood maturo del primo album solo del 2006, mentre c’è un filo che unisce Got To Get Love a House Music All Night Long da Beyond The Pale (senza contare le chitarre jangle e la rievocazione di Don’t Let Me Be Misunderstood, come quell’altro singolo – voi sapete quale – rievocava la Gloria del nostro Umbertone); che Hymn Of The North, tutta sospensioni, ha un arrangiamento orchestrale magistrale (ma tutti gli archi del disco lo sono) e ha un break drammatico in odore di This Is Hardcore; che in A Sunset Richard Hawley co-firma la musica e la Eno Family è ai cori?

Secondo Jarvis, “una parte del segreto della vita è trovare il modo di non annoiarsi delle cose belle”. Non possiamo che dargli ragione.

I’d like to teach the world to sing
But I do not have a voice
& I’d like to buy the world some time
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