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7.7

Sempre più difficile oggi distinguere i sogni dagli incubi, capire dove finiscano gli uni e inizino gli altri, dove collocare l’ipotetica linea di demarcazione. Ma anche a trovarla, questa linea, c’è il fondato sospetto – quasi una consapevolezza – che possa trattarsi di un confine gassoso, dove le due dimensioni si confondono, lasciandoci in bilico tra aspettativa e sgomento. Viviamo insomma su questa strana soglia, conseguenza di un presente che tritura, comprime e ricicla forme del passato, schiacciando le profondità e destrutturando le cornici storiche, mentre contemporaneamente agisce sul domani, ipotizzandolo come una catena di svolte eclatanti seppure prive di prospettiva, abbagliandoci con un’idea di futuro tanto formidabile quanto volatile, quasi che il futuro non potesse che profilarsi come il proprio stesso fantasma.    

Perdonate il preambolo, se potete, ma c’è un aspetto che devo inquadrare per avvicinarmi a quello che credo sia il cuore di questo disco: mi riferisco alla correlazione tra forme e tempo, a come cioè quello che percepiamo ci trasporta e ricolloca, o se preferite dove ci conducono i nostri ascolti (e le visioni, le letture, eccetera). In questo senso, parlare di Sinister Gift – ottavo album di Noah Lennox, il cosiddetto “Paul McCartney degli Animal Collective”, noto da queste parti come Panda Bear – significa innanzitutto provare a capire dove siamo mentre lo ascoltiamo. Le chitarre, le percussioni, le tastiere, i rumori e le voci sembrano provenire da un’allucinazione densa che si consuma nella stanza accanto, quindi vicina ma tuttavia altrove, attingibile però irraggiungibile. Ogni elemento sonoro porta – anzi ostenta, e pure con una certa grazia – i segni della sua provenienza dal passato, del suo essere passato. 

In questo senso il tempo ha l’aspetto di un deposito devitalizzato, di un puro serbatoio, la cornucopia da cui pescare illimitatamente il già accaduto, che proprio in quanto accaduto è ri-utilizzabile, con licenza di poterlo modificare, sfrondare, ibridare affinché possa alimentare al meglio il meccanismo che ci incanta senza posa. E a cui non si sfugge.

E qui si arriva al principale merito – al cuore – del disco: mentre obbedisce alla metrica della retromania ormai così imperante da non essere più rilevabile (né a livello di esperienza né di critica) e quindi ha buon gioco per condurre l’ascolto in un territorio incantato tra miraggi Beach Boys, languori Glen Campbell e umori doo wop, al tempo stesso rende sensibile il peso e la sostanza della malinconia, così densa e diffusa da rovesciarsi in arrendevolezza. Più che una chiave espressiva, sembra il suono stesso della consunzione emotiva provocata da quel pescare senza requie nel passato, da quel sistematico voltarsi indietro. 

Il punto quindi è che viviamo deliziosamente ipnotizzati in una specie di sindrome di Orfeo collettiva, ma sottilmente consapevoli delle conseguenze: emozioni, sensazioni e sentimenti sono statue di sale, spettri anzi simulacri di ciò che dovrebbe tenerci vivi (e in effetti lo fa). Non è certo un caso che Jessica Pratt, un’altra che quanto a fare i conti con ectoplasmi sonori se ne intende, abbia speso parole di apprezzamento per queste dieci canzoni. Così come sembra azzeccato – al di là della comprensibile ricerca di hype – il coinvolgimento di Cindy Lee, il cui cartiglio chitarristico strappa Defense dal suo status di ballad convenzionale (vagamente Jackson Browne) per conferirle quel retrogusto da filmino lo-fi tremolante che tanto ci ha stregati in Diamond Jubilee

Detto questo, in tutte le tracce rimbomba – con profonda e apprezzabile congruenza – il tema dell’abbandono, dell’elaborazione della perdita, del ribollire sordo del lutto. “My heart, it bends before it breaks/(I’m just crumbling and cracking)/I’m holding on to you” sostiene fin da subito la baldanzosa Praise (ai cori le ottime Maria Reis e Rivka Ravede, quest’ultima negli Spirit Of The Beehive nonché compagna di Lennox), a cui fa eco più avanti la croccante Just As Well (“Wanna get unstuck from the dark side”) col suo zompettare esotico in una caligine psych. Anche nei momenti più ammalianti, come lo splendido valzer Anywhere But Here – ospite la figlia Nadja in un suggestivo talking in portoghese -, la melodia delimita un perimetro al cui centro batte un cuore indolenzito (“How can I begin aid to/The suffering?”), per non dire della sorniona Ferry Lady che ciondola flessuosa tra liquori orientali e intanto non manca di ribadire la perniciosità del circolo vizioso (“Black thoughts back again”). 

Pur annoverando tra i crediti i tre compagni di merende negli Animal Collective – Josh Dibb, Brian Weitz e Dave Portner (il terzo però presente solo nella graziosamente interlocutoria Ends Meet) -, parliamo forse dell’album più personale – ovvero libero dalle smanie neo freak della band di Baltimora – di Lennox, che sciorina un songwriting maturo dimostrando al tempo stesso ottime capacità nell’arte dei cambi di temperatura e dello spostamento della polarità espressiva, come accade nella gravità dolciastra di Venom’s In (“There’s a bullet aimed at you/And there’s nothing you can do”) o nella fatamorgana amniotica – un Brian Wilson spedito nella stratosfera – di Left In The Cold, entrambe peraltro benedette da una lap steel tanto stupenda quanto diafana (suonata da un misuratissimo Walsh Kunkel). A seguire ci troviamo a levitare in Elegy For Noah Lou, folk reso mesmerico (in senso quasi floydiano) da astrazioni rumoristiche, arpeggio elettrico minimale e lirismo lunare del canto (“Looking for land to land on/When the day has broke/Looking for words never spoke”).

Il regalo sinistro targato Panda Bear è insomma un sortilegio incantevole, la cartina al tornasole che fa emergere il codice che impallina di inquietudine anche le nostre attività apparentemente più liberatorie. Lo fa mettendoci a disposizione canzoni intriganti e inafferrabili, intriganti perché inafferrabili: dispositivi che nascondono per rivelare, che si offrono per sottrarsi, piccoli enigmi suggestivi, intrisi di angoscia e stupore.

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