Recensioni

7.5

Sto studiando molto il modo in cui Spotify divide i pezzi per danceability, loudness, speachiness, eccetera. Il futuro della produzione musicale sarà tutto lì. I bravi produttori saranno quelli che meglio sanno lavorare in funzione di quelle specifiche

Queste parole di un anonimo produttore e songwriter intervistato per l’occasione, gettano una luce netta e dolorosa su uno degli obiettivi messi a fuoco da questo libro, ovvero la cosiddetta “deriva non-creativa”, quel processo di adeguamento a schemi sempre più algoritmicamente determinati. Al di fuori dei quali esistono sempre minori margini di visibilità. Al di fuori dei quali, in altre parole, non esisti. Tutto ciò conduce la musica a quella che il sociologo George Ritzer ha definito “mcdonaldizzazione”, ovvero i principi di “efficienza, calcolabilità, prevedibilità, controllo” applicati alla produzione fonografica. Il tutto con lo scopo di preparare ricette semplici da servire in playlist – vere e proprie “tecnologie contenitore” – rivolte a clienti che le riprodurranno velocemente su dispositivi quasi sempre portabili. 

Ed ecco che il pop, oggi, può vantare numeri inauditi in termini di ascolto, nonché un enorme credito tra i consumatori, come del resto accade per i menù di certi noti marchi fast-food. Parafrasando i redivivi CCCP, “è una questione di quantità”. Di abbraccio strettissimo ed efficiente tra dati e tecnologia. Tutto ciò è evidente, è esperienza quotidiana, lo abbiamo vissuto e lo stiamo vivendo sulla nostra pelle. E, nel nostro incommensurabilmente piccolo, ne scriviamo e parliamo da un pezzo. O meglio ci proviamo, e non senza difficoltà, perché come spesso capita di fronte ai fenomeni nuovi (e – peggio – in fieri) non è facile tracciare le cornici teoriche e analitiche. Spesso scarseggia persino la terminologia, da cui il rischio – ok, più che un rischio una conseguenza – di sembrare drammaticamente fuori tempo e fuori fase. 

Il sociologo e ricercatore Massimiliano Raffa ha pensato bene col qui presente Poptimism di colmare queste lacune gettandosi, come dire, nella pancia del problema, ma senza staccare la testa. Anziché frequentare le lande affabili ma scivolose della saggistica pop ha scelto di percorrere un percorso più rigoroso, robusto tanto in senso accademico quanto speculativo, così da realizzare uno studio che potesse segnare un prima e un dopo, pur nella consapevolezza che sul tema dovranno essere spese molte energie e, presumibilmente, per molto tempo. Perché, cari ragazzi, quello che sta accadendo ha tutta l’aria di un modello assai funzionale, in grado di imporre la sua egemonia ancora a lungo.

Avviso (doveroso) ai naviganti: il primo capitolo è tosto. E per tosto intendo: da sfiancare il lettore non abituato ai paper accademici (tipo il sottoscritto). Tuttavia, lo sciorinare riferimenti, configurazioni concettuali e piani interpretativi in una trama di angolazioni critiche contrastanti, è un passaggio necessario per fornire gli estremi del quadro, per conferire fondamenta al metodo e alla sostanza che emergeranno nei ben più potabili e urgenti capitoli successivi.     

Dopo avere tratteggiato in maniera agile e ficcante storia e caratteristiche dell’industria musicale, rimarcando quanto il pop-rock nel suo agire conformista abbia saputo dotarsi di una complessità strutturata che ne fece “un campo dell’esperienza creativa dotato di una propria forza oppositiva”, prende il via una vera e propria ricognizione nel cuore del presente. Vale a dire, questa deliziosa e ambigua epoca dominata dalle piattaforme di streaming viene esplorata attraverso interviste sul campo, ovvero tirando in ballo l’esperienza e la testimonianza di “addetti ai lavori” e “utenti competenti” (tutti in modalità anonima). Il risultato è, secondo i punti di vista, illuminante o sconcertante. Nel mio caso, entrambe le cose.

A dire il vero ben poco delle dichiarazioni riportate mi ha sorpreso, ma vederle scritte con tanta chiarezza è stata un’esperienza, come dire, brutale. E al tempo stesso disarmante. Vedi ad esempio quando un producer afferma che “bisogna oggi ragionare come (se gli artisti) fossero degli influencer, perché con gli streams fai poco, ma con i brand fai molto. La musica è… come dire, una cosa in più”. A cui fanno eco le parole di un collega: “Le piattaforme non sono solo i luoghi in cui distribuiamo la musica e in un certo senso la promuoviamo, ma ci forniscono tutti i dati necessari per sviluppare poi i prodotti”. Un altro ancora: “Non possiamo permetterci di osare. Spesso mi propongono degli artisti ottimi, fuori dagli schemi, ma questa cosa è un problema, perché spesso non esiste uno spazio per un certo sound… non esiste una playlist adatta”. E infine, quello forse più terrificante: “la nostra più grande risorsa è il tempo libero di adolescenti che passano le loro giornate con lo smartphone in mano”.

Il bello (o il brutto) è che queste citazioni non sono riportate tanto per alimentare la sensazione. Al contrario, Raffa le utilizza come grimaldelli per circostanziare argomentazioni e incorniciare situazioni generali, per poi addentrarsi nella scatola nera installata come uno spettro nel cuore delle piattaforme, e che un click dopo l’altro, valutato ogni singolo skip rate, rende il nostro ascoltare “conversivo”, ovvero ne fa un meccanismo finalizzato a rendere l’esperienza d’ascolto “sempre meno imprevedibile e sempre più controllabile, nel tentativo di massimizzare il coinvolgimento emotivo dei fruitori”. Un processo talmente sottile da determinare “un conflitto tra la cognizione che l’utente sviluppa relativamente al proprio gusto e il profilo di gusto costruito algoritmicamente dalla piattaforma”. 

I dodici “utenti competenti” – coinvolti a vario livello nel music business e nella ricerca – confermano (con le loro prassi auditive e le dichiarazioni) di intrattenere con lo streaming un rapporto ambiguo, una sorta di consapevolezza a bassa intensità, che presumibilmente nell’utente medio si perde del tutto. Da ciò deriva – in estrema sintesi – il senso stesso del poptimism, di essere cioè un’ideologia che a livello di massa “si esprime nella difesa della legittimità culturale e nella fiducia nell’autenticità artistica delle manifestazioni culturali espressione delle culture dominanti, un tempo derubricate dalla critica artistica a frivoli fenomeni di massa”.  

Stiamo parlando, lo avrete capito, di una questione che va ben oltre la musica, per quanto la si possa ritenere cruciale e perfino amare più delle nostre misere esistenze sempre più formattate da una estesa, puntuale, sistematica datificazione. Stiamo parlando dei nostri tempi e di quelli che verranno. Di come pensiamo e penseremo il mondo e noi stessi nel mondo. Non aggiungo altro. A parte un consiglio: se da qualche parte conservate una lista delle letture necessarie, è il caso di aggiungere un titolo. Questo.   

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