Recensioni

7.7

Li avevamo lasciati nel 2016 a definire il fondo scala dell’itpop con Aurora, album in equilibrio neanche troppo precario tra radiofonia e inquietudine, che proprio sublimando questa frizione in una formula accattivante ricavava senso e sostanza, restituiva al pop la quarta parete, quella con feritoie sull’altra parte del vivere codificato, cui il pop più ozioso si rivolge col solo scopo di propagarsi in un vasto progetto di volatilità briosa e lenitiva. Nella forma sedimentata con I Cani dell’anno 2016, l’itpop invece si profilava come un accattivante carosello di malanimi contemporanei, un campionario ora tenero e ora gelido di percorsi esistenziali variamente in bilico, di aspettative tradite, di macerie trasformate in quotidiana accettazione. 

Tutto ciò mirava legittimamente alla cittadinanza nelle playlist radiofoniche, perché quello era l’habitat in cui acquistava senso, come del resto avevano ribadito il Calcutta di Mainstream o il Colapesce di Egomostro (entrambi del 2015). Finché l’itpop era stato questo, lo si poteva definire come una delle declinazioni musicali messe a punto per tenere a bada il buco nero sotto la superficie, quindi un modo per raccontare l’assedio dell’insoddisfazione, di quel male di vivere che cova – come uno spettro inalienabile e cristallino – nello scintillio delle vite-vetrina. E poi? Poi il meccanismo ha ottimizzato il prodotto itpop, determinando la rimozione del mostro, a maggior gloria della curvatura tommasoparadisiaca, al cui vocabolario di emulsioni canzonettistiche argute e progettualmente stagionali in molti – in troppi e pure insospettabili ahinoi – si sono adeguati. Nel frattempo, di Niccolò Contessa e de I Cani non abbiamo quasi più avuto segnali.   

Risucchiati dal buco nero? Non proprio. A quanto è dato ipotizzare, alla luce – anzi al suono – di questo sorprendente album di ritorno, I Cani si fanno carico di quel buco nero. Lo incarnano. Buco nero che affiora dalla superficie, corrode la pelle del suono, ulcera i temi e i testi. Contempla la radiofonia solo come un’eventualità accessoria, perché esiste appieno come negativo – o come incubo – della dimensione in cui la radiofonia si esalta in una forma di customer satisfaction. La riprova? Quando questo nuovo disco sembra mimare le forme del pop accattivante – come ad esempio nello zompettare R&B slacker di Colpo di tosse – ha l’aspetto di uno scimmiottamento maligno, di un ghigno pronto ad affiorare dietro al depistaggio caramellato e gettare sul tavolo certa ruvidità disforica di ascendenza grunge.

Ribadisco: più che una declinazione in senso cupo del “vecchio” linguaggio de I Cani, siamo qui al suo rovescio nevrotico, all’emersione del profondo che sbrana il codice precedente, come un Vecna sonoro che balza dal sottosopra e cambia temperatura, luce e densità dell’aria, rivelando così – un po’ come gli occhiali di John Nada in Essi vivono – la reale natura delle convenzioni, delle relazioni, dei sentimenti (persino).

Per tutto quanto detto finora, mi pare significativo che la scaletta si apra e chiuda con due pezzi che rievocano il primo Elliott Smith, quello con la spina quasi staccata e immerso in una foschia di depressione indolenzita: la sinistra Io è la caduta nella tana del coniglio nero, in avvio un estratto da Stalker di Tarkovskij (in russo, che tradotto dovrebbe essere: “Mio Dio, che razza di persone sono queste? Calma, non è colpa loro. Dovresti provare pena per loro, ma sei arrabbiato”) e poi giù ad affondare lenta nel risentimento contro chi spinge per definirti un’ostilità dopo l’altra (“Chi mi ha messo al guinzaglio/Chi mi ha messo paura”); la conclusiva Un’altra onda riflette invece sul terrore che si prova sentendosi sul punto di annegare (“E per un attimo/Sarai persa per sempre”), una prossimità alla morte che atterrisce ma per cui tuttavia si avverte una misteriosa, inesplicabile attrazione (“E ti rialzerai/E vorrai un’altra onda”), quasi contenesse la decifrazione di un segreto. 

Che dire se non: tanti saluti al “vecchio” Contessa. Il quale durante questi nove anni di (pressoché totale) silenzio/assenza deve essersi avvicinato al proprio personale orizzonte degli eventi fino a farsene risucchiare. Ne resta una sua versione trasfigurata, bieca, spigolosa, intenzionata a proporsi come vera, anzi l’unica possibile: stracciato il velo della finzione, bruciato nella risacca acida del dopo-onda, quello che sentiamo all’opera è perciò un musicista “sbucciato”, nudo ma corazzato da una lucidità affilata e furibonda, che scavalca i filtri e assottiglia le metafore. A partire proprio da Buco nero, concetto che nel pezzo in questione incede a passo marziale post-punk definendo il vuoto che cova sotto i rituali della normalità (“Perché mi domando, mi domando, mi domando/Cosa c’è davvero sotto al vestito/Un buco”). Una denuncia dell’imperio delle convenzioni e dei condizionamenti che prosegue nella marcia industrial-wave di F.c.f.t. (“Da oggi voglio fare quello che si deve fare”) e nella electro-wave serrata di Nella parte del mondo in cui sono nato (“Se qualcuno parla di anima, è un invasato/Un complottista, non è vaccinato”), i ritmi macchinici e le chitarre scorticate da una scossa abrasiva.

I registri sonori ed espressivi variano, esplorando talora zone di malanimo più rarefatto come nella quasi afasica Colpevole (“L’elemosina ai barboni/Ma rimani sempre colpevole”) e in quella Felice che galleggia a quote di desolazione spirituale (“Credo di essere felice/Come una di quelle macchine/Che tutto a un tratto non funziona”) finendo per ricordare addirittura il Battiato di Scalo a Grado. Nel testo di Felice emergono riferimenti a opere di Franz Kafka e Thomas Mann, e non si tratta certo di un un vezzo estemporaneo visto che il testo di Davos – funk androide e oppiaceo neanche troppo vagamente Beck – è addirittura intriso di citazioni da La montagna incantata, capolavoro di Mann e della letteratura moderna: il tentativo di innescare parallelismi tra l’epoca attuale e l’orlo sul precipizio del primo Novecento è evidente, tanto da rinegoziare la portata del discorso, allargando l’obiettivo dal piano sociologico/introspettivo a quello storico e non ultimo politico.               

Nella seconda parte tuttavia i temi tornano a gravitare tra i poli di amore e morte, prima con l’estro lo-fi virato noise di Madre (“Prima ovulo e sperma/E poi cenere e terra/Per fare un fiore ci vuol la terra”), quindi col rinculo da Cobain semi-acustico di Carbone (“Chissà perché due sconosciuti/Continuano a chiamarsi amore”) e quindi grazie a quella Buio che sembra divertirsi a scozzare Subsonica e Joy Division (“Per chi ha paura del buio/C’è poco amore nel mondo”).

Resta da dire della title track, strumentale di stampo synth-wave non privo di addentellati kraut, in cui si consuma una costernazione fosca per… Per cosa? Di chi si celebra, nel cuore di questo disco, il funerale? Possiamo fare qualche ipotesi. Banalmente potremmo indicare tra i defunti la giovinezza residua di Contessa, che l’anno prossimo supererà la fatidica soglia dei quaranta, da cui un fisiologico spostamento dello sguardo in direzione crepuscolo e al tempo stesso la sensibilità rivolta più al bilancio esistenziale che non alle radiografie generazionali. Però, in senso più ampio e proprio, credo che a lasciarci le penne in questi tempi di performance, ottimizzazioni e condivisioni sia stata la possibilità di condurre le nostre vite con la padronanza di chi è consapevole, libero e soprattutto consapevole del senso stesso della libertà. Oppure – volando più bassi – si può interpretare questo disco come un de profundis per l’itpop in quanto musica radiofonica in grado di solleticare i fantasmi annidati nello sciame di deliziosi tic quotidiani (tu chiamalo, se vuoi, post-itpop). Altro? Fate voi.

Infine, il gioco cromatico in copertina tra il rosso della scritta e il biancoenero dell’immagine (priva di elementi umani) potrebbe incoraggiare il recensore ad azzardare: è il Nebraska de I Cani. Tenuto conto anche della generale asciuttezza a tratti plumbea e della gravità atmosferica/tematica, nonché di quanto tutto ciò costituisca un collasso rispetto alla produzione precedente, si tratta di un paragone piuttosto azzeccato. Ma la sensazione è che per Springsteen quel disco bellissimo e agghiacciante abbia costituito una deviazione necessaria per recuperare se stesso nel fondo dell’incubo americano, per poi da lì – come in effetti è stato – ripartire. Contessa sembra invece avere tagliato la gola al se stesso precedente, per poi del cadavere farne e mostrarci l’autopsia. Dal momento che questo efferato delitto ha fruttato il suo capolavoro, sarebbe un peccato se ci facesse attendere quasi un altro decennio per il seguito (per un altro delitto, se crede). In ogni caso, difficilmente I Cani saranno mai più quelli di un tempo. Una prece.  

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