Recensioni

Si tratta solo del quinto album dei Bon Iver in diciotto anni, il che può spingerci a considerare con qualche indulgenza la parentesi di cinque anni che si è allargata da i,i all’EP SABLE, di cui il qui presente SABLE, fABLE è corollario e completamento, insomma il ritorno vero e proprio, dodici tracce, un disco finalmente (e sia lodato il cielo). Detto questo, il repertorio della band principale in cui presta servizio Justin Vernon (che come sappiamo timbra il cartellino anche nei Volcano Choir e nei Big Red Machine) suggerisce un’attitudine per le sfaccettature che eccede di gran lunga i pochi titoli messi a referto.
Fin dall’album d’esordio, quel For Emma, Forever Ago che lo rivelò a un pubblico quasi incredulo, si percepiva nella sua calligrafia un bisogno di sollievo e ricomposizione dopo lo schianto, un processo complesso e strutturato malgrado si presentasse in quel caso come una raccolta di ballate folk intime e piuttosto basali. Eppure, anche in quelle c’era qualcosa che decentrava l’equilibrio formale ed espressivo, tra rallentamenti e accelerazioni, risucchi gospel ed esitazioni sul filo di un indie rock più embrionale che ombelicale.
Insomma, il senso di Vernon per la frantumazione sospesa, per lo stare in bilico tra forme e stati d’animo, in un presente abbagliato dall’apnea del futuro, in quella lacerazione palpitante e in ragione di ciò fertile ma anche vulnerabile (e che avverti in qualche modo implicita nel suo splendido, straniante falsetto), ne ha caratterizzato fin da subito il linguaggio, che procedendo e sviluppandosi ha esplorato, sperimentato, consegnandosi a versioni sempre più ibride di sé. Il punto, mi pare, è che le trame avant pop, jazz, neo-soul, R&B, folktronica e hip-hop sono filtrate via via nel codice per affinità: più che ricercare, il suo è stato un procedere a pori aperti, lasciandosi irradiare e contagiare, ma direzione e dimensione erano già ben chiare. C’è coerenza, insomma, nel versatile percorso dei Bon Iver. E una solitudine solida, quella di Vernon, in mezzo agli enigmi e le disavventure sentimentali che sempre apparecchia quel banco di nebbia batterico che è la vita.
Detto questo, cinque anni – o addirittura sei, se ci limitiamo ai “long playing” – non sono pochi, considerando anche tutto ciò che è accaduto nel frattempo. Pandemia in primis, e ovviamente, col suo lascito da isolamento globale sull’immaginario. All’interno di questa premessa/cornice, lo stesso cantautore del Wisconsin rende noto che la scintilla dell’ispirazione si deve a una resa dei conti sentimentale, un gorgo di amarezza che sarebbe alla base delle prime canzoni in scaletta, quelle che costituivano SABLE, a cui oggi se ne aggiungono nove che suggeriscono invece un superamento dell’oscurità, un nuovo equilibrio, forse perfino un futuro – ebbene sì – radioso, tenuto conto di quanta impurità comunque non smetta di insidiare anche i migliori propositi.
Abbiamo quindi a che fare con un album spezzato, almeno dal punto di vista tematico. I primi tre pezzi stabiliscono il punto di caduta, la piattaforma su cui si depositano le scorie del malanimo: dopo una breve intro a base di pigolii dronici, Things Behind Things Behind Things prende il via con un arpeggio di chitarra che ricorda vagamente Dear Prudence, quindi ecco il canto baritonale che srotola una litania assertiva e ipnotica mentre la ritmica dipana un tramestio androide, il tutto a mollo in un’inquietudine sfibrata, tanto inafferrabile quanto minacciosa (“I get caught looking in the mirror on the regular/What I see there resembles some competitor”).
Tra gli elementi della tavolozza sonora che torneranno con regolarità c’è una lap steel, quasi fosse l’ancora che mantiene la scialuppa entro le coordinate del folk, ambito ribadito dalla successiva S P E Y S I D E, il violino che emerge con solennità fragrante mentre il canto incede con la dimessa generosità di un Sufjan Stevens: è folk, certo, nel quale tuttavia la tradizione appare come tradita dal suo non rivelarsi completamente, quasi rimanesse congelata nel momento stesso del suo (ri)emergere, in linea con la frustrazione annidata nel testo (“Nothing’s really something, now the whole thing’s soot”). Quanto a Awards Season, si propaga invece come un gospel sotto vuoto, esordendo a cappella (tolto un bordone evanescente) per poi far emergere progressivamente piano, lap steel, organo e sax, in un quadro sì deprimente ma che pure lascia intravedere spicchi di luce in fondo al tunnel (“What was pain now’s gain/A new path gets laid”).
Qui terminava l’EP, che l’album fagocita per farne una sorta di premessa alla seconda parte, inaugurata da quella Short Story che a dire il vero sembra raccogliere l’eredità del pezzo precedente e sottoporlo a un’astrazione immaginifica pop-folk, come ribadito dal passaggio del canto alla modalità falsetto. Il lavoro sugli arrangiamenti (il disco è co-prodotto assieme a Jim-E Stack, noto per le collaborazioni con Caroline Polachek e le Haim tra le altre) si fa più vario, anzi potremmo dire slogato. Pare quasi di assistere allo schiudersi di un bozzolo che non sembra tanto interessato a ricercare una forma stabile – cosa del resto poco sensata, in questi anni di forme che eccedono costantemente se stesse – quanto a emettere lo splendore del proprio formarsi, l’energia di esserci nonostante il rapido polverizzarsi di tutto. E in tal modo abbozzando, se non una forma, una ben precisa angolazione, una sagoma, uno stile.
Che attraversa tanto l’hip-hop androide e bradipo di Walk Home quanto la ballatina folk-soul di From, la fibra soul intrisa di sensualità apolide della prima e gli ammiccamenti all’AOR anni ‘70-’80 della seconda, la grazia crepuscolare e la sottile guazza di nevrosi (“Give me your worry/We can just keep it here for now”) che intridono quel falsetto acidulo e caramellato. Un taglio espressivo netto, peculiare, che persiste malgrado il rito dei featuring, consumati nella placida destrutturazione gospel di Day One (ospiti Dijon e Jenn Wasner aka Flock of Dimes) e nell’iperpop suadente di If Only I Could Wait (in duetto con Danielle Haim), in entrambe l’estro spinto fino al limite dell’allucinazione, tra vampe di chitarra sfrangiate e soluzioni digitali acriliche, creature sonore di Frankenstein abbacinate dal proprio stesso sensazionale languore.
E poi? Poi, se Everything Is Peaceful Love timbra il cartellino con dignità disimpegnandosi tra soul e R&B con piglio dritto e dolciastro, comunque rinnovando la fertile alleanza tra giocoleria sintetica e tepore elettrico (immancabile la lap steel a mantecare il tutto come una comfort zone dell’anima), I’ll Be There cala sul piatto una trama pseudo-black flemmatica e cubista, sciorinando un sax sornione, cori femminili a carburare il falsetto ormonale (“I won’t move/Tеll me more, or tell me nothing”) e certi riffettini incrociati di tastiere e chitarre neanche troppo vagamente Steely Dan: così improbabile, eppure stranamente azzeccata, viscerale, ipnotica.
La chiusura è affidata prima alla ballata mesta e intensa di There’s A Rhythmn, tutta grafemi luminosi di piano elettrico, carezze discrete di sax e le solite pennellate sedative di lap steel (come a suggerire il ripiegarsi nel pulsare intimo e segreto di una (cor)relazione: “Ya know I’ve really no more shame/Now things really are arranged”), quindi dall’outro strumentale di Au Revoir, palpebre che si chiudono sul gocciare onirico di note in una bambagia digitale.
Per Vernon sembra uno di quei lavori intenzionati a chiudere cerchi, a far quadrare conti, anche se – come accennato sopra – il traguardo si realizza nella sua irraggiungibilità, le forme nel non compiersi se non come collasso temporaneo di possibilità. Il punto è: stiamo parlando di musica? Oppure, senza quasi renderci conto, siamo scivolati in questioni più ampie e – mi si permetta – importanti? Parliamo forse di dove vanno a finire le passioni? Del senso ultimo di ciò che inseguiamo? Di anima? Di cosa diventiamo mentre siamo impegnati a vivere? Forse. Oppure, più semplicemente, quello che accade in SABLE, fABLE è soltanto un nuovo capitolo della dialettica infinita tra sentimento e ragione, con quest’ultima che vacilla, trema, cede il passo, accetta di lavorare dietro le quinte per manifesta secondarietà.
In fondo, come sostenne una grandissima scrittrice, quello che conta è ciò che si sente, perché “l’intelligenza è una sciocchezza”.
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