2022, o del doppio. 22, follia o creatività: di dischi ne sono usciti sempre tantissimi, un’autentica pazzia, e di buoni spunti, pur senza scossoni eclatanti, non ne sono mancati, sempre in quella non-direzione multicentrica che riscontravamo anche nel 2021. L’album che ho forse preferito in questi dodici mesi è Once Twice Melody dei Beach House, che aspettavo già dallo scorso novembre, dalla pubblicazione della sua title track, parte del primo blocco di canzoni diffuse via via come fossero tanti EP a formare un’unica opera di quattro sezioni. Una volta melodia, due volte melodia, infinite volte melodia, con il duo di Baltimora. Loro sono una certezza, nel campo della pura magia dream pop, stavolta impreziosita da un ensemble di archi e spinta al massimo, verrebbe quasi da dire al tripudio di se stessa, tra epica e psichedelia visionaria. Fa riflettere aprire queste considerazioni con un nome per molti versi scontato, quantomeno storicizzato e già al suo ottavo capitolo di studio, ma la qualità nel tempo non è mai da dare per assodata, anzi è uno dei traguardi più ambiti, no? Once Twice Melody è uno scrigno di gioielli sotto forma di canzoni scritte e arrangiate alla perfezione. Il testamento artistico di Victoria Legrand e Alex Scally, il loro canto del cigno? Speriamo di no.
Un duo lo sono anche i Jockstrap, da Londra, formati da Georgia Ellery – militante anche nei Black Country, New Road – e Taylor Sky. Ecco, tra le migliori sorprese, o insomma quale miglior esordio dell’anno, scelgo allora I Love You Jennifer B, primo full length atteso dagli ascoltatori più attenti, in seguito a quanto di buono disseminato con i precedenti EP. In tal caso, si scompone e ricompone il pop con un approccio decisamente schizofrenico, passando dal background jazz all’elettronica, da rimandi classici a beat post-dubstep, da tentazioni synthetiche e hip hop a country scintillante, prog-rock, ballate orchestrali, percussioni cinematografiche e chi più ne ha, più ne metta. I Love You Jennifer B – giocoso e destabilizzante persino nelle parole – raccoglie brani risalenti agli ultimi tre anni di lavorazione, talmente zeppi di input e assimilabili a così tanti differenti generi stilistici da far girare la testa, per un eclettismo tanto arty quanto anticonformista.
Altro esordio, altro duo da segnalare: da Liverpool, conosciutisi lavorando al pub, i King Hanna di Hannah Merrick e Craig Whittle con I’m Not Sorry, I Was Just Being Me, deciso e schietto sin dal titolo, sono riusciti a infondere nuova linfa all’alt-rock post-90s, quello che tiene a mente la lezione bluesy della prima PJ Harvey, ruvido eppure vulnerabile, anche grazie a testi emotivi ma capaci di sfoderare un certo umorismo dark.
Eccellere in abbondanza sembra quasi un atto in controtendenza rispetto alla fugacità odierna e all’ansia da facile catalogazione. Oltre a quello dei Beach House, un altro doppio album che è impossibile non ricordare è senz’altro quello dei Big Thief: curioso perché, pur apprezzando la band statunitense, Dragon New Warm Mountain I Believe In You è il primo disco che mi ha convinto davvero appieno. Ed è, cavolo, uno zibaldone di venti brani per un’ora e venti di durata, al cui interno sono contenuti almeno quattro sotto-dischi, perché le tracce sono state infatti registrate in quattro studi differenti con quattro ingegneri differenti e quattro concezioni di sound differenti.
Rimanendo in area più o meno folk, cito i Pinegrove dell’ecologista 11:11 – a trazione bipolare, fra calda introspezione e asprigni retaggi emo, numerologia e palindromicità – e soprattutto Sharon Van Etten, il cui We’ve Been Going About This All Wrong mi ha per la prima volta folgorato, presentato con la copertina a mio avviso più bella dell’anno e per paradosso senza alcun singolo in anticipazione, essendo di fatto il suo disco probabilmente più immediato, dalla notevole forza catartica nonostante la ricchezza e la complessità delle soluzioni adottate, nonostante si cimenti in fondo con l’incertezza nel gestire la fine del mondo, individuale o universale che sia. Accanto a Van Etten, ci sta bene la collega e amica Angel Olsen, che in Big Time abbraccia un songwriting maggiormente classico rispetto al passato nell’affrontare coming out e perdita improvvisa dei genitori.
Altri solisti capaci di muoversi in assoluta libertà nel cantautorato: Josephine Foster con il trascendente Godmother (preferito di poco a un altro ottimo ritorno di classe, quello di Beth Orton) e Orville Peck con il country anti-machista di Bronco, a ribadire in generale la voglia di utilizzare persino linguaggi sedimentati, tradizionali, per esprimere urgenze del tutto contemporanee, se non di rottura. Perfume Genius e Kae Tempest, nell’esprimere la loro indipendenza da ogni vincolo di genere a trecentosessanta gradi, hanno invece scelto sonorità ben connesse al presente: Ugly Season, con le musiche realizzate in origine per un balletto della coreografa Kate Wallich, si collega all’esperienza liberatoria del dancefloor ipotizzando nuove ipotesi di pop al di là dei vincoli della forma-canzone, mentre The Line Is A Curve trasforma spoken word e poesia in una vera e propria danza.
In ottica direttamente sperimentale, un plauso va a chi ha assorbito l’inquietudine dei tempi e l’ha rielaborata generando autentici microcosmi di senso a sé stanti, dall’ambizioso Soundwalk Collective (LOVOTIC, con la partecipazione di Charlotte Gainsbourg, Willem Dafoe, Lyra Pramuk, Atom™ e del filosofo Paul B. Preciado, è un’indagine tra ambient ed evoluzione delle voci sulle relazioni amorose e sessuali instaurabili con le intelligenze artificiali) alle coraggiose Lucrecia Dalt (¡Ay!, sviluppato con un altro filosofo, Miguel Prado, racconta il viaggio dell’entità aliena Preta, alla scoperta dell’umanità, e lo fa attraverso l’appropriazione sci-fi della musica delle proprie radici, quella colombiana) e Kee Avil (all’anagrafe Vicky Mettler, in precedenza chitarrista nei Land of Kush, al debutto in solitaria con Crease, modellato come una scultura di avant-rock e minimal-techno). Proseguendo con il compositore Howard Shore, che ha realizzato la colonna sonora dell’ultimo capolavoro di David Cronenberg, Crimes Of The Future, opera d’arte sull’arte e sulle nuove possibilità del corpo, nonché mio film dell’anno nella piccola appendice a parte: la collaborazione tra i due canadesi va avanti dalla fine degli anni 70 e tocca qui nuove vette tra sound design e rumorismi al pari conturbanti, decadenti ed eleganti. A proposito di colonne sonore, in un ideale podio aggiungerei quelle di Tyler Bates & Chelsea Wolfe per lo spassoso horror X di Ti West e quelle realizzate dall’affiatata accoppiata Ben Salisbury & Geoff Barrow, per la serie televisiva Archive 81 di Netflix e per il discusso lungometraggio Men di Alex Garland.
Concludo con le formazioni che, detto dei King Hanna, hanno avuto invece a che fare con sonorità più prettamente rock. Per parlare del post-punk che continua a imperversare, cito allora gli Interpol, vieppiù snobbati, non rilevanti come ai bei vecchi tempi, ma al ritorno più che dignitoso e più speranzoso del solito con The Other Side Of Make-Believe, che antepongo al pur solido Skinty Fia dei pur solidi Fontaines D.C.. Pollice in alto, per quel che mi riguarda, per quanti hanno prediletto influenze poco etichettabili e poco geolocalizzabili, quindi il collettivo svedese Goat, in buona forma psych sabbath con Oh Death, e il collettivo londinese Melt Yourself Down, con il punk-funk jazzy del programmatico Pray For Me I Don’t Fit In, due come back magari non imprescindibili ma da non sottovalutare, a cui potrebbero fare ottima compagnia l’irregolare Paste dei Moin, prossimo alle trovate più eccentriche dei Sonic Youth, o ancora il dubby Bukaroo Bank della Mauskovic Dance Band.
Infine, per riabbracciare la cupezza che sempre tanto ci rassicura, accendo i riflettori su un nome su cui puntare per il futuro, ovverosia quello delle Witch Fever, da Manchester, sotto la guida di Amy–Hope Walpole, perché il loro primo album Congregation è una piccola bomba goth-punk dagli incandescenti riff doom, dal malessere genuino, dalla carica anticlericale, dal fiero DNA riot grrrl antipatriarcale, dai colori andati meravigliosamente in acido. Loro sono in quattro, due più due, e alla fine, pur con le ingenuità del caso, bruciano a dovere. Ecco, per l’anno a venire ci auguriamo del materiale altamente infiammabile.
Top 20 album
- Beach House – Once Twice Melody
- Big Thief – Dragon New Warm Mountain I Believe In You
- Lucrecia Dalt – ¡Ay!
- Josephine Foster – Godmother
- Goat – Oh Death
- Interpol – The Other Side Of Make-Believe
- Jockstrap – I Love You Jennifer B
- Kee Avil – Crease
- King Hannah – I’m Not Sorry, I Was Just Being Me
- Melt Yourself Down – Pray For Me I Don’t Fit In
- Moin – Paste
- Angel Olsen – Big Time
- Orville Peck – Bronco
- Perfume Genius – Ugly Season
- Pinegrove – 11:11
- Howard Shore – Crimes Of The Future (Original Motion Picture Soundtrack)
- Soundwalk Collective – LOVOTIC
- Kae Tempest – The Line Is A Curve
- Sharon Van Etten – We’ve Been Going About This All Wrong
- Witch Fever – Congregation
Film
- David Cronenberg – Crimes Of The Future
- Ti West – X + Pearl
- Goran Stolevski – Non sarai sola (You Won’T Be Alone)
- Alex Garland – Men
- Apichatpong Weerasethakul – Memoria
- Ruben Östlund – Triangle of Sadness
- Matt Reeves – The Batman
- Emanuele Crialese – L’immensità
- Dario Argento – Occhiali neri
- Pablo Larraín – Spencer [uscito in Italia nel 2022]
- Valdimar Jóhannsson – Lamb (Dýrið) [uscito in Italia nel 2022]
Serie, miniserie o serie antologiche
- Irma Vep
- Scissione (Severance)
- Bad Sisters
- Yellowjackets
- Outer Range
- Inverso (The Peripheral)
- Shining Girls
- 1899
- Archive 81
- The Baby
- Bang Bang Baby
- Undone (stagione 2)
- Servant (stagione 3)
- Guillermo del Toro’s Cabinet of Curiosities (episodio 7 The Viewing)
- Love, Death & Robots (stagione 3, episodio 9 Jibaro)