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Lamb, in originale Dýrið, è uno di quei titoli che dividerà sicuramente il pubblico in due, perché è un film fatto della più pura sospensione dell’incredulità. Presentato al Festival di Cannes, dove ha vinto il premio Un Certain Regard per l’originalità, l’esordio alla regia di Valdimar Jóhannsson – tra le altre cose, coinvolto come tecnico agli effetti speciali dell’interessante serie televisiva KATLA, una sorta di Twin Peaks vecchia scuola sotto i vulcani dell’estremo Nord – è una pellicola folk horror che riesce a far coesistere interrogativi attuali, anzi atemporali, e rimandi ad antiche leggende, connesse sia all’universo freak sia a quello del patrimonio di fiabe tipicamente islandesi. Non è un caso che Jóhannsson abbia scritto la sceneggiatura assieme allo scrittore e poeta Sjón (lo ricorderete tra i collaboratori di Björk).

Il film si apre in un’esplosione di grigio, quello di apocalittici eventi atmosferici, dalla prospettiva di un occhio misterioso, nell’apparentemente pacificata notte di Natale. Quello in cui entriamo poco dopo è un microcosmo calato nel niente, che permette di osservare da un’angolazione privilegiata, intima e ravvicinata, le dinamiche dei pochi personaggi che lo popolano, articolate in vari capitoli, un po’ come avvenuto – seppur con differenti tratti stilistici – nell’imperdibile esordio The Witch di Robert Eggers, sempre prodotto da A24. L’ambientazione, una fattoria isolata tra i promontori dell’Islanda, è talmente caratterizzante e straniante che si consiglia la visione in lingua originale, in islandese appunto, tanto la sua morbida musicalità si fonde con la dilatazione della narrazione e le linee, oltre ai colori, dei paesaggi.

Marìa – interpretata ottimamente da Noomi Rapace, che attendiamo quest’anno anche nello stregonesco You Won’t Be Alone di Goran Stolevski – e Ingvar sono due contadini, moglie e marito, affaccendati nella routine delle solite azioni, ma un giorno una delle loro pecore dà alla luce un ibrido di sesso femminile con la testa e un braccio da agnello. Semplice, no? Siete avvertiti: o venite a patti con tali premesse, o ci state, insomma, oppure non ci state, e peggio per voi nel secondo caso perché vi perdereste un film unico nel suo incrocio di generi. Del resto, la coppia, a tavola, nel primo dialogo che ci viene mostrato, parla della possibilità dei viaggi nel tempo, qualcosa a cui forse siamo abituati soltanto grazie ad anni e anni di avventure sci-fi, e lo fa, scopriremo, perché in passato ha perso la figlia. Dovete però starci anche quando la coppia adotta l’ibrido come terzo componente della famiglia, nominandola Ada, in sostituzione appunto della figlia morta, come se fosse normalissimo, e per fare ciò arriva a uccidere la pecora-madre che bela per reclamare legittimamente la propria prole. La surrealtà della situazione è restituita dallo sgomento provato dal fratello metallaro di Ingvar, di lì a breve in arrivo in visita.

Tutto quello che abbiamo raccontato poco sopra, e il resto non da meno a seguire, viene mostrato e svelato in maniera magistrale da Jóhannsson, dosando via via il disagio e lo stupore, anche grazie alla credibilità degli effetti visivi, con il supporto emotivo delle musiche di Tóti Guðnason: ecco Ada che viene cullata, che gioca nel prato con Marìa con tanto di graziosa coroncina di fiori, che fa colazione e il bagnetto, che balla, eccetera. Materiale weird e materiale decisamente inquietante, specie avviandosi verso lo scioccante finale che impone un alto prezzo alle conseguenze delle azioni dei due fragili e scellerati coniugi (attenti agli spoiler che circolano in Rete).

Ciò che passa nel mezzo è una visionaria riflessione, senza il minimo sconto, sul rapporto che l’essere umano nutre nei confronti della genitorialità, e di riflesso verso l’istituzione della famiglia e nei confronti delle specie animali: dalla mancanza di accettazione dell’altro da sé, specie se questo altro è ovviamente diverso, all’appropriazione indebita il cerchio si fa completo e, per meglio dire, si avvita in un unico testacoda. C’è poesia, c’è persino un velo di dolce ironia, ma non c’è in fondo speranza per la razza umana, che lo voglia o meno legata a doppio filo a violenza, egoismo, tradimento, prevaricazione e quanti ulteriori istinti cosiddetti bestiali. Sarà Ada, con pietà, a togliere i peccati del mondo o magari a indicare la strada di un’era a venire? Intanto, Lamb è un piccolo, grande cult del nuovo e cupo decennio.

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