Recensioni

Era d’obbligo un cambio di marcia e fortunatamente Warner Bros. non si è fatta trovare impreparata, soprattutto su una delle sue proprietà intellettuali dall’appeal più forte e duraturo. The Batman di Matt Reeves è tutto quello che i fan del Cavaliere Oscuro hanno sempre sognato ed è anche di più: un film dalla pregevole fattura, sorretto da una solida sceneggiatura e da un look che preme sull’acceleratore della nostalgia in pieno stile anni ’90.

Ma facciamo un po’ di mente locale, giusto per mettere ordine a un contesto che negli ultimi anni specialmente è apparso alquanto confusionario. È il 2017 e Warner decide di contattare il regista Matt Reeves per proporgli la regia di The Batman, che avrebbe dovuto proseguire la parabola del Cavaliere Oscuro di Ben Affleck ambientata all’interno del DC Extended Universe. Reeves, all’epoca reduce dal successo di The War – Il pianeta delle scimmie, rifiuta l’offerta in quanto ritiene che un tale progetto non rientri nelle sue corde. Collassato l’universo di Zack Snyder, con Affleck che rinuncia al ruolo di Batman, Reeves viene ricontattato con la promessa di avere carta bianca sul suo film, che sarà ambientato quindi in un universo differente. Il suo Crociato Incappucciato sarà plasmato su Robert Pattinson, attore che in questi ultimi dieci anni ha saputo costruirsi una solida carriera al di fuori dei circuiti mainstream risollevando le sue sorti critiche dopo il successo globale della saga di Twilight (pensiamo a Good Time, Civiltà perduta e The Lighthouse).

Facciamo un salto di cinque anni: The Batman esce nelle sale dopo un anno di rinvio causa pandemia ed è un trionfo. Miglior weekend al box-office del 2022, miglior esordio di Warner in era pandemica e secondo miglior esordio dell’era contrassegnata dal coronavirus dopo Spider-Man: No Way Home; punteggi altissimi raggiunti grazie al giudizio critico di mezzo mondo e all’opinione dei fan rimasti con l’amaro in bocca dopo il trattamento riservato al (pur dimenticabile) Batman di Snyder. Ovviamente sono già volati i paragoni con l’ultima trilogia di Christopher Nolan ma anche se in termini di “setting” e di “intenzioni” potremmo forse trovarci da quelle stesse parti, The Batman ha uno stile e soprattutto un’anima del tutto differente e personale, non riconducibile alla poetica d’autore nolaniana.

Reeves è abile prima di tutto a restituire un’ambientazione che rispecchi totalmente le pagine di partenza, con una Gotham perennemente immersa nella notte, vessata dalla criminalità dilagante, vittima di un sistema di corruzione radicato fino all’inverosimile, dove i personaggi davvero puri si contano su una sola mano. Non è un caso, ad esempio, che tra le location scelte per ricostruire la città ci siano Liverpool e Glasgow, ovvero città operaie, di gente comune che vuol solo sbarcare il lunario. Costruisce quindi la sua Gotham come una città maledetta abitata dalla corruzione (anche psicologica) dei suoi personaggi, da cui lo stesso Batman / Bruce Wayne non è escluso. Potremmo persino definire The Batman un film su Gotham (leggere Stati Uniti) anziché uno ambientato a Gotham.

Il regista decide quindi di prendere il genere cinecomic – tra i più abusati negli ultimi anni – e inzupparlo nella storia del cinema. Classico e postmoderno si fondono in un tutt’uno proprio come già operato negli ultimi due film della saga de Il pianeta delle scimmie (Apes Revolution e The War). Classico perché recupera le atmosfere da noir anni ’40 da cui proprio il (The) Batman di Bob Kane era partito al suo esordio: introducendo per la prima volta la voce fuori campo di Bruce Wayne nella storia; delineando connessioni tra i vari personaggi che appaiono quasi facce multiple della stessa oscura medaglia (non a caso scopriremo diverse parentele e dualismi nel corso della storia). Tutto questo viene quindi riversato in una struttura che ricorda il tipico thriller anni ’70 (con i suoi rimandi veraci e sanguigni a certo William Friedkin) ma con una progressione figlia degli anni ’90 (David Fincher è una figura chiave in tal senso, si parte dal suo Seven per arrivare a Zodiac e, perché no, anche a The Game). Osservando e citando lo spettro completo degli universi batmaniani (c’è molta Batman: The Animated Series ma anche la recente trilogia di Arkham in campo videoludico) Matt Reeves ci consegna la prima vera incarnazione del Batman detective che ogni giovane lettore di fumetti ha incontrato nel suo primo approccio al personaggio.

The Batman è un film dichiaratamente politico, che descrive un sistema corrotto e marcio fino al midollo (il film sarebbe dovuto uscire a conclusione della presidenza Trump), e (quasi) privo di qualsivoglia speranza di resurrezione, se non attraverso un’epurazione che acquista contorni da racconto biblico. Ma siamo davanti anche a un film estremamente sensoriale: capace di costruire immense sequenze visivamente da brivido (dall’inseguimento in macchina “a caccia” del Pinguino alla processione con tanto di fiaccola tra le tenebre, tra toni arancioni, rossi e marroni di un Greig Fraser ispiratissimo alla fotografia) ed esaltare lo spettatore grazie all’uso della partitura di Michael Giacchino, decisamente funzionale e che non fa rimpiangere le uscite precedenti di Zimmer ed Elfman.

Da rimarcare poi due squisite incursioni di Something in the Way dei Nirvana, con il Bruce Wayne di Pattinson dichiaratamente ispirato alla figura di Cobain. Il suo è un personaggio al limite dell’apatia, incurante delle relazioni interpersonali, evidentemente represso e “costretto” a sfogare di notte una rabbia sconsiderata che sembra echeggiare le risse tra baby gang, fenomeno quest’ultimo alimentato dai due anni di pandemia appena trascorsi.

Ovviamente, non ci troviamo davanti a quel capolavoro che tanta critica sta decantando: la durata di quasi tre ore non è propriamente giustificata, anche per via di una parte centrale che gira un po’ a vuoto, probabilmente proprio per sua stessa natura: il voler glissare sulla origin story del personaggio è una scelta che limita le possibilità di agire in maniera didascalica sulle relazioni personaggi già noti e che quindi deve essere in grado di restituire un ventaglio emotivo maturo già in medias res, con il rischio di inficiare in negativo su tutta l’economia della vicenda.

Un’operazione, quest’ultima, che può dirsi compiuta solo a metà (il responso definitivo ce lo daranno i già confermati seguiti). Rimane, però, indubbio che se questo è il biglietto da visita di Matt Reeves nel cinecomic, siamo in mani più che capaci e sapienti (ma questo lo sapevamo già).

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