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Spencer non è un film drammatico, o perlomeno non solo, né tantomeno un film biografico. Il nuovo film di Pablo Larraín, presentato alla Mostra del cinema di Venezia, finalmente in uscita nelle sale italiane il 24 marzo 2022 dopo vari rinvii, è puro cinema che segue Diana Spencer nel corso dei tre giorni trascorsi durante le feste natalizie del 1991 a Sandringham House, nella contea di Norfolk. La cornice temporale, netta, non è però che una soglia liminale tra passato, presente e altre forme di futuro. La collocazione spaziale è altrettanto destabilizzante: la residenza di campagna della casa reale inglese è infatti assimilabile all’Overlook Hotel kubrickiano di Shining. Tanti lo hanno evidenziato negli scorsi mesi, eppure resta il termine di paragone psico-architettonico più calzante, anche perché Spencer potrebbe essere tranquillamente inquadrato come un lungometraggio horror, nel genere gotico de Il giro di vite, scandito da camminate thrilling su tappeti rossi, strane presenze e allucinazioni. D’altronde, Spencer è il secondo ritratto nella trilogia del regista cileno dedicata alle star femminili accomunate da un destino avverso e già Jackie, che l’aveva inaugurata nel 2016, non lesinava per esempio in dettagli sul cranio in frantumi di John F. Kennedy, assassinato nel ’63, ruotando spesso e volentieri per giunta attorno a un altro luogo reso entità quasi animata, La Casa Bianca.

Visivamente superbo con il supporto alla fotografia di Claire Mathon (Ritratto della giovane in fiamme), il febbrile giro di vite che si srotola in Spencer è appunto quello di Lady Diana, volteggiante negli abiti riprodotti da Chanel, tra i costumi a cura di Jacqueline Durran, in bilico tra esistenza percepita – in primis, dagli altri – e spalancarsi di possibilità alternative, ma è anche il giro di vite dello spettro di Anna Bolena, sposa reale dalla medesima sorte bastarda, prima regina inglese a essere condannata a morte per alto tradimento da Enrico VIII nonostante il tradimento lo avesse subito, che appare alla principessa del Galles come visione di monito, oppure come spirito guida verso la consapevolezza. La stessa Diana potrebbe perdere metaforicamente la testa, tradita da Charles e costretta al contempo ad adempiere alle formalità della Corona come se niente fosse. È allora curioso che Larraín abbia scelto la sua attrice principale, Kristen Stewart, dopo averla vista all’opera, dosando senso del mistero e vulnerabilità, non tanto nelle sue precedenti prove per biopic vari, nei panni di Joan Jett, J. T. Leroy e Jean Seberg, bensì in un’altra pellicola altamente fantasmatica (e per inciso meravigliosa) come Personal Shopper di Olivier Assayas.

Non per tutti, privo di messaggi a presa rapida, Spencer non segue le vicende di Diana con pretese di esaurienza narrativa (a quello, al cinema, ci aveva pensato da ultimo Oliver Hirschbiegel nel purtroppo fallimentare Diana con Naomi Watts). Larraín preferisce i paesaggi emotivi agli eventi storici, in fondo altrettanto soggettivi in quanto riportati da terzi. Spencer sperimenta attorno a una delle più celebri figure della cultura di massa e trasforma il surrealismo nella più realistica chiave di lettura possibile, trasformandosi a sua volta in un nevrotico capolavoro di passaggio dall’ermetismo dell’implosione al riscatto dell’esplosione. Reputato da alcune delle persone vicine a Lady D uno dei suoi ritratti più attendibili, Spencer rende omaggio al suo soggetto di studio avvalendosi di una verosimiglianza innanzitutto umana, mantenendosi alla larga dalla tentazione della caricatura, e dell’immaginazione nel donarle un’altra possibilità, quella possibilità di scelta che non ha mai avuto. Per la sceneggiatura, Steven Knight  –  in CV, La promessa dell’assassino con David Cronenberg e la serie televisiva Peaky Blinders – è partito dai racconti in viva voce di chi aveva presenziato davvero al weekend natalizio del ’91 per poi convertire la “vera tragedia” in atto in una “favola” universale.

Quello che arriva su schermo è una sorta di flusso di coscienza, iconoclasta e liberatorio, trainato dalla notevole e singolare performance di Stewart, probabilmente la miglior performance del 2021 che le è valsa a sorpresa la nomination come migliore attrice agli Oscar 2022. A sorpresa perché un tour de force arty di anti-over acting, sotto camera ravvicinata, privo di beceri stratagemmi prostetici o di trucco, sembra quanto di più distante dagli abituali standard dell’Academy. Fedele ma via via personale nella metamorfosi, Stewart internalizza gli stati d’animo di Diana, restituendoci l’ottovolante dei dissidi da lei sofferti: la dorata prigionia dal clima militare – con tende delle finestre rigorosamente chiuse al posto delle sbarre, un guardiano-carceriere incaricato di sorvegliarla e incarnato da un accigliato Timothy Spall – e la correlata claustrofobia che mozza il fiato, l’obbligo di “non fare rumore” e adeguarsi alle apparenze imposte, l’autolesionismo rivelato da disturbi alimentari e ferite autoinflitte, l’imminente capolinea del glaciale matrimonio con Charles (Jack Farthing), la necessità di fuga («There’s no hope for me with them»).

Diana è la mina vagante in un microcosmo di figurine: allo sbando nei suoi viaggi solitari in auto («Where the fuck am I?»), sempre in ritardo e di conseguenza a sua insaputa premonitrice («Will they kill me?»), comune tra la gente comune, in disintegrazione tra lucidità e stravaganza. Il picco massimo di tensione, con un pathos degno di Mulholland Drive, è raggiunto nella clamorosa sequenza onirica relativa alla collana di perle, ricevuta in dono da Charles ma identica a quella da lui regalata all’amante, con gli archi che suonano, minacciosi, attorno alla sfarzosa tavola imbandita, nel momento in cui Diana perde il controllo, si strappa la catena di gioielli dal collo e li ingoia assieme alla zuppa gourmet.

Non dimentichiamo, come avvenuto per Jackie, l’invadenza ancora più esasperata degli occhi esterni nella sfera privata di Diana, negatale tra le mura domestiche, rubatale dagli obiettivi dei paparazzi. Si è letto qua e là dei paralleli, per quanto riguarda questo ultimo punto, tra Lady D e Stewart – sotto la luce dei riflettori sin da dodicenne in Panic Room di David Fincher, ingiustamente cristallizzata nel ruolo dell’adolescenziale Twilight al pari dell’altrettanto bravo Robert Pattinson – ma sono paralleli abbastanza impropri. Eventualmente, può dirsi azzeccata la scelta di una delle attrici più spontanee e imprevedibili del panorama hollywoodiano, destabilizzante nello stardom così come Diana lo era nella genealogia reale. Potremmo parlare dell’arte di sabotare le regole, espressa a chiare lettere durante la scena della battuta di caccia. Il compito di Stewart è farsi medium per l’empatia di Diana, quella che nutriva per gli altri e desiderava per sé. Larraín è stato chiaro da subito sugli obiettivi dell’operazione: «Questa è la storia di una Principessa che ha deciso di non diventare una Regina, ma ha scelto di costruire la sua identità per conto proprio. Questo è il cuore del film. Volevo esplorare il processo di Diana, mentre oscilla tra dubbio e determinazione, sancendo finalmente una pausa per la libertà, non soltanto per se stessa ma anche per i propri figli. È stata una decisione che avrebbe definito il suo lascito: un atto di onestà e umanità che rimane impareggiabile». L’identità è rappresentata dalla riaffermazione del proprio cognome, ovviamente, e quindi delle proprie radici.

Ci troviamo catapultati tanto nella dimensione dell’incubo quanto in quella del sogno. Se in Jackie al centro c’era la morte, in Spencer si compie un passo ulteriore, verso la vita. Secondo Stewart, «il nostro film è un distillato di sentimenti», perché «per renderle giustizia volevamo assicurarci che Diana fosse fottutamente viva». Forse è per questo che la Diana di Stewart  – un’americana sino al midollo che interpreta Her Royal Highness – sorprende in maggior misura quando dispensa immensa luce, quella che fa brillare il rapporto fondamentale con i figli nell’emozionate gioco fra i tre a lume di candela (la chimica con i piccoli Jack Nielen e Freddie Spry, perfetti, è magica) e che fa brillare di riflesso chiunque sia bendisposto a incrociarla sul suo cammino – come si evince dal dialogo in spiaggia al fianco di Sally Hawkins, nei quali Stewart affiora su Diana con la sua risata, anziché immergersi in lei assumendone perfettamente movenze e pronuncia inglese (per inciso, la versione doppiata in italiano è da evitare). Il personaggio metafisico affidato a Hawkins incarna l’amore provato verso Diana dalla gente, là fuori. Anche la madre di Larraín amava Diana e Larraín ha parlato non a caso di un film sulla maternità, in un cerchio che si chiude.

E c’è la musica, tanta musica. Larraín non sbaglia un colpo e, dopo aver chiamato Mica Levi per Jackie, stavolta si è affidato a Jonny Greenwood (Radiohead), che lo ha ripagato della fiducia firmando probabilmente la sua miglior colonna sonora a oggi. Le partiture di Greenwood – eseguite dalla London Contemporary Orchestra, da un quartetto d’archi e da una band alla quale contribuiscono Byron Wallen alla tromba, Alexander Hawkins ai tasti e Tom Skinner dei Sons Of Kemet alla batteria – coadiuvano orchestrazioni classiche e free jazz prossimo all’improvvisazione, aderendo come un guanto al setting quando maestoso quando terrorizzante nonché agli sbalzi di mood di Diana. Inoltre, è la musica ad accompagnare idealmente Diana nei flash di danza che ne sprigionano l’essenza. Diana si eleva, trascende, corre altrove, torna a casa e torna a sperare.

Tutti abbiamo bisogno di un miracolo, per collegarsi alla conclusiva, spiazzante All I Need Is a Miracle dei Mike + The Mechanics. Qui il miracolo è sia la bellezza straordinaria del film, sia la via d’uscita che Diana si meritava e che ora le viene finalmente concessa.

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