Recensioni
Correva l’anno 1999 e su MTV una giovane Aaliyah selezionava Closer dei Nine Inch Nails tra i suoi video preferiti di sempre: «Un altro motivo per cui mi piacciono i NIN», diceva guardando in camera con la sua tipica compostezza, «è perché la loro produzione ha qualcosa in comune con alcuni dei miei lavori, alcuni beat di Timbaland». In un contesto come quello degli anni Novanta, ben più rigido di oggi nella frammentazione del mercato in base ai generi musicali, questi piccoli momenti di cosiddetto ‘crossover’ lasciavano intuire l’esistenza di un onnivorismo destinato a venire propriamente allo scoperto nell’era dello streaming. Non è un caso che Aaliyah sia poi diventata, assieme alla Brandy delle collaborazioni con Darkchild e la Janet pre-Y2K, uno dei punti di riferimento per il cosiddetto ‘alternative R&B’ degli anni Dieci, battezzato, tra gli altri, dalla musicista originaria di Washington D.C. Kelela con l’imprescindibile mixtape CUT 4 ME (2013).
Nonostante Kelela stessa abbia spesso rifiutato la dicitura ‘alternative R&B’ come un tentativo di promuovere un genere mainstream e quintessenzialmente Black a un pubblico bianco ‘più sofisticato’, oggi parlando del suo lavoro l’artista sembra essersi assestata sul termine ‘experimental RNB’ con convinzione, se non altro in riconoscimento del suo continuo tentativo di testare la duttilità del genere, dalle ibridazioni IDM di Hallucinogen (2015) all’incontro dei suoi vellutati vocal con l’ambient in Aquaphoria (2019); dalle atmosfere post-rave di Raven (2023) alle inflessioni jazz di In The Blue Light (2025).
Con new avatar, il suo terzo album per Warp, Kelela scomoda l’asse indie-alternative rock, un’impresa che si ricollega idealmente al suo passato da «indie girlie» – il suo primo brano, dice, fu scritto in una «punk house» agli albori del suo apprendistato come vocalist del gruppo alt-rock Dizzy Spells. Le chitarre non sono mai mancate nell’R&B, da Prince a Miguel, passando per le sobrie collaborazioni di Mary J. Blige con Eric Clapton o le distorsioni cool della stessa Aaliyah. Eppure, come dimostra la recente curiosità attorno all’inedito disco grunge registrato da Mariah Carey in sordina negli anni Novanta, l’incontro tra le sonorità e gli stilemi del rock alternativo e quelli dell’R&B continua a rivelare un margine d’imprevedibilità. E chi meglio di Kelela poteva accettare questa sfida?
Complice la co‑produzione di Oscar Scheller (Lily Allen, PinkPantheress, Shygirl), più che presentarsi come un radicale cambio di rotta, new avatar punta soprattutto sulla fluidità tra i linguaggi già esplorati da Kelela – R&B, elettronica, club music – integrandoli con l’uso delle chitarre. Nel primo singolo idea 1, uno dei brani più propriamente rock del lotto, l’intimità, la morbidezza e la precisione ritmica della sua voce restano intatte mentre si muovono tra le delicate pennellate di chitarra d’apertura e i repentini accenni shoegaze del ritornello, dove il suo soprano ascende con un rinnovato senso d’urgenza («Don’t you look away»). Man mano che il brano si dispiega e si apre al mondo esterno per una boccata di fumo, emergono i rumori del traffico cittadino, tratti distintivi dei dischi di Kelela.
Gli altri brani che, come idea 1, spingono davvero sull’uso della chitarra alla ricerca di soluzioni innovative – tanto per il rock quanto per l’artista – si contano sulle dita di una mano. In linknb, un sincretico incontro tra club beats scanditi da penetranti bassi e sonorità grunge leggermente riverberate, Kelela aggiunge al suo canone di flex un iconico «All I know is that I paved the way / underpaid». Intanto, sullo sfondo, un soffocato e distorto sample della rapper La Chat allude all’appropriazione dell’hip hop nei crossover di band come i Linkin Park. Lo scrosciare della pioggia in retaliation lullaby – senza dubbio un nuovo picco nella sua discografia – richiama immediatamente alla mente i temporali dei brani di Janet. Qui, però, uno scenario dolceamaro alla Again («you kiss me / I’ll turn away») viene allestito a mezzo di field recording, un mesto arpeggio di chitarra elettrica e una sottile linea di basso, elementi che assumono una qualità atmosferica, lasciando in primissimo piano gli accorati melismi di Kelela («When to walk and when to fight?»). Questi ultimi dominano incontrastati anche in outta time, dove le ruvide riflessioni di Kelela («Don’t cut me off / See now you really fucked up») si intrecciano in un duetto con il sensuale timbro di A.K. Paul e sembrano competere con le note più alte della chitarra elettrica nel ritornello.
Nella pur graziosa doppietta centrale against me / crystalize e in going down le influenze alt‑rock restano in circolo, ma vengono piegate a favore di un pop‑rock sorprendentemente middle of the road che finisce per ricordarmi gli Skunk Anansie più intimi e trattenuti nel primo caso e, ahimè, il gusto per il rock anni Ottanta da stadio di Twin Shadow, nel secondo. Pur trattandosi di brani che avrebbero potuto spingere l’acceleratore sul versante «guitar‑forward», per usare l’espressione con cui Kelela ha descritto new avatar, fungono da ulteriori saggi del suo range artistico molto più dei piatti duetti new life forms (con Fousheé) e the bridge (con PinkPantheress), brani che abbandonano del tutto le chitarre a favore di un R&B danzereccio e monotono che su un disco come Raven avrebbe inevitabilmente abbassato la posta in gioco.
Per il meglio di Kelela in quell’ambito, fortunatamente, ci sono le influenze drum and bass e garage della ruvida don’t piss me off (con tanto di sample di Craig David) e l’ottimo singolo point blank, una sorta di erede spirituale nel sound e nelle tematiche della folgorante Enemy da cui tutto era cominciato nel 2013 («And the more I pour, the more you reap / And I’m too spent to weep»). Pur non aderendo del tutto all’ethos sperimentale che ha sempre contraddistinto l’approccio di Kelela, new avatar amplia ancora una volta il sound di un’artista da sempre proiettata nel futuro e, qui più esplicitamente che in passato, impegnata a mettere in luce l’arbitrarietà delle convenzioni di genere.
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