Recensioni

Collegno, Flowers Festival, 11 luglio: il pomeriggio è iniziato con uno di quei temporali estivi che sembrano fatti apposta per mettere alla prova la fede dei fan, con nuvoloni neri arrivati dal Musinè e un acquazzone che ha inzuppato la Lavanderia a Vapore prima ancora che si accendesse un solo led. Poi, come da copione di questi tempi, il cielo si è pulito giusto in tempo per il concerto, lasciando dietro un’aria umida e quella luce lavata che rende ogni scenografia più nitida — e la scenografia di questo nuovo tour di Caparezza, va detto, ne aveva bisogno, perché sul palco dell’artista pugliese c’è un apparato scenico impetuoso fatto di cartapesta, meteoriti sospesi e schermi led che raccontano un viaggio tra galassie immaginarie e crisi esistenziali molto terrene.

Per capire perché migliaia di persone (lo show è sold out da quasi un anno) fradice fino alle ginocchia fossero comunque disposte ad aspettare sotto la pioggia, bisogna fare un passo indietro nella storia di Michele Salvemini, che di anni – come ci ricorda più volte durante lo spettacolo – ne ha più di cinquanta e di carriere ne ha attraversate tante, a volte completamente diverse tra loro.

C’è stato il Salvemini mainstream, costruito secondo i canoni del pop televisivo di metà anni Novanta sotto lo pseudonimo di Mikimix: una stagione culminata con il discreto successo di La mia buona stella, ma vissuta dallo stesso artista come un vicolo cieco creativo. Poi, all’inizio degli anni Duemila, la rinascita con il nome Caparezza e album come Verità supposte e Le dimensioni del mio caos ha spostato il baricentro del rap italiano, arricchendolo di satira sociale, citazionismo colto e una scrittura senza equivalenti nel panorama nazionale.

Da lì in avanti sono arrivati album concettuali come Museica, Prisoner 709 ed Exuvia, ognuno costruito attorno a un’unica grande metafora — la musica come prigione dorata, la mente come crisalide da cui uscire — e ognuno accompagnato da un immaginario visivo fatto apposta per il palco. Nel 2015, come è noto, si è aggiunto un dettaglio che con il tempo è diventato materiale artistico: un acufene persistente, che l’artista ha imparato a raccontare invece che nascondere, facendone un’ulteriore lente attraverso cui guardare se stesso e il mondo.

Orbit Orbit, il disco e fumetto che ha dato il nome al tour e che è stato insignito del Premio Tenco come Migliore Album del 2026, arriva quindi come l’ultima tappa di un percorso che da anni unisce fumetto, teatro e canzone, e a Collegno questa vocazione narrativa si è vista distintamente fin dai primi minuti. Lo spettacolo si apre con Il banditore, che funziona da imbonitore da baraccone e introduce Il pianeta delle idee e Io sono il viaggio, due brani che chiariscono subito la regola del gioco: lo spazio, in questo concerto, è solo un pretesto elegante per parlare di introspezione, ansia e ricerca di senso, argomenti su cui Caparezza scrive ormai da un ventennio senza mai risultare ripetitivo.

Il cuore dello show si apre con il passaggio da Mica Van Gogh a Vengo dalla luna, che resta il momento più riuscito della serata sul piano della scrittura: un brano nato più di quindici anni fa viene ricontestualizzato dentro un tour “spaziale” e torna a suonare, sorprendentemente, ancora attuale, come manifesto di chi si sente fuori posto ovunque metta piede. Successivamente, l’asse si sposta su toni più oscuri con Pathosfera e Darktar che costruiscono un’atmosfera densa e quasi claustrofobica, prima che China Town apra una parentesi più intima, accompagnata dalla fumettista Lorena Canottiere che disegna dal vivo un’opera destinata a un’asta benefica per EMERGENCY: un gesto che Caparezza ripete data dopo data e che, senza tanta retorica, dà corpo concreto a un impegno civile spesso solo dichiarato da altri artisti.

Il gran finale arriva con il dittico Abiura di me e La fine di Gaia, un’apocalisse giocosa e grottesca costruita con cori da stadio e un’esplosione visiva che chiude simbolicamente il viaggio cosmico. Prima dei bis, c’è spazio per una svolta di segno opposto: Una chiave spoglia il palco di ogni orpello scenografico e riporta tutto a un uomo solo davanti al microfono, dedicato al fumettista palestinese Naji al-Ali: celebre per aver creato Handala — un bambino rifugiato che volge le spalle allo spettatore in segno di protesta, divenuto simbolo della resistenza palestinese — l’artista fu assassinato a Londra nel 1987. Il trittico conclusivo, Fuori dal tunnel, Jodellavitanonhocapitouncazzo e Vieni a ballare in Puglia, chiude la serata nel modo più tipicamente caparezziano possibile: facendo ballare un parterre ancora bagnato su testi che parlano di disagio, incomprensione e territori difficili, senza necessariamente accorgersi della contraddizione.

Alla fine, al netto dei trascurati ?! e Habemus Capa, e del semi-ignorato Il sogno eretico, resta uno spettacolo enorme, forse anche eccessivo (nel migliore dei significati possibili): pupazzi alti diversi metri, giochi pirotecnici, costumi, fumi che a tratti danno quasi fastidio alle papille gustative della parola pura, su cui, alla fine, si fonda lo stile di Capareza. Ma dentro la logica del fumetto e dell’immaginazione su cui Orbit Orbit è costruito, tutto questo eccesso ha senso: è un mondo disegnato, e i mondi disegnati hanno il diritto di essere sopra le righe. Resta la sensazione di aver assistito a uno spettacolo che, temporale compreso, funziona ormai come un meccanismo collaudato, eppure capace di far ridere, ballare e riflettere nello spazio di un solo ritornello — cosa che, va detto, a pochi altri artisti italiani riesce ancora con questa naturalezza.

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