Mick Jagger prende le distanze dall’idea di trasformare i concerti in momenti di militanza politica. Intervistato da David Marchese per il podcast The Interview del New York Times, il frontman dei Rolling Stones ha spiegato di vedere il palco come uno spazio principalmente dedicato all’evasione, in un momento in cui il recente approccio di Bruce Springsteen ha riacceso il dibattito sul ruolo politico degli artisti.
In realtà, Jagger non è entrato direttamente nel merito del rapporto tra musica dal vivo e politica. Ha risposto piuttosto a una domanda sul diverso modo di rapportarsi al pubblico: da una parte Bob Dylan, storicamente refrattario a qualsiasi interazione con la platea, dall’altra Springsteen, che coinvolge i fan anche nelle proprie battaglie civili e politiche.
“Il mio compito nella musica dal vivo è fare in modo che le persone che vengono ai concerti vivano la migliore esperienza possibile”, ha dichiarato Jagger. In altre parole, i live dovrebbero permettere al pubblico di “dimenticare per due ore tutti i problemi, i problemi del mondo, il mutuo e tutto il resto”. “È un po’ come andare a vedere una partita”, ha aggiunto. “Tutto il resto viene messo da parte. Stai solo guardando chi vincerà. Non vuoi fare loro una lezione”.
Jagger ha quindi spiegato che il coinvolgimento del pubblico, per lui, non passa attraverso i discorsi politici ma attraverso la costruzione di un’esperienza condivisa, un approccio che attribuisce in larga parte all’influenza di Little Richard: “Quando sono andato in tour con Little Richard ho capito come si poteva fare quello che faceva lui. Era diverso dagli altri: salivano sul palco, suonavano le loro canzoni e se ne andavano. Lui, invece, abbracciava il pubblico, lo coinvolgeva nella sua visione del mondo. Li faceva alzare, sedere, scherzava con loro. Per un po’ si creava una vera comunità. Negli stadi è molto più difficile ottenere lo stesso effetto, ma devi riuscirci comunque”.
Diverse modalità
Le sue parole arrivano in un momento in cui il ruolo politico degli artisti sul palco è tornato al centro del dibattito. Springsteen ha scelto di utilizzare il suo Land of Hope and Dreams American Tour anche come spazio di denuncia, criticando più volte l’amministrazione Trump, con lo stesso presidente intervenuto pubblicamente per attaccarlo.
Se per Jagger i live sono soprattutto evasione, questo non gli ha impedito in passato di lanciare alcune frecciate politiche. Nel 2024, al New Orleans Jazz & Heritage Festival, aveva ironizzato sul governatore repubblicano della Louisiana Jeff Landry, criticando le sue posizioni considerate poco inclusive.
Una scrittura comunque politica
E per quanto riguarda la scrittura, anche l’aspetto politico non viene trascurato. Lo dimostra Foreign Tongues, dove Jagger inserisce riferimenti al clima politico contemporaneo all’interno di una storia di viaggio ed evasione. A un certo punto il protagonista approda nell’unico locale di una cittadina sperduta, il cui nome è emblematico: “The only club was called Conspiracy”. È un luogo dominato da complotti, fanatismo e pulsioni autoritarie (“What they wanted was tyranny…”), immagini che arrivano senza mai trasformare il brano in un manifesto politico.
“Ho preso l’abitudine di scrivere canzoni che parlano di relazioni personali e poi aggiungo una strofa sulla politica”, ha spiegato Jagger. “L’ho imparato da altri cantautori, anche perché nessuno vuole ascoltare un’intera canzone sulla politica o sui commenti sociali”.