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Era il 2016 quando un oggetto estraneo e sconosciuto chiamato Stranger Things irrompeva nelle case di tutto il mondo (o almeno di quelle degli abbonati Netflix) per ridisegnare i confini del prodotto di intrattenimento di largo consumo, che avrebbe fatto da cassa di risonanza per tutti quei nostalgici di un cinema e di un modo di concepire l’avventura e il racconto più in generale in maniera giocosa e disimpegnata, divertita ma mai prona al fan-service. Gli anni ’80 erano un carro sul quale salire il prima possibile prima che l’omaggio scadesse nella parodia involontaria e poi in quella dichiarata. Ci avevano pensato già J.J. Abrams con il suo Super 8, omaggio a quello stesso cinema e in primis a Steven Spielberg, che qualche anno più tardi sarebbe intervenuto personalmente con Ready Player One apponendo anche la sua firma a questo decennio di citazionismo sfrenato e ritorni al passato.

La prima stagione di Stranger Things, firmata dagli sconosciuti Duffer Brothers, aveva già tutto quello di cui aveva bisogno: personaggi adorabili e per i quali fare il tifo, un racconto che più di una volta strizzava l’occhio alla penna di Stephen King (e non solo a quella, dato che pure il font della serie riprende la grafica 80s dei libri dello scrittore del brivido del Maine) e attori di supporto che avevano segnato un’epoca, tra cui una Winona Ryder ripescata dall’oblio e un inquietante Matthew Modine nei panni del villain. Anche il finale, sebbene rimandasse inevitabilmente a una seconda stagione, era perfettamente costruito come una conclusione autonoma e gli episodi fino a quel momento avevano già detto tutto quello che dovevano e potevano.

Jamie Campbell Bower nei panni di Henry Creel/Vecna in Stranger Things 5

La seconda e la terza stagione avrebbero calcato ancora di più la mano del citazionismo andando spesso fuori controllo o peggio costituendo l’unica componente di curiosità verso una storia che lasciava per strada già fin troppe contraddizioni e incongruenze (lo si sarebbe visto in seguito con la sottotrama legata al personaggio di Billy, il fratello di Max). L’arrivo della quarta stagione aveva elevato i due Duffer a demiurghi incontrastati, corrispettivo per il piccolo schermo di quello che altri due fratelli, i Russo, rappresentavano e rappresentano tutt’ora per i Marvel Studios al cinema. Gli episodi aumentavano la loro durata così come la portata epica della storia, con l’introduzione di un villain apparentemente “creato” dalla stessa protagonista: Vecna. Un punto di svolta e di non ritorno per lo show, che nel frattempo macinava record all’impazzata, con numeri da capogiro sulla piattaforma.

Nel frattempo, però, gli anni passavano nell’attesa e i protagonisti hanno vissuto tutta la loro adolescenza fuori dallo schermo, venendo ovviamente sempre incalzati dai media di settore. Il mondo stesso è cambiato, così come è cambiata Netflix. L’epoca in cui una serie come Stranger Things veniva distribuita in un’unica soluzione al debutto sembra lontana una vita e ora si gode i frutti di una strategia più tradizionale, che permetta agli appassionati di riprendere fiato e soprattutto di discutere delle più fantasiose teorie tra una tranche di episodi e l’altra. Una strategia portata al suo punto più estremo con la quinta ed ultima stagione, distribuita in tre parti: un Volume 1 da quattro episodi, un Volume 2 da tre episodi e un gran Finale da oltre due ore di durata. Qualcosa, tuttavia, si era già inceppato. Se nella scorsa stagione questo non era immediatamente percepibile, nella quinta è diventato palese già a pochi minuti dall’incipit. Parliamo di una fastidiosa sensazione di vuoto tra le dinamiche dei protagonisti che fanno avanzare la narrazione quasi avesse un pilota automatico in grado di evitare qualsiasi tipo di turbolenza.

Stranger Things 5, la scena finale della serie

Quando lo scenario non comprende più Vecna/Henry e il suo piano di distruzione, la storia fa davvero tantissima fatica a ingranare e a mantenere un ritmo che non risulti il più delle volte meccanico, quando non dichiaratamente didascalico. Siamo a conoscenza di tutte le frazioni in atto tra i vari personaggi, ma la modalità in cui queste vengono risolte lasciano ampiamente a desiderare: la faida tra Dustin e Steve viene protratta anche troppo a lungo, così come i vari rimproveri di Hopper a Undici; il coming out di Will oscilla tra momenti di pura dolcezza (gli scambi con Robin) e altri più ruffiani e ricattatori (la rivelazione vera e propria a tutti gli amici e parenti). È vero peccato, infine, che ad essere stata sacrificata maggiormente, specie nella stagione conclusiva, sia stata la relazione tra Undici e Mike, motivo per cui tutta la parte conclusiva (l’ora abbondante che succede la sconfitta del villain) appare come smorzata, privata della sua potenziale intensità.

L’ora di commiato dello show, sul modello de Il Ritorno del Re di Peter Jackson, procede spedita lungo binari già configurati, senza alcun sussulto né note fuori posto: lineare, e capace di suscitare una commozione che inevitabilmente inonda lo spettatore, vuoi perché è sempre un dispiacere quando personaggi che si sono visti letteralmente crescere abbandonano le nostre vite, vuoi perché nei momenti finali si ricrea quel senso di unione e amicizia che aveva inaugurato la serie.

Stranger Things, che siate disposti ad ammetterlo oppure no, ha segnato un periodo ben preciso della narrazione audiovisiva (e dello streaming sopratutto), nel bene e nel male, e non sarà un finale (molto) poco all’altezza a cancellare la sua impronta.

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