Recensioni

1986. Sei mesi dopo la battaglia di Starcourt, e come vedevamo nell’epilogo di Stranger Things 3, Joyce, Will e Jonathan si sono trasferiti in una piccola cittadina della California adottando Undici (orfana di Hopper), mentre Mike, Dustin, Lucas, Max, e i più grandi Nancy, Steve e Robin, sono rimasti a Hawkins continuando le loro vite lì dove tutto è iniziato ad andare a rotoli. Undici ha perso i propri poteri e fatica a inserirsi nel nuovo contesto scolastico, dove è costretta a subire atteggiamenti di bullismo dei propri compagni. La situazione precipiterà il giorno dell’arrivo di Mike in visita, con conseguenze inaspettate per tutti quanti. Nel frattempo, Hawkins continua a mantenere la fama di città maledetta quando una forza oscura comincia a mietere le sue prime vittime e con i nostri eroi superstiti chiamati a fronteggiarla e a scoprire cosa si cela dietro la lunga striscia di sangue e morte che ancora una volta li condurrà negli abissi del Sottosopra.
A sei anni dall’esordio su Netflix e dall’esplosione di questo incredibile fenomeno commerciale e di costume, i fratelli Duffer tornano in maniera ancora più consapevole del successo che hanno tra le mani e, soprattutto, dopo una pandemia che ha imposto una pausa di quasi tre anni a tutta la produzione. Una pausa in qualche modo funzionale all’elaborazione di quella che non facciamo fatica a definire la migliore stagione della serie finora. Stranger Things 4 compie un balzo imprevedibile e sorprendente rispetto alle stagioni precedenti e ci porta in un territorio pur sempre famigliare, ma un filo più adulto e meno avvezzo a certe concessioni che invece avevano costituito la sua (spesso insopportabile) cifra stilistica.
Indubbiamente, a questo intento ha contribuito anche la durata considerevole di ogni singolo episodio (andiamo da un minimo di 64 minuti al massimo di 98 minuti raggiunto dall’ultimo episodio di questo Volume 1, con i due episodi del Volume 2 ancora più ampi) che ne fa praticamente dei mini-film veri e propri con atti ben distinti e caratterizzazioni diversificate. Altro elemento che torna dalla stagione precedente è la divisione spaziale in blocchi e situazioni, con i personaggi suddivisi in tre gruppi che portano avanti altrettante storie in maniera parallela. I Duffer mostrano di aver affinato il loro senso del ritmo e probabilmente la scelta vincente risiede nell’aver circoscritto il personaggio di Undici in uno spazio lontano dal resto del gruppo (una svolta narrativa consolidata nella maggior parte delle produzioni seriali, come ad esempio negli anime, quando il personaggio più forte deve recuperare le forze in attesa dello scontro definitivo). C’è poi la parentesi sovietica nella quale il redivivo Hopper tenta con ogni suo mezzo la fuga dal gulag in cui è stato imprigionato, con dinamiche che ricordano (anche citandolo esplicitamente) il cinema con Steve McQueen.
Da applausi è tutto il nucleo narrativo che fa da cuore pulsante al quarto episodio, con il personaggio di Max che ha il posto che merita, esaltato dalle doti recitative strabilianti di Sadie Sink. E non è solo per la sequenza che coinvolge la Running Up That Hill di Kate Bush, ma per come è in grado di esporre in maniera semplice ed efficace un discorso potente ed esaustivo sulle insidie della depressione in un pubblico adolescente. Per non parlare dell’elogio al potere salvifico della musica.
Impossible, poi, non godere della struttura horror di questa stagione che cita apertamente Nightmare – Dal profondo della notte di Wes Craven, con tanto di sinistra apparizione di Robert Englund nei panni di un personaggio sofferto e cliché al punto giusto. Ma il vero asso nella manica è svelato nella parte conclusiva del Volume 1, quella in cui i ricordi di Undici vengono esplorati e la mitologia del Sottosopra viene ampliata ulteriormente e arricchita di una sua personalissima e suggestiva genesi (nonostante il grande plot twist si possa prevedere con largo anticipo).
Il Volume 2 è un terreno utilizzato dai due registi come banco di prova per eventualmente estrapolare da questa serie generazionale dei possibili spin-off e dei film a se stanti. La lunghezza con la quale si confrontano i Duffer Brothers è paragonabile a quella di un lungometraggio ed evidentemente è proprio con questo formato che i registi volevano provare di aver raggiunto un livello di maturità tale da permettere il passaggio, magari un domani, sul grande schermo. Non tutto, però, funziona alla perfezione, segno che di strada da fare ce n’è ancora parecchia: se l’ottavo capitolo (Papà) si mantiene su buoni ritmi, narrativi e stilistici, (avendo anche una durata simile a quella di tutto il Volume 1), è il nono capitolo (Il piano) quello dove gli evidenti limiti tornano a galla. Le due ore e mezza di durata si percepiscono tutte e non in senso buono. Se è evidente l’intento di ampliare il respiro epico di tutta l’operazione, lo è altrettanto anche il limite che la stessa piattaforma digitale ha consolidato negli anni.
Non parliamo certo di disastro, anche perché trattasi pur sempre di una intera stagione suddivisa in due blocchi, dove l’ultimo serve da apoteosi finale e gancio per l’inevitabile scontro che avverrà nella quinta e ultima stagione. I personaggi e i loro rispettivi ruoli sono ben piazzati sulla scacchiera, così come le motivazioni che spingono ciascuno dei protagonisti. Non ci resta, quindi, che aspettare i Duffer alla prova finale della conclusione di una delle serie che hanno caratterizzato questi ultimi anni.
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