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Un’America povera e rassegnata ridisegna le nuove frontiere della desolazione: in un futuro ormai prossimo (siamo nel 2045), il paese è tutto costruito verso l’alto alla ricerca di niente, perché le persone hanno smesso di vivere la realtà nascondendosi e illudendosi nella virtuale “oasi” di felicità progettata da James Halliday. Eppure tutto era nato come un gioco, una fuga per distrarsi, ma le necessità della sopravvivenza hanno trasformato lo svago in capitale: ognuno ci investe la propria felicità, e da quella si genera profitto. Che sia questo in forma di denaro solido o di balsamo per le proprie mancanze, è solo l’ennesima conseguenza classista di una società che non cambierà mai. Nemmeno tra mille anni.

L’America è ancora lo sfondo perfetto di un racconto universale, specialmente quando si parla di evoluzione (e anche di involuzione) della specie umana; e un po’ come succede in Mad Max: Fury Road di George Miller, o in The Bad Batch di Ana Lily Amirpour, dove all’immagine del futuro corrispondeva un concetto estremista (la conservazione delle nascite per il primo e il cannibalismo per il secondo); è chiaro che anche Ready Player One, a suo modo, propone un’idea di progresso abbastanza spinto. Con la differenza che, lontano dalle devianze violente delle pellicole citate, oggi la storia di Ernest Cline adattata da Steven Spielberg sceglie la via del gioco e dell’interattività. Certo resta una parte di disagio, poi risolta grazie ad un finale bellissimo e consolatorio come nella migliore tradizione spielberghiana, che non ci si scrolla più di dosso: se questo è ciò che ci aspetta, iniziamo ad aver paura.

L’effetto rollercoaster dura più o meno centoquaranta minuti. Un privilegio possibile soltanto all’interno della sala, davanti ad uno schermo gigante che ci inghiotte: il film inizia, con la bruttezza della baraccopoli in cui vive (e si arrampica) il protagonista Wade Watts che stride con le note di Jump dei Van Halen. Qualcuno qui sta cercando di rendere meno triste ciò che di fatto lo è. Ma dimentichiamo per un attimo che Wade è un orfano, che vive in affidamento a una zia che sceglie i fidanzati sbagliati, e che il mondo intorno a lui è disperatamente finito; più la macchina da presa scende tra i grattacieli di lamiere, più lo sguardo di Spielberg riesce a cogliere il bisogno impellente di uscire per crearsi una realtà diversa, forse migliore, o almeno più divertente e sopportabile.

Storia di una ribellione letta attraverso gli occhi di un adolescente (perché sono i giovani il capitale del futuro e l’unica chance di cambiamento), Ready Player One è anche la cronaca pessimista dei nostri tempi. Tocca quindi al regista aggiornare il romanzo ad un’interpretazione meno amara, svincolandosi dal citazionismo di pro forma ormai tanto in voga (in alcuni casi adeguatamente calibrato, come nella serie Stranger Things, in altri proprio sinonimo di mancanza di creatività) e mettendo in scena almeno un paio di sequenze memorabili (tra cui la spettacolare corsa d’auto che termina a Central Park e tutto l’omaggio esplicito a Stanley Kubrick). Il risultato finale è un eccellente action/adventure no-stop in grado di coniugare il fascino dei blockbuster del passato – e fu un certo Spielberg, con Lo Squalo, a dargli i natali – con la forza propulsiva del videogioco contemporaneo (tra citazioni e auto-citazioni irresistibili sembra proprio Spielberg il primo giocatore). L’esperienza immersiva, la morale per nulla scontata e lo spettacolo vertiginoso a cui assisterete vi faranno dimenticare della vita fuori dalla sala. Almeno per un paio d’ore.

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