Stranger Things 5. Un ‘gran’ finale dal doppio volto
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Jacopo Fioretti
- 4 Gennaio 2026
Il tempo che ci separa dal 15 luglio del 2016 è ormai paragonabile a un’era geologica fa e non solo – purtroppo – dal punto di vista della Storia dell’audiovisivo e di Netflix, nel caso ancora più specifico. Anche se noi solo di questo aspetto ci occuperemo, state tranquilli.
Da quella data la piattaforma del TuDum ha visto nascere sempre più competitor nel mercato dello streaming, ha cambiato praticamente del tutto la sua politica per quanto riguarda il sistema degli abbonamenti e le linee editoriali dei contenuti originali, decidendo di guardare al futuro affidandosi agli algoritmi, abbracciando l’AI e lanciandosi alla conquista della distribuzione in sala. Due Netflix diversi, legati da un titolo ponte: Stranger Things.

Lo show dei fratelli Duffer – uscito il 15 luglio 2016 – è stato il primo titolo a regalare a un allora ancora streamer in rampa di lancio la formula vincente per le produzioni self made, divenendo il principale rappresentante dell’ondata di nostalgia anni ’80 e inaugurando l’ultima stagione di rilancio per i successi sul piccolo schermo.
Nove anni dopo – più o meno – è andata in onda la stagione finale, la quinta, secondo una distribuzione sperimentale, che ha accantonato la cadenza settimanale, l’uscita tutta in una volta e la divisione in blocchi, per adottare un calendario con due Volumi (di tre e quattro episodi) e un finale di stagione con le fattezze di un lungometraggio. Una scelta che ha permesso di coprire l’intero arco delle principali festività invernali.

Una chiusura di serie che ha provato in tutti i modi a essere all’altezza del nome che Stranger Things si è fatto negli anni. Da show straprezzato a livello di candidature e premi, riconosciuto come una fucina di talenti (da Millie Bobby Brown a Sadie Sink e Finn Wolfhard, passando per Maya Hawke e Joe Keery), oltre che come un trampolino di rilancio (Winona Ryder, David Harbour, Matthew Modine), e prodotto dall’alto tasso qualitativo, a vero e proprio centro di gravità permanente di un nuovo fenomeno pop a 360 gradi, in grado di intercettare quella grande massa transgenerazionale di nerd vecchi e giovani.
Traguardo raggiunto non tanto per la sua trama o per le tematiche che affronta – piuttosto classiche, come quelle dell’amicizia e della famiglia – ma piuttosto grazie ai suoi tantissimi easter egg, alla cura maniacale per le atmosfere e per una colonna sonora piena zeppa di significati e, infine, ai richiami e rimandi più o meno celati a particolari della tradizione audiovisiva nordamericana e a specifiche sottoculture statunitensi. Gli stessi che hanno alimentato teorie riguardo svolte drammaturgiche e destini più o meno fantasiosi dei suoi personaggi.

Ecco, tra tutti gli elementi sopra elencati, i personaggi occupano certamente un posto di primo piano nell’economia del successo di Stranger Things. Lo sanno benissimo, in primis, proprio i Duffer che, nella stesura dell’ultimo atto della loro creatura, hanno infatti puntato molto sul dar lustro alla presa sul pubblico e all’eredità che lasciano a uno spettatore che in qualche modo hanno cresciuto o, semplicemente, accompagnato in una transizione comunque importante.
L’ultimo episodio della quinta stagione non riesce infatti a dare coerenza narrativa con quelli precedenti, regalando l’ennesima svolta di una lunga serie – un po’ debole, consentiteci – di giravolte per cercare di rincorrere, una volta di più, un’epica che ha solo finito per appesantire oltremodo tono e struttura. Tutto questo per poi lasciarsi andare a una chiusura dritta, senza sussulti e, in fin dei conti, molto banale, con in più l’aggravante del macroneo di non affrontare le conseguenze di una sottotrama fino a quel momento fondamentale.

Paradossalmente, però, in questa coda risolutiva è concentrata tutta la bontà del disegno dei bros., che hanno deciso di ritagliarsi uno spazio su misura per i loro personaggi – a ognuno dei quali è dedicata una parentesi esclusiva –, riportando il discorso su un livello lontano dalle logiche cerebrali e molto più vicino a quelle del cuore. Una strada a metà tra necessità e ragionamento, per poter in qualche modo restituire al pubblico quel senso di attaccamento antico alla serie.
Nel suo finale Stranger Things torna alla sua essenza: quella di una storia di fantasia che ha la virtù di essere concepita sempre come una dimensione collettiva, alla stregua di una partita di D&D, ma con l’aggiunta del ruolo di chi guarda. Esso – quindi noi – elevato a persona più importante tra tutte, perché testimone del racconto e vettore del valore che ha avuto. Un valore che porterà con sé, rielaborerà e trasmetterà ad altri, sperando in un circolo virtuoso capace di sopravvivere nel tempo, le cui radici possono stare tanto in una finestra di un catalogo audiovisivo multimediale quanto in un manuale su una mensola di uno scantinato.
