Recensioni

I Clientele furono una presenza forse non centrale ma forte e densa negli anni Zero, durante i quali licenziarono cinque album più una corposa raccolta di inediti. Nel decennio successivo si consumò invece una specie di collasso, con solo due lavori all’attivo di cui il primo – il buon Minotaur – nel lontano 2010 e il successivo – Music for the Age of Miracles – uscito a distanza di ben sette anni. Quest’ultimo lasciava intravedere una sorta di pacificazione radiosa e a dire il vero un po’ esausta, come una dissolvenza nel chiaroscuro folk-rock che autorizzava a sospettare un atterraggio morbido sul fine carriera. E invece.
I’m Not There Anymore, album numero nove per la band capitanata da Alasdair MacLean, arriva come il capolavoro che non ti aspetti. Non tanto per la sua bellezza (ed è molto bello), quanto per come aderisce al senso primario del termine “capolavoro”, perché riassume le migliori caratteristiche espressive messe in mostra dalla band in quasi trent’anni ma non si limita a questo, non è un riepilogo, la vetrina celebrativa di un percorso esaurito, bensì rilancia e sintetizza nuove direzioni, un livello ulteriore.
Fatto assai significativo: si tratta di un doppio album strutturato alla maniera di un concept (anche se non lo direi propriamente un concept), aspetto sorprendente considerando che finora la prova migliore della band aveva coinciso con l’esordio The Suburban Light, di fatto una compilation assemblata con singoli ed EP già pubblicati in precedenza. Parliamo quindi di un lavoro che mostra non solo uno scarto sul piano stilistico (come vedremo), ma di un vero e proprio passaggio di soglia, un salto quantico del baricentro espressivo, spostato decisamente dalla dimensione-canzone al passo-album, con una padronanza e, diciamo pure, un’ambizione che finora avevamo solo intravisto nella band londinese.
Già l’iniziale Fables Of The Silverlink, che sfonda gli otto minuti di durata, si propone come una suite che fa convergere chamber pop, ugge dreamy, estro vaudeville e fremiti psych, il tutto governato da spettri vocali e vibrazioni/transizioni digitali, quest’ultimo vero e proprio elemento inedito nella calligrafia dei Nostri. È come se gli spiritelli Love, Zombies, Left Banke, Felt e Yo La Tengo (solo per citare alcune tra le referenze ricorrenti) fossero stati scansionati, codificati e riassemblati con dinamismo aumentato, con una visione quasi algoritmica ma che non scorda la lezione dei patchwork organici di Small Faces (altezza Ogdens’ Nut Gone Flake) e Kinks, senza pregiudicare insomma il calore e quel po’ di mistero nebbioso tipico di MacLean e soci.
Mistero che passa da canzone a canzone attraverso intermezzi strumentali (talora brevissime piece di piano, come le lunari Radial), rumoristici o narrati (vedi My Childhood, evoluzioni free di archi e la voce di Jessica Grifin dei Would Be Goods), bazzicando suggestioni bossa (la volatile Claire’s Not Real) e romanticismo ombroso (la conturbante Hey Siobhan), ma perlopiù aggredendo il pop sul versante del sublime, come nella sfaccettata Lady Grey o nella psichedelia flemmatica di Blue Over Blue (coi suoi sussulti squadrati e marionettistici quasi Eels).
Ha tutto l’aspetto di un dialogo coi fantasmi del passato che al tempo stesso definisce l’aspetto e il perimetro di un futuro postumo. Da cui la sensazione vaga ma tenace di loop immobile, di sospensione in una sacca di memoria liquida, spiraleggiante, cardiaca. Si avverte insomma e nel complesso un senso di risacca, di relitti raccolti e organizzati in racconto, un modo per dare forma al tempo, per fare del suo consumarsi persistenza, durata.
Si può azzardare quindi una possibile interpretazione: abbandonarsi alla consapevolezza del non essere – non esserci – più (vedi il titolo dell’album) diventa auto-affermazione paradossale, ultimo avamposto dell’esistere. Ok, può sembrare molto (troppo) per un disco, ovvero per quel che può ancora valere un disco in quest’epoca di forme espressive strutturalmente transitorie, ma stiamo parlando davvero di un gran disco.
Mai come oggi è il caso di dire: God save The Clientele.
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