Recensioni

7.2

Un disco bello e impalpabile, vagamente sdolcinato eppure aspro, in
intimo colloquio con la parte più tenera (perché ferita) del cuore. E
coeso, malgrado non si tratti che d’una raccolta di ep. D’altronde,
l’orizzonte estetico dei Clientele è chiarissimo, malgrado le nebbie,
le penombre, il tremolio instancabile dei timbri nella scatola (magica)
della nostalgia. Accade così che queste tredici tracce, concepite e
realizzate lungo tre anni di fruttuosa messa a punto, puntino le stesse
coordinate, una sorta di terra di nessuno ad un palmo dallo shoegaze e
a due dal jingle jangle più madreperlaceo, tra la decadenza e il sogno
ad occhi socchiusi, uno stare attonito tra squallore reale ed
irrefrenabile desiderio d’astrazione.

Ci sono,
nascosti nel vapore che tutto pervade e ovatta, una sacra insidia, una
tossica inquietudine, un languido scivolare tra giorni e periferie a
perdere. Ingredienti omeopatici ma fondamentali, li avverti nella
sottile disperazione che accompagna la melodia adenoidale di I Had To Say Yes, nella meccanicità indolenzita dell’arpeggio in Reflection After Jane, nel repentino incendio che striglia i pastelli e le ombre di As Night Is Falling.
Irrequietezze sotto pelle, spossatezze che virano febbrili, mormorii
pigri che diventano minacciosi bisbigli: una corda tesa tra due lati
dello stesso spleen, quello festoso, dolciastro, visionario da una
parte, e dall’altra quello malsano, impotente, succube. Sfila così un
drappello di palpitanti contraddizioni, Rain che cova un rimpianto amaro nella fantasmagoria byrdsiana, le voci madreperlacee di Saturday che sembrano un corpo estraneo nel mesto intreccio velvettiano, Monday’s Rain che impasta di languore un ordito Left Banke, Bicycles che stende una coltre Galaxie 500 sulla vivace latineria delle bacchette…

Ogni affrancamento si rivela illusorio, cade sotto il peso di sentenze
soffici ma inappellabili, mentre il cuore perde colpi e il respiro
diventa un’eventualità. In questo quadro, la bellezza può essere solo
un estatico rimpianto: vedi la toccante flagranza LA’s di We Could Walk Together, la fiabesca arrendevolezza Monkees di (I Want You) More Than Ever, la solenne quadratura jingle-jangle di An Hour Before The Light, l’ebbrezza hawaiana in un cincischio Dylan di Lacewings. Non deve stupire troppo poi che tra questi piani sfalsati s’intrometta l’errebì strascicato Joseph Cornell,
riferimento diretto ad uno dei più stranianti artisti del novecento,
organizzatore di un immaginario fantastico assemblato di elementi
concreti, votato al ricongiungimento con la dimensione infantile, in un
progetto di oggettivazione totale della nostalgia. A ben vedere, è un
po’ anche il metodo di MacLean, Hornsey e Keen, fatte tutte le
proporzioni del caso.

Amazon
SentireAscoltare

Ti potrebbe interessare

Le più lette