Recensioni

Siano benvenuti mini album come questi – e ne fioccano, ultimamente – perché rivelano una sbrigliatezza impossibile ai lavori lunghi e in ragione di ciò ci raccontano lo stato delle cose con chiarezza spesso inaudita. Dei Clientele, ad esempio, sapevamo l'indole ambigua, quel dolciastro dimenarsi tra caligini e assenzio, tra sere fradicie di spleen e pomeriggi sonnacchiosi. Sembrano (sono?) degli inguaribili bohemienne, ostinamamente (e ostentatamente) ricercati con le loro trame languide e flou, ma anche d'altro canto dei neo-psichedelici insidiosi, contagiati dal germe acido che sprezza le confortevoli traiettorie della consuetudine.
Duplici e quindi mostruosi, inafferrabili alieni della radio accanto, una linea tracciata in obliquo tra le malinconie febbrili di Jekill e lo scostante vitalismo di Hide. Capirete quanto mi sembri azzeccato quindi un titolo come Minotaur, palpitazioni cameristiche a battezzare una scaletta di sussulti deliziosamente autunnali (Strange Town, Nothing Here Is What It Seems), guizzi d'asprigna luce pop (Jerry, Paul Verlaine) ed affezioni sperimentali (il talkin' su sfondo electro-noise di The Green Man). Degna di nota – per quello stare in bilico tra carezza e deviazione – è la cover di As The World Rises And Falls, pezzo pescato dai sixties a firma dei losangelini The West Coast Pop Art Experimental Band, che chiarisce altresì a quali radici i Nostri amino restare aggrappati. Per il 2011 è atteso il nuovo album Haunted Melody: altro titolo programmatico?
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