Recensioni

6.4

Forse in molti lo hanno dimenticato, magari perché all’epoca distratti da quanto accadeva in diretta (e non era poco: Different Class, What’s The Story Morning Glory, The Great Escape, The Bends e qualche altro dischetto), ma quando trent’anni fa uscì Anthology 1, fu un momento davvero epocale. Non tanto – non solo – perché conteneva il primo brano dal 1970 in cui George Harrison, Paul McCartney e Ringo Starr suonavano insieme, con il dettaglio che stavolta accompagnavano la voce gracchiante ed ectoplasmatica dell’amico scomparso proveniente da un vecchio nastro casalingo ficcata dentro il mix (quella è una faccenda/capitolo che, pur pertinente a questa recensione, meriterebbe altri approfondimenti); era la prima volta in assoluto che la Apple apriva al pubblico gli archivi di Abbey Road, dopo due decenni di bootleg e speculazioni – innescate dalla lettura del leggendario e fondamentale Otto anni ad Abbey Road di Mark Lewisohn – sui tesori nascosti dei Beatles.

È passato tanto di quel tempo che anche per quel monumentale progetto multimediale, proseguito con il secondo e terzo volume nel 1996 e comprendente una docuserie in otto episodi e un librone autobiografico, arriva il momento di una nuova edizione che, oltre al restauro della parte video – affidata in esclusiva a Disney+ e arricchita da un episodio inedito – e a una ristampa del volume, prevede la rimasterizzazione degli album originali in cofanetto, con l’aggiunta di un quarto capitolo, reso acquistabile singolarmente in seguito all’insorgere di fan e youtuber indignati.

Andando al sodo, cosa c’è davvero dentro Anthology 4? Su 36 tracce distribuite in tre LP o due CD, le vere inedite sono soltanto quindici, per un totale di meno di cinquanta minuti di musica “nuova”, includendo anche i due nuovi mix di Free As A Bird e Real Love realizzati da Jeff Lynne con la stessa tecnologia AI già impiegata nel 2023 per Now And Then, grazie alla quale è stato possibile isolare e ripulire la voce di John Lennon.

Il resto sono, in sostanza, outtakes di outtakes e/o versioni in progress che, come ampiamente prevedibile, poco o nulla aggiungono al canone, in virtù anche della massiccia campagna di ristampe deluxe dal 2017 al 2022 da cui vengono, inspiegabilmente, qui inclusi numerosi estratti (non a caso, i “veri” inediti provengono dai dischi non ancora – o non più? – ristampati), annacquando non poco una tracklist solo in apparenza generosa, che non si limita a un preciso periodo ma ricopre l’intera parabola dei Fab Four.

Come nel caso dei primi tre volumi, che però contenevano incisioni di indubbio interesse storico (a partire dalle primissime registrazioni con Pete Best e Stuart Sutcliffe), si tratta per lo più di materiale per addetti ai lavori, tra le consuete chiacchiere, risate e scherzi tra un’incisione e l’altra (memorabile la richiesta al roadie Mal Evans di “cannabis resin”, con Paul che raccomanda di conservare il nastro per l’Alta Corte di Giustizia…), errori, false partenze, prove (le armonie vocali di Tell Me Why) e così via, nel consueto effetto documentaristico fly on the wall.

Ci sono in verità momenti, se non proprio interessanti, almeno godibili, come quando i Quattro – evidentemente ben fumati – imparano Baby You’re A Rich Man, finalmente proposta in un mix accettabile e senza clavioline; o le variazioni metriche in Nowhere Man e In My Life (di cui, però, avrebbero potuto includere il solo d’organo poi rimpiazzato dal piano bachiano, a doppia velocità, di Martin); roba per orecchie bene allenate e particolarmente curiose, a cui magari può interessare un accordo diverso o una Rickenbacker al posto di una Stratocaster. Le  versioni strumentali non aggiungono granché, eccetto forse la partitura di I Am the Walrus (ottoni, clarinetto, violini e violoncelli, isolati e in stereo), testamento del genio di George Martin, mentre la prova di All You Need Is Love prima della diretta tv in mondovisione è poco più che una curiosità.

E… non molto altro, a parte una B-side del ’95 (This Boy), due brani provenienti da un bootleg ufficiale del ’63 pubblicato solo in digitale (I Saw Her Standing There e Money) e, certo, i due nuovi, summenzionati mix di Real Love e Free As A Bird, che invero varrebbero da soli il prezzo del biglietto (anche solo per sentire in modo così chiaro quella voce, senza contare che si tratta di due composizioni di grande livello, a prescindere dalla realizzazione “controversa”), ma sarebbe bastato un bel singolo a 45 giri. Ma davvero vogliono rifilare anche qui Now And Then, un brano che a prescindere dal suo valore è stato malcollocato sin dalla sua pubblicazione (se questa è la sua collocazione naturale, dato che fu iniziato per il progetto Anthology, perché allora inserirlo nella ristampa dell’antologia blu, se non per sfruttare il mercato natalizio del 2023)?

Più che il mito dei Beatles, il loro miraggio.

Non che sia rimasto granché, da quel che si sa. Mancano Carnival of Light (il mitologico collage sonoro realizzato per uno spettacolo psichedelico nel 1967, antecedente McCartney di Revolution 9; bocciata da Harrison nel ‘95, nonostante il valore storico, forse è plausibile ritenere che stia in un cassetto per un motivo…. o magari Paul ha altri piani?); una seconda versione di While My Guitar Gently Weeps (con soli di Harrison, prima della convocazione di Clapton); la leggendaria take 3 di Helter Skelter (ventisette minuti! Ma probabilmente è una jam poco ascoltabile), la take 20 di Revolution (versione di dieci minuti, completa e mixata per quello che Lennon avrebbe voluto come un singolo, da cui nacquero Revolution 1 e Revolution 9) e perché no?, take alternative delle session in tre del ’94-’95, i nastri dello Star Club di Amburgo, le prove del Cavern, il live in Giappone del ‘66, demo potenzialmente interessanti (la What Goes On lennoniana del ‘63) e altro certamente rimasto fuori dai precedenti cofanetti. Forse in futuro, ma non adesso.

L’unica chiave possibile per spiegare questa nuova, ennesima operazione è come bonus di un più ampio progetto multimediale – ambito in cui, va sottolineato, i Beatles furono pionieri, da Magical Mystery Tour a Let It Be, fra film, libri e dischi; un prodotto che mira chiaramente al pubblico generalista, alla generazione dello streaming a cui d’altronde è indirizzato il tutto, a partire dal documentario. Il che avrebbe anche senso, con buona pace degli insaziabili che avrebbero voluto si continuasse con nuovi mix e ristampe espanse (Rubber Soul in testa, seguito da Magical Mystery Tour). Provaci ancora, Apple. O fermati.

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