Recensioni

Una volta Bono si lamentò di Mel Gibson sostenendo che quest’ultimo boicottava il suo film Million Dollar Hotel, scritto (perlomeno il soggetto) e musicato dal leader degli U2 e con nel cast l’attore americano/australiano: «Ne parla male durante la promozione – sosteneva il vocalist – perché non credo si sia piaciuto molto nel film. Il suo personaggio non è un vincente, non conquista nessuna ragazza e non uccide nessuno. Voleva essere coinvolto in un progetto indipendente ma forse non gli piace molto quel genere di cose, magari gli piacciono di più le esplosioni e gli inseguimenti in auto».
In effetti, Gibson nella pellicola diretta da Wim Wenders vestiva i panni di un investigatore diciamo non implacabile e per di più con un passato da freak in quanto fornito di un braccio supplementare cresciutogli sulla schiena, poi amputato. Proprio lui che sul grande schermo era sempre stato il volto del combattente figo, il Braveheart o il Martin Riggs della situazione. Va però ricordato che l’archetipo dell’eroe gibsoniano non risale al film sul prode condottiero scozzese né alla saga di Arma letale, ma bisogna rintracciarlo più indietro nel tempo fino al ruolo di Max Rockatansky, meglio noto come Mad Max nell’omonima trilogia ideata e diretta da George Miller (a proposito di produzioni indipendenti). Un’altra perla dei tardi anni ’70/primi ’80, forse meno celebrata di Star Wars o Indiana Jones ma ugualmente iconica e per certi versi predittiva.

È il primo film della saga, uscito nel 1979, a lanciare un ventitreenne e ancora sconosciuto Gibson. L’ambientazione è il deserto australiano in un distopico futuro non troppo lontano nel tempo, ma per certi versi più somigliante al Medioevo, in cui le comunità delle piccole aree urbane più interne del paese sono tenute in scacco da violente bande di criminali sadico/psicopatici vestiti da punk, imbottiti di droghe e dediti a furti, rapine e stupri. La polizia federale non può far altro che tentare di contrastare il più possibile le razzie avvalendosi di uno speciale corpo armato formato da alcuni valorosi agenti che cercano in ogni modo di mantenere l’ordine e far rispettare la legge. In particolare la task force ha in dote una gamma di bolidi su quattro ruote alla guida dei quali i poliziotti riescono quantomeno a competere in velocità con i mezzi – per la maggior parte motociclette truccate e/o modificate – in possesso dei malviventi (da notare che in Italia il film viene distribuito col titolo Interceptor, in riferimento all’auto di Max che però a metà del secondo episodio, Interceptor 2, andrà distrutta; quindi anche da noi il terzo capitolo si chiamerà col nome del protagonista, poi per convenzione usato per tutta la serie).
Al coraggio e all’abilità degli agenti fa da contraltare una giustizia poco efficiente, per cui anche se catturati, spesso i teppisti vengono rilasciati, come capita a Johnny the Boy, un membro della gang guidata dal cattivissimo Toecutter, che si vendicherà comunque dell’arresto del suo affiliato ordinando a quest’ultimo di bruciare vivo l’agente “Goose”, autore della cattura. Sconvolto dall’uccisione del suo migliore amico, Max decide di dare le dimissioni dalla polizia e portare via la sua famiglia, ma in una pausa del viaggio Toecutter e i suoi scovano i Rockatansky e investono moglie e figlio di Max, ferendo a morte lei e uccidendo sul colpo il bambino, il che scatena la vendetta del protagonista, che si rimette la divisa e fa fuori uno a uno tutti i membri della gang.
Miller sciorina tutta la sua conoscenza cinematografica. I cattivi, che scorrazzano in panorami da western, riprendono i personaggi dalla crudezza bestiale dei film di Sergio Leone, e quindi da una lezione che affonda le radici nelle opere di Akira Kurosawa. Le scene infatti sono spesso di una crudezza estrema, gli atti rappresentati sono crudeli, brutali, e abbondano i primi piani dei protagonisti ma soprattutto dei malviventi, facce brutte, sdentate, sfregiate dagli scontri armati o dalle botte. Il tutto sotteso a volte da quel sottilissimo velo d’ironia tipico del grande regista romano. Inoltre, certi centri abitati, come quello in cui si svolge lo stupro di una coppia a metà film, richiamano palesemente le cittadine dell’Ovest USA di fine Ottocento, quelle col saloon e la bottega del maniscalco, e dunque – per rimando – i villaggi luridi e lezzosi teatri di molte scene dei capolavori del maestro giapponese.
Ma c’è anche il poliziesco tra i generi frullati in quest’opera che a suo modo è pulp ancor prima di Tarantino. Poliziesco tipo il friedkiniano Il braccio violento della legge, che nel 1971 ridefinì i canoni del genere dipingendo scenari urbani cupi, violenti e desolati, con i poliziotti nei panni dei “buoni” immancabilmente lerci, viziosi e ai limiti dell’indigenza, e i malandrini a comandarsela occupando furtivamente i gradini più alti della scala sociale, tra lusso e belle donne (anche se il massimo del lusso, nel triste futuro di Mad Max, è arrivare al giorno dopo). Un topos sapientemente ripreso anche dai nostri cineasti – Enzo G. Castellari e Umberto Lenzi su tutti – nel poliziottesco, declinazione italica del filone impostasi a metà anni Settanta e a sua volta riscoperta e osannata dagli americani parecchio tempo dopo (del resto un titolo come La polizia incrimina, la legge assolve, film dello stesso Castellari, riassume bene il senso dell’opera di Miller).
Anche James Cameron citerà Mad Max come una delle opere per lui più influenti, basti pensare a certe scene di Terminator. Così come ancora più tardi, il regista del primo Saw, la saga horror di Jigsaw, ammetterà l’ispirazione datagli dalla scena finale in cui Max dà all’ultimo delinquente rimasto la facoltà di scegliere tra morire nel rogo di un furgone che sta per prendere fuoco o segarsi il piede ammanettato al veicolo e allontanarsi così prima della deflagrazione. Per non parlare poi dell’influenza esercitata dal film o dai suoi seguiti sul mondo dei videogame (Carmageddon, Max Payne e Mortal Kombat, per esempio) e dei videoclip musicali (quello di Wild Boys dei Duran Duran è quasi un omaggio). A proposito di musica, fondamentale è anche la straniante colonna sonora di Brian May, che non è il chitarrista dei Queen ma un suo omonimo e defunto compositore australiano (musicherà pure il sesto Nightmare) autore anche della soundtrack del secondo capitolo.

Mad Max 2 – The Road Warrior (o, come detto, Interceptor 2 – Il guerriero della strada) esce nel 1981 e ha un accento perfino più marcato sull’immaginario futuro apocalittico. La guerra atomica è scoppiata e ha prodotto i suoi nefasti effetti, come ci spiega l’opening in stile cinegiornale (dal carattere premonitore vieppiù oggi che pare si stia facendo del tutto per provocare una guerra nucleare), e agli esseri umani non resta che un avvenire gramo, disperato. Nel sequel la desolazione regna ancor più sovrana, la speranza annullata, la morte quasi un sollievo. Si mangia cibo per cani in scatola, quando non serpenti, e si uccide per una tanica di benzina (oggi magari non si arriva a tanto ma, con i prezzi correnti di verde e gasolio, al distributore è consigliabile guardarsi alle spalle).
Max ormai è un vagabondo che lotta solo per la sua sopravvivenza, e appunto per garantirsi un pieno di carburante accetta di aiutare una comunità di sopravvissuti a guardia di una piccola raffineria petrolifera minacciata dalla feroce gang di predoni capeggiata dal temibile Lord Humungus. Come spesso accade, il sequel è più spettacolare dell’originale, dovendo necessariamente puntare prima di tutto sull’effetto “pirico”, ma anche in questo caso il lascito estetico sarà significativo. Per dire, abbondano nel film maschere da hockey sulle facce dei cattivi e fiocine di vario calibro, quindi impossibile non pensare alla saga di Venerdì 13.
Dice: ma il primo film uscì nel 1980. Vero, ma lì l’assassino non era Jason Voorhees bensì la madre di costui, e la proverbiale protezione facciale bucherellata, con annesso primo arpionamento, esordì nel terzo episodio, Week-end di terrore (1982), quindi un anno dopo il sequel di Mad Max. Negli anni Ottanta, pertanto, le avventure del Rockatansky sono già un brand ammirato, trasversale ai generi e possibilmente da saccheggiare (come la benzina). In seguito lo faranno anche registi come David Fincher e Robert Rodriguez, così come gli autori di Waterworld.
Veniamo così al terzo film, Mad Max Beyond Thunderdome (Mad Max oltre la sfera del tuono) con un Gibson invecchiato ad arte e capellone (per la prima metà di film), e la grandissima Tina Turner nei panni di Aunty Entity, fondatrice e sovrana della “ridente” Bartertown, corrotta cittadina in mezzo al deserto in cui si produce metano con lo sterco dei maiali (potrebbe essere un’idea, anche se oggi ci viene detto che il metano è merda ma perché fa cambiare il clima). Il tempo è andato avanti e la civiltà è un ricordo lontano. Le città e gli aeroplani sopravvivono solo nei racconti sbiaditi dei pochi superstiti o dei figli degli stessi, che ne hanno appreso l’esistenza passata dai genitori; e le persone non abitano nemmeno più in paesini diroccati, con ciò che resta di case e negozi, ma in fogne a cielo aperto, come orde di barbari la cui speranza di vita è ridotta a pochi anni e per cui l’unico “svago” è assistere a combattimenti all’ultimo sangue che si tengono in una speciale arena (quella del titolo) simile a una grossa gabbia. Il finale accende però un lieve bagliore di speranza.

Mad Max 3 (co-diretto da Miller e George Ogilvie, e dedicato al produttore Byron Kennedy, morto in un incidente in elicottero nel 1983) è forse l’episodio meno fedele all’impianto originario della trilogia. Sconfina quasi nel fantasy, in un certo senso prende da Il ritorno dello Jedi e restituisce ad Avatar, e per molti è il capitolo più debole, peraltro in generale il meno truce dei tre, fatta eccezione per la bella scena della lotta tra Max e il corpulento Blaster. Solo il finale motorizzato lo rimette sui binari (in tutti i sensi) della saga, in qualche modo legittimandolo. A renderlo comunque immortale è proprio la Turner non solo nei panni della summenzionata regina di Bartertown, ma soprattutto in quelli di “Regina del rock ‘n’ roll”, come da suo soprannome, con la mega hit We Don’t Need Another Hero, traccia portante della colonna sonora per il resto composta da Maurice Jarre (nella soundtrack la cantante di The Best è presente anche con One Fo The Living, che accompagna i titoli di testa).
La saga canonica finisce qui, al netto quindi del quarto film, Mad Max: Fury Road, che uscirà nel 2015, sempre diretto da Miller ma con Tom Hardy nei panni di Max. Di quest’ultimo capitolo, però, ci occuperemo a parte. Dopo Mad Max, come detto, Mel Gibson si confermerà nei panni del paladino giusto e diventerà la star che tutti conosciamo. Un million dollar man.
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