Recensioni

TOP

Nel 1999, 22 anni prima dell’uscita di Matrix Resurrections, un mini-blockbuster costato appena 60 milioni di dollari riusciva a inquadrare perfettamente il tempo presente e a cristallizzarlo per sempre. In un anno in cui lo spettro del Millennium bug era più che una semplice preoccupazione, una storia vedeva al centro un individuo insoddisfatto di un’esistenza priva di sbocco e ripetitiva in maniera sfiancante, il quale preferiva credere che la realtà che lo circondava non fosse altro che una simulazione generata artificialmente, senza però mai porsi come l’eroe della narrazione (al contrario, erano tutti gli altri personaggi a credere che solo lui avesse il potere di cambiare a proprio piacimento i paradigmi di quella simulazione).

Non era possibile – nella mente del protagonista – che un individuo così diverso dagli altri che lo circondavano, così assoggettati alle loro vite, così compiaciuti della loro esistenza/realtà, del loro ruolo predefinito, potesse avere il potere di spazzare via il passato e presentare un futuro alternativo, indicare e contemporaneamente percorrere una strada inedita, l’unica possibile per un’effettiva evoluzione umana. Matrix, di Larry e Andy Wachowski, era già nella sostanza un film transgender, che articolava per mezzo di una complessa impalcatura fantascientifica, filosofica e pseudo-religiosa il processo di trasformazione non solo di quelli che sarebbero quindi rinati come Lana e Lilly Wachowski, ma di un intero sistema capace di abbracciare ogni aspetto di una sconfinata individualità, paventando e anticipando il concetto allargato di rappresentazione – oggi così presente nel dibattito culturale – e consegnandolo al vasto pubblico dei blockbuster sotto spoglie che in maniera furba e funzionale erano il risultato di sintesi filosofiche e letterarie tra le più colte e anche le più pacchiane.

Si passava in maniera dinamica e mai pedante da un flusso di citazioni ricodificate – dalle quelle dirette a Jean Braudillard e al suo Simulacri e simulazione alla fantascienza di Philip K. Dick (Ubik, Tempo fuori di sesto, Occhio nel cielo), per immergersi nel turbinio di suggestioni visive mutuate da anime celeberrimi come Akira e Ghost in the Shell – all’adrenalina del cinema action di stampo per lo più asiatico, il tutto presentato attraverso personaggi che se ne andavano in giro indossando stilosissimi giacconi di pelle lucida e occhialini neri che avrebbero decretato il successo del franchise anche al di fuori delle sale cinematografiche, elevandolo a vero fenomeno di costume. Le frasi messe in bocca a Morpheus, all’Agente Smith e all’Oracolo erano il contrappeso “ridicolo e patetico” necessario a bilanciare l’enfasi epica del racconto («Questa è una guerra, e noi siamo soldati»).

Matrix, infine, cavalcava l’onda dei film di fine millennio, che col senno di poi costituiscono quasi un genere cinematografico a sé stante: oltre al già citato Ghost in the Shell, impossibile poi non nominare Johnny Mnemonic, Strange Days e Il tredicesimo piano, per non parlare della dissertazione teorica di Cronenberg sul mondo virtuale in eXistenZ (uscito nel medesimo anno delle Wachowski ma all’epoca passato quasi inosservato).

Se sono, quindi, in moltissimi ad apprezzare il primo capitolo di Matrix, non sono altrettanto numerosi gli estimatori della filmografia completa delle Wachowski. Un segno questo – se vogliamo – che il film del 1999, seppur di facile comprensione, non è stato assimilato nella totalità dei suoi elementi e che tutti gli strati di cui è composto sono stati separati frettolosamente senza concedere loro la giusta analisi.

La sovrabbondanza di riferimenti è già posta in bell’evidenza in Matrix ma è solo da Matrix Reloaded in poi che questa precisa cifra stilistica non si traduce solo a livello di scrittura ma anche sul piano squisitamente visivo. Forti del successo planetario del primo capitolo, le Wachowski vanno dritte per la loro strada e consegnano al pubblico (inconsapevole) due sequel girati back-to-back che sono l’antitesi l’uno dell’altro. Se in Reloaded la presenza nel mondo virtuale è amplificata oltremodo, in Matrix Revolutions questa è quasi del tutto assente se escludiamo solo l’incipit e lo scontro finale (tamarrissimo) con Smith. Il primo dei due sequel usa quella sovrabbondanza teorica e visiva per celebrare la connessione unica e irripetibile tra Neo e Trinity; il secondo la sublima e la rende immortale nel mondo reale, chiarendo allo spettatore come ci si trovi dinanzi a una trilogia fondata – oltre che su tutti quei temi battuti e dibattuti – sulla ripetizione (come spiega anche l’Architetto, Zion viene distrutta ben cinque volte).

Una ripetizione non fine a se stessa, ma volta sempre a trasmettere un particolare tipo di messaggio, perfettamente ancorato al particolare momento storico. Una ripetizione successivamente sostenuta nell’arco di un’intera carriera cinematografica, dall’iper-cinetico Speed Racer (finora tra i pochi tentativi riusciti di tradurre una narrazione orientale per l’occidente), alla monumentale narrazione di Cloud Atlas, dove quella sovrabbondanza (di mani, di sguardi, di mondi) citata poc’anzi si arricchiva anche sul lato prettamente tecnico (impossibile non considerare il montaggio come il vero protagonista del film co-diretto con Tom Tykwer), ultimando infine una ricodifica della space opera in Jupiter – Il destino dell’universo, dove le istanze politiche e filosofiche del duo esplodevano in quello che è forse il film delle sorelle più disprezzato dal pubblico (anche qui, a torto).

La ripetizione, ovvero il modo stesso con cui funzionano e si autoalimentano da sempre le saghe cinematografiche. «È così con le storie, non finiscono mai davvero, raccontiamo ancora le stesse storie sempre quelle, solo con altri nomi, altre facce». Anni di lavoro passati a rimodellare l’idea di blockbuster hollywoodiano (e della sua proverbiale ripetitività), portando una precisa idea di cinema e di industria completamente in controtendenza rispetto alle regole del mercato, ma il nome Wachowski sarà comunque sempre associato al brand Matrix. Ed è proprio da questo fatto che nasce l’idea del quarto capitolo.

Non importa cosa hanno fatto e cosa faranno, nemmeno se si tratta di un piccolo gioiello come Sense8. Le Wachowski verranno sempre ricordate per Matrix. Una paura che si concretizza più che mai quest’anno con l’arrivo di Matrix Resurrections, un sequel sbilenco, strambo, ma ancora una volta mutevole, tremendamente affascinante, impreziosito da uno sguardo lucido e divertito sul tempo presente. A fine visione è naturale pensare a quanto la storia personale di Lana Wachowski – nel frattempo rimasta sola in cabina di regia – sia confluita nella narrazione, di come il peso di una saga fantascientifica entrata nell’immaginario collettivo possa schiacciare qualsiasi tentativo di rinnovamento.

Eppure, le regole di questo nuovo sequel – giunto a 18 anni dalla conclusione dell’epica trilogia – obbediscono solo e soltanto alle idiosincrasie della sua autrice e spazzano via alla base qualsiasi tentativo di intrusione esterna: il fanservice è invertito di segno e reso patetico (perché ridicolizzato), il tono è volutamente asciugato di qualsiasi pretesa epica (e come potrebbe essere altrimenti, dato che la guerra è conclusa?), la stessa plasticosità di alcune scelte visive non fa altro che reiterare una perseverante critica al sistema Hollywood, quello stesso sistema di cui non può far assolutamente a meno.

Il cammino dell’Eletto si è concluso anni fa ma nessuno è stato in grado da allora di prendere il testimone delle Wachowski per continuare a innovare un mondo sempre più piatto, privo di rischi e di fantasia. Il modello di anti-blockbuster che si faceva blockbuster concepito dalle due registe o non è stato riproposto, o si è rivelato fallimentare per un generale appiattimento dei gusti di un pubblico ormai soggiogato e anestetizzato dalle pillole azzurre («Non sei più quello di un tempo Thomas, hai perso qualcosa…»). Sotto questa luce va letto il nuovo cammino di autoconsapevolezza di Neo, risvegliato (anzi resuscitato letteralmente) dopo anni di oblio e volontaria accettazione della realtà circostante.

Chiaramente Matrix Resurrections non è un film perfetto, già solo l’idea di prolungare qualcosa di concluso e aprire quindi una parentesi, mina alla base l’idea stessa di solidità strutturale, ma è su questo punto che Lana Wachowski insiste: la perfezione non è solida, non è predefinita. Ha forma mutevole, è costituita dalla varietà e non dalla continuità. E soprattutto: lo stesso messaggio è alla base dell’intera filmografia delle Wachowski, sempre contrarie a qualsiasi forma di omologazione (lo gridavano anche in Jupiter, ma in quanti l’hanno visto o capito?)

Ci sarebbe poi così tanto da dire su Matrix Resurrections: gli strati narrativi sono molteplici e tutti avvicendati e dipendenti tra loro come le tessere in movimento di un domino. Di quanto sia salvifico tornare a calcare alcuni territori, di quanto allo stesso modo sia impossibile rivivere certe emozioni. L’alternativa possibile è la riflessione (non a caso, l’antagonista principale della pellicola è l’Analista, che sostituisce il ben più razionale Architetto della trilogia).

Bisogna quindi riflettere e riconsiderare, adottare un ulteriore punto di vista, quello sì sorprendente. Così Matrix riflette su Matrix, stralci e brandelli della trilogia originale invadono il montaggio di Resurrections come farebbe un flusso di coscienza sbilanciato e ricalibrato esclusivamente sui sentimenti: sta allo spettatore riacquisire oggi quella capacità di sorprendersi al racconto della medesima storia, catturando dettagli e significati nascosti, riempiendo gli spazi lasciati vuoti (a pensarci, anche Blade Runner 2049 e Mad Max: Fury Road, due sequel arrivati anch’essi dopo decenni dagli originali, erano fondati sul medesimo concetto di ripetizione). Come sempre, il segreto sta negli occhi e nella mente di chi osserva.

Amazon
SentireAscoltare

Ti potrebbe interessare

Le più lette