Recensioni

C’era qualcosa, in quel primo Terminator. Sono passati ormai più di trent’anni, ma quel qualcosa c’è ancora. Quel qualcosa che sconvolse gli spettatori in sala in quell’ormai lontano 1984, e che sconvolge ancora oggi, dopo trent’anni di innovazioni tecnologiche in campo cinematografico e milioni e milioni di film dopo. Puoi rivederlo oggi, nel 2015, per la trentesima volta, e ancora emoziona e rapisce come se fosse la prima. Quel qualcosa fece subito capire agli spettatori in sala che non si trovavano di fronte all’ennesimo canonico action anni ’80.
Cos’era, quel primo Terminator? Era una distopica fantascienza cyber-punk e post apocalittica ambientata “qui, nel nostro presente, oggi”, un noir/thriller metropolitano e molto violento, una storia d’amore brevissima e stupenda, una metafora cristologica di salvezza per un’umanità già allora agonizzante, l’eterna antitesi tra libero arbitrio e fatale determinismo. Era la performance strabiliante di tre attori (Schwarzenegger, Biehn e la Hamilton) perfetti come non mai per le rispettive parti. Era la prima prova di spessore di un allora giovanissimo regista destinato nel bene e nel male a cambiare per sempre la storia del Cinema (sarebbero seguiti il secondo Alien, The Abyss, l’altrettanto magnifico Terminator 2, l’onesto e divertente True Lies e soprattutto Titanic e Avatar). Quel film racchiude ancora oggi qualcosa di irripetibile e quasi inafferrabile, una somma di fattori che ne hanno determinato l’assoluta grandezza e che gli hanno garantito un posto d’onore tra i film più belli, innovativi e seminali di sempre. E il seguito, sette anni più tardi, seppur profondamente diverso, non era da meno. Uno dei rari casi (come già per la saga di Alien) in cui incipit e sequel possono essere messi praticamente sullo stesso piano.
Terminator: Genisys si colloca esattamente qui. Dopo un terzo capitolo quasi completamente da dimenticare, un Terminator: Salvation in cui nulla restava di originale e che, nonostante ottime intuizioni a livello estetico e concettuale, si rivelava nient’altro che un confuso pasticcio senza capo né coda, e un serial (The Sarah Connor Chronicles) stroncato dopo appena due stagioni, questo nuovo ritorno della saga di Terminator vorrebbe dare nuova linfa ad un franchise stanco e ormai già dato per spacciato, tornando a quel 1984 in cui tutto iniziò per ricollegarvisi e riappacificarsi con i fan originari. E allora dentro di nuovo Schwartzy, reset della saga grazie ai viaggi nel tempo, torniamo nell’84 e scopriamo come sarebbe andata se Sarah fosse già stata al corrente di tutto. Tutto molto bello. Tutto molto intrigante. Genisys è un bel film? Neanche troppo. Riesce a ridare credibilità artistica alla saga? Assolutamente no.
Andiamo con ordine: la prima mezzora di film è veramente spettacolare, soprattutto per chi (come il sottoscritto) conosce a menadito ogni singolo fotogramma dei primi due film. Il regista Alan Taylor realizza uno studio certosino, maniacale e quasi feticista su inquadrature, dialoghi e tecniche del primo capitolo, in un tripudio di citazioni e riprese dall’originale che faranno la gioia di qualsiasi fan storico. Ci si emoziona sinceramente, si ride e si piange, si resta sconcertati dai radicali cambiamenti e dall’accavallarsi dei paradossi temporali, l’idea alla base della sceneggiatura è veramente intrigante e tutto sembra procedere per il verso giusto. Poi, gradualmente e inesorabilmente, il crollo.
La trama nella seconda metà di film si azzera letteralmente, in un tripudio di combattimenti e inseguimenti fracassoni ben oltre il limite dell’anche lontanamente plausibile (guardatevi l’inseguimento in elicottero), e dialoghi vagamente imbarazzanti, oltre ad una maldestra polemica spicciola sull’uso della tecnologia e l’interconnessione buttata lì un po’ a casaccio. In tutto ciò emerge, lampante, anche il clamoroso miscasting: Jai Courtney è veramente scialbo e inespressivo, insipido e anonimo. L’inevitabile confronto con l’indimenticabile Michael Biehn originario è proprio impietoso. Stesso discorso per la spaesatissima Emilia Clarke (di certo non aiutata dalla scrittura del suo personaggio), che impallidisce ulteriormente se rapportata alle superbe prove di Linda Hamilton. Il John Connor di Jason Clarke è invece fondamentalmente eccessivo, esasperato, a tratti macchiettistico (con un’interpretazione che potrebbe ricordare il Benedict Cumberbatch di Star Trek: Into Darkness pur senza la grandezza e la tragicità); la psicologia del personaggio è bidimensionale e il twisting point che lo rivela come antagonista della pellicola (non si tratta di spoiler, basta guardare il trailer) verrà sicuramente percepito dai fan storici come un inutile colpo di scena che stravolge il senso stesso della saga.
Unico a salvarsi è il solito, inossidabile Schwarzenegger, che gigioneggia, si occupa dei siparietti comici seminati qua e là, elargisce un sacco di botte a tutti e si re-infila i panni del T-800 con grande disinvoltura (è lui, a conti fatti, l’unico motivo valido per andare a vedere il film). Si arriva insomma a fine proiezione esausti e anche un tantino irritati per la fondamentale inutilità di un’operazione simile, ulteriormente irrancidita dall’inevitabile scena post titoli di coda che lancia l’amo per un altro capitolo di cui, a questo punto, non si sente certo la necessità.
Questo nuovo Terminator è un film decisamente mediocre, che esaurisce le proprie idee (peraltro limitate al puro citazionismo) nella prima mezzora di girato e che vorrebbe riprendere due pellicole (i primi due capitoli) che nascevano profondamente autoriali rivestendole però di quella patina tipica dei blockbuster moderni, annacquandone le geniali intuizioni e stravolgendone il senso. Si venti-sestuplica il budget, ma si azzerano le idee. Un andazzo che, tra sequel, spin off, RE-boot, RE-set e RE-make, sembra purtroppo l’unica costante dedicata al grande pubblico in questi ultimi anni (leggi a tal proposito l’articolo di Federico Pevere, Il Cinema Ritrovato).
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