Recensioni

Il problema dei sequel di Terminator non sono mai stati i vari Jonathan Mostow, McG e Alan Taylor. O almeno non solo loro. Il problema principale è sempre stato solo uno: il capitolo originale del franchise è stato concepito per essere totalmente auto-conclusivo. Già il secondo – e apprezzatissimo – Terminator 2 – Il giorno del giudizio, all’indomani di The Abyss, servì a James Cameron solamente per portare avanti la sua personalissima ricerca sull’avanzamento tecnologico al cinema, un’estetica degli effetti speciali che ancora oggi risulta credibile e che non è invecchiata di un solo giorno (a differenza della plasticosità dei capitoli successivi), mentre la trama – esile e superflua – zoppicava già allora.

A conferma di questa teoria, arriva anche Tim Miller con il suo Terminator – Destino Oscuro, sequel “autorizzato” dopo gli scempi di Terminator 3 – Le macchine ribelli, Terminator Salvation e Terminator Genisys. Nonostante il ritorno di Cameron in cabina di produzione, anche questo quinto sequel – che ufficialmente rende fuori canone i precedenti tre – non solo fatica a trovare una credibile ragion d’essere, ma commette un ulteriore errore di fondo: concentrarsi talmente tanto sul non scontentare i fan della saga da dimenticarsi di costruire una narrazione non scontata e dei personaggi caratterialmente strutturati.

Così, la rediviva Sarah Connor di Linda Hamilton non è la degna conclusione di uno dei personaggi più celebri dell’action-movie anni Novanta – che un Cameron in stato di grazia forgiò come vero eroe della sua saga sul modello della Ripley del primo Alien (per il film del 1984) e su quello della sua Ripley, quella di Aliens – Scontro finale (per T2) – ma solamente la sua copia carbone, il ricordo di un fan che distrattamente le appiccica una lezione di girl-power dimenticando che la saga di Terminator, se c’era una lezione di cui non aveva alcun bisogno, era quella sull’emancipazione della figura femminile. Ma ancora non si tratta del cosa, ma del come: l’asse femminile su cui è fondato Destino Oscuro – ovvero quello composto dall’umana potenziata Grace, la vecchia Sarah Connor e l’indifesa Dani – sarebbe anche interessante come triplicazione del modello classico di donna che non ha bisogno che un uomo la salvi, né tantomeno di essere portatrice del germe maschile che salverà la baracca in futuro, ma la sua è una forma talmente didascalica che risulterebbe indigesta anche a un elettore iper-liberale; persino le invettive contro il capitalismo e il richiamo a un’umanizzazione sempre più latitante di questi tempi (l’episodio in fabbrica e l’esodo dal Messico agli Stati Uniti) è così elementare da diventare immediatamente vecchissima persino a confronto con un Tempi moderni (datato 1936!).

Canovaccio action a parte, dove si procede per inerzia, con il Rev-9 (neanche più chiamato Terminator) che esplode, si liquefa, si rimodella, si sdoppia e chi più ne ha più ne metta, alla fine della giostra il nucleo narrativo più riuscito è quello che vede protagonista il ritrovato T-800 di Arnold Schwarzenegger: il suo è un personaggio sul quale sono modellate alcune delle domande più affascinanti della letteratura fantascientifica, da Asimov a Dick, sullo scopo di una macchina una volta “terminato” il suo scopo, sulla capacità di un essere non nato di provare emozioni che pigramente abbiamo sempre classificato come umane. Al contrario del suo gemello in Terminator 2 – Il giorno del giudizio, stavolta il suo sacrificio non è dettato da una meccanica missione codificata nel suo microchip, ma da un atto meditato, derivante dalla assidua ricerca di uno scopo, ovvero da quella stessa volontà d’agire che rende umani (la stessa che piegava il programma Agente Smith dei due bellissimi sequel di Matrix alla stregua del suo stesso egoismo).

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