Recensioni

Fino al 1985 il viaggio nel tempo e la macchina necessaria all’impresa erano, nell’immaginario collettivo, quelli rappresentati nel seminale film del 1960 L’uomo che visse nel futuro, tratto da un romanzo del secolo precedente del visionario scrittore di fantascienza Herbert George Wells.
Nella pellicola diretta da George Pal, la passeggiata temporale si svolgeva in un futuro lontanissimo dove la Terra era dominata da una civiltà di mostri pelosi che allevava gli esseri umani per cibarsene, e il congegno utilizzato per il trasporto nella quarta dimensione era una specie di slitta con una strana e grossa antenna circolare posta sul retro, una slitta che invece di muoversi e sgommare per chissà dove restava inchiodata per terra sempre nella stessa stanza visto che, fino a prova contraria, il viaggio era nel tempo e non nello spazio. Per la cronaca, il libro di Wells, intitolato The Time Machine, fu pubblicato nel 1895. Era destino, quindi, che in una data formata dagli stessi numeri – seppur con le cifre centrali invertite – il cinema riscrivesse i codici estetici di uno dei temi più misteriosi, affascinanti e dibattuti di sempre.
Doveva pensarla così anche il cineasta americano Robert Zemeckis, regista di Ritorno al futuro nonché autore, insieme a Bob Gale, della sceneggiatura, che fu candidata all’Oscar. A scorrere la sua filmografia, il tempo per Zemeckis pare essere un’ossessione: da Forrest Gump all’adattamento animato di A Christmas Carol, passando per i salti temporali de La morte ti fa bella, le implicazioni correlate allo scorrere delle lancette hanno spesso caratterizzato le sue pellicole. E la trilogia di Ritorno al futuro fu l’apice di questa fissazione fattasi forma di intrattenimento.
La mitica DeLorean, che all’inizio – nelle intenzioni della produzione – avrebbe dovuto essere un frigorifero, prese il posto della slitta di cui sopra, e la coppia Marty/Doc sostituì il tormentato inventore interpretato venticinque anni prima da Rod Taylor. Fu così potente, Ritorno al futuro, che in seguito pochi avranno il coraggio di cimentarsi con l’argomento e nessuno, a parte forse Christopher Nolan, ci riuscirà con gli stessi risultati.
L’aneddotica relativa alla lavorazione del film – dalle riprese svolte di notte perché di giorno Michael J. Fox era impegnato in quelle del telefilm Casa Keaton al fatto che durante gli shoot Christopher Loyd/Emmett Brown doveva stare sempre piegato in due poiché altrimenti non sarebbe entrato nell’inquadratura insieme al suo più giovane, nonché più basso, collega – è risaputa e può essere facilmente rintracciata su qualsiasi fonte web o direttamente negli extra delle svariate edizioni deluxe della serie uscite nel corso degli anni (come anche il fatto che lo stesso Fox – prima scelta di Zemeckis – rifiutò inizialmente lasciando il ruolo a Eric Stoltz che venne poi licenziato dopo quasi un mese di riprese. Assunto finalmente Fox, la produzione rigirò da capo tutte le sequenze).
Più interessante è invece sottolineare le qualità della penna che partorì una storia così avvincente, rocambolesca e allo stesso tempo credibilissima. Ogni dettaglio era al posto giusto e ogni incastro perfettamente combaciante, in Ritorno al futuro e nei suoi due sequel. A partire dalla simmetria nelle date oggetto delle puntate infratemporali dello squinternato duo, così lineare e intuitiva: dal 1985 si tornava indietro di trent’anni, al 1955; e poi, nel secondo capitolo, dal 1985 al 2015 e ritorno, prima di dirigersi di nuovo a ritroso di trent’anni per rimettere le cose a posto ed evitare il dispiegarsi di un 1985 alternativo, distopico e profeticamente trumpiano; infine, il salto nel vecchio West nel terzo episodio, escursione anche questa perfettamente geometrica essendo un carpiato di un secolo tondo rispetto alla data iniziale (1885). I dialoghi, poi: brillanti, irresistibili e forieri di quote sempiterni entrati di diritto nella cultura popolare. Quante volte li abbiamo citati, parafrasati. E quante volte ci siamo guardati sorridendo al solo sentire le espressioni flusso canalizzatore, Grande Giove! (nel doppiaggio del primo film era ‘Bontà divina‘) e Hey tu porco, levale le mani di dosso!
Ritmo, azione, divertimento, citazionismo. C’era la lezione di Spielberg, produttore esecutivo della pellicola – insieme a Kathleen Kennedy e Frank Marshall sotto l’egida della loro compagnia cinematografica Amblin – ma anche nume tutelare di Zemeckis, che al maestro e al suo Indiana Jones si era già ispirato con All’inseguimento della pietra verde; ma c’era anche l’amore per il cinema di fantascienza degli anni ’50, per le sit-com, per il rock ‘n’ roll, oltre al piglio nostalgico in stile Grease, Happy Days e American Graffiti, ma anche in stile Porky’s, mondato però del suo aspetto più “pecoreccio”.
E se la riuscita di un film dipende dall’intreccio di più fattori, come non menzionare la colonna sonora. In primis le composizioni orchestrali di Alan Silvestri, il quale se Zemeckis era un adepto di Spielberg, lui lo era di John Williams, il compositore dei più grandi film del padre del cinema pop. Alle sue arie si sommarono, tra le altre, due canzoni inedite di Huey Lewis and the News: la straconosciuta The Power Of Love e Back In Time, oltre ai brani degli anni ’50 tra cui spiccava ovviamente la Johnny B. Goode di Chuck Berry che Michael J. Fox suonava (in realtà ne mimava l’esecuzione) nella scena finale.
Ma Ritorno al futuro, sotto la scorza del racconto fantastico declinato in commedia, era anche una critica dei costumi e del conformismo imperante degli 80s, così simili ai 50s ma molto meno ruspanti, ottimisti e naïf. La critica velata alla realtà di provincia americana ipocrita e perbenista già oggetto degli strali wescraveniani di Nightmare così come dei tormenti adolescenziali oggetto del cinema di John Hughes. D’altra parte, però, si percepisce a posteriori nelle sfumature del racconto anche un accondiscendente allineamento allo zeitgeist dell’America reaganiana, alla retorica del farcela da soli, all’ambizione, all’arrivismo, al rampantismo come valore. Il tutto, per carità, tipico di molto cinema stellestrisce dell’epoca.
Tutto ciò restava però sullo sfondo rispetto a una vicenda che dal paradosso traeva linfa: dall’incontro con i propri genitori giovani, con annesso innamoramento della madre per il figlio, a quello ancor più rischioso con i se stessi del futuro. Un fatto avvenuto o meno, anche il più banale, poteva determinare questo o quello sviluppo, una sliding door poteva cambiare esistenze presenti e future che solo un passato a portata di plutonio e di 1,21 gigowatt poteva rimettere a posto.
Ritorno al futuro faceva divertire ma qualche domanda inevasa la lasciava. L’esistenza è pura casualità o c’è un destino per ognuno di noi? Siamo scontri randomici di atomi o seguiamo un tracciato già steso? Causalismo o fatalismo? Doc aveva la risposta, che poi in teoria sarebbe quella suggerita dal buon senso e scevra da ogni superstizione: «Il vostro futuro non è scritto, il futuro di nessuno è scritto. Il futuro è come ve lo creerete voi, perciò createvelo buono». Però lo stesso scienziato ammetteva pure: «Può darsi che in qualche punto del tempo sia insita una qualche importanza cosmica, come se fosse il punto di congiunzione temporale per l’intero continuum spazio-tempo» (il che non escludeva che potesse trattarsi anche di un’incredibile coincidenza). Fortuna però che il pensiero non si sviluppa tramite un semplice susseguirsi di domande e risposte. Il tempo, poi, quale enigma più grande. E quanti guai! A volte è vero: meglio occuparsi dell’altro grande mistero dell’universo: le donne.
Le donne nella trilogia zemeckisiana avevano un ruolo marginale, e se ci si pensa la saga potrebbe essere tacciata di maschilismo secondo i canoni odierni: le ragazze che per andare al ballo dovevano essere invitate dal cavaliere di turno così come le fidanzatine ignare che per far sì che non creassero casini con le loro se stesse invecchiate, venivano addormentate e tolte di mezzo, come a dire: resta buona qui, poi ti spiego. Ma anche la Lorraine donna-giocattolo per il Biff Tunnen cafone arricchito nel presente “sghembo” del secondo capitolo. In verità, però, le donne in Ritorno al futuro contavano eccome. E le interpretazioni di eroine del decennio come Lea Thompson ed Elizabeth Shue (la fidanzatina d’America – vedi anche Karate Kid – che dal secondo film sostituì Claudia Wells nel ruolo di Jennifer, la ragazza di Marty), oltre a quella di Mary Steenburgen nel ruolo di Clara Clayton, la fiamma di Doc nel terzo episodio, resero appieno giustizia al gentil sesso, oggettivamente sottorappresentato in un cast che non prevedeva quote rosa.
Purtroppo, o per fortuna, non avremo mai un quarto capitolo di Back to the Future. In ogni intervista dell’ultimo trentennio in cui è stato sollecitato sul tema, Zemeckis ha sempre ripetuto che chi vorrà fare della trilogia una tetralogia dovrà passare sul suo cadavere. Intoccabile, l’universo di Hill Valley, così come grazie al cielo finora lo è stato quello de Il padrino, altra maestosa saga terminata nel 1990 (a meno che…). Del resto, pur essendo potenzialmente una miniera di spunti – i possibili passati e futuri da esplorare sarebbero infiniti – la serie si è saggiamente fermata al numero tre, il più fiacco del trittico, anche per i noti problemi di salute di Michael J. Fox. Ve l’immaginate i nostri due eroi catapultarsi ai tempi della Rivoluzione francese, nella preistoria o in un futuro in cui l’uomo avrà conquistato Marte? In effetti, c’era il serio rischio di scadere nella parodia.
Zemeckis abbracciò un passato e un futuro abbastanza prossimi rispetto all’epoca di uscita del film: da un lato fu un bene, dall’altro no soprattutto perché il 2015 è alle nostre spalle da parecchio sicché quando riguardiamo il secondo episodio dobbiamo fare finta che non sia ancora arrivato. Il regista di Chicago non si spinse a immaginare neanche come sarebbe stato il mondo nel 2021, ma probabilmente neppure la sua fervida immaginazione avrebbe eguagliato la triste realtà di oggi. Eh già, se avessimo la macchina del tempo non esiteremmo un istante a impostarla per tornare al passato. Ci faremmo bastare anche il 1985.
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