Recensioni
Taylor Swift
The Tortured Poets Department
-
Giulia Quaranta
-
Edoardo Bridda
- 23 Aprile 2024

Taylor Swift la camaleontica. Taylor Swift la miliardaria. Taylor Swift la collezionatrice di record. Da un po’ di tempo Taylor Swift è sulla bocca di tutti, persino in Italia, dove la cantautrice non ha mai riscosso un successo paragonabile a quello ottenuto in molti altri Paesi del mondo. Swift è senza dubbio la cantante più famosa del momento, nonché la più ascoltata su Spotify.
A poco meno di due anni dall’ultimo disco di inediti, Midnights, esce l’undicesimo album in studio, The Tortured Poets Department (TTPD), annunciato a sorpresa durante l’ultima edizione dei Grammy. Secondo una teoria dei fan, il titolo farebbe riferimento a una chat di gruppo tra Andrew Scott, Paul Mescal e Joe Alwyn, suo ex compagno, intitolata “The Tortured Man Club”. Che sia vero o meno, poco importa, dell’album s’è iniziato a parlare da subito.
L’intera opera è stata fatta ascoltare il giorno dell’uscita – Billie Eilish farà lo stesso – con i soli featurer e risicati dettagli sulla realizzazione a trapelare nel frattempo. A carte scoperte, è l’apertura, Fortnight, con ospite Post Malone, a rappresentarne la chiave di volta. Rispetto al recente passato, la produzione si è fatta più minimalista eppure la formula è esattamente quella che conosciamo: una deliziosa melodia pop scandita da lievi iridescenze elettroniche e da una linea di basso non indimenticabile ma funzionale. Al suo distopico videoclip, con gli attori Ethan Hawke e Josh Charles, il compito di raccontarne la palette cromatica, parole e racconti su scala di grigi all’interno di un personale continuum che va da Dolly Parton ai melodrammi della sua generazione, dal country al (teen) pop, dalla tradizione USA alle sue contaminazioni dream, synth, hip hop e pop.
The Tortured Poets Department è un disco fortemente voluto dalla songwriter che mai come oggi vorrebbe dar significato alle parole e al gesto della scrittura, vera e propria ancora di salvezza in una vita imprigionata dalla fama. “Tu non sei Dylan Thomas, io non sono Patti Smith”, canta nella title track e viene da chiedersi se si tratti effettivamente di una sorta di ironica autoassoluzione: i testi scritti per questo (doppio) album sono forse tra i più insipienti che abbia mai prodotto. La scrittura, da sempre suo punto di forza, cerca di farsi ironica e in qualche modo provocatoria, con effetti spesso grotteschi; asserzioni imbarazzanti che sembrano uscite dal diario segreto di una teenager o dal subreddit r/iam14andthisisdeep.
Non serviva il cover album di Ryan Adams per farcelo comprendere, né la polemica con Damon Albarn a ricordarcelo, Taylor Swift sa scrivere canzoni senza (sostanziali) aiutini con piglio consapevole e affatto banale. Ritrovarla a fare (male) la cosplayer di Lana Del Rey con strofe tipo “ti gratto la testa e ti addormenti/come un golden retriever tatuato” oppure “i miei amici puzzano d’erba o come ‘little babies‘” fa lo stesso effetto di ascoltare Tananai che mette i Police finché “non ha bussato …la Police”.
E neppure ritrovare gli stessi trucchi di produzione, arrangiamento e melodia di Midnights e (in parte) Folklore giova alla riuscita di un lavoro che di fatto ne rappresenta una copia sfocata. Né il monocromatico synth-pop di Jack Antonoff né il piano (e gli archi) di Aaron Dessner dei National riescono a riscattare brani come loml o The Smallest Man Who Ever Lived che avrebbero giovato di una maggiore introspezione musicale e invece, se ascoltati una di seguito all’altro, sembrano far parte di un unico, noiosissimo, granitico blocco narrativo.
Fanno meglio, nonostante il mix un po’ compresso, e naturali rimandi a Melodrama di Lorde (prodotta Antonoff, producer e co-autore delle maggiori popstar di oggi, vedi anche Del Rey) My Boy Only Breaks His Favorite Toys e I Can Do It With a Broken Heart. Viceversa, Florence Welch, una delle voci più belle della sua generazione, non riesce nel suo feat. a far spiccare il volo a Florida!!!, sulla carta la vetta del disco, nella pratica un’occasione sprecata.
Per fortuna c’è l’orecchiabile e sincera Guilty As Sin? a suonare come un instant classic. Ma dove mettiamo But Daddy I Love Him? che con quel mix di mestizia dessneriana, prestiti da Anti-Hero e testo adolescenziale sul solito amore contrastato pare scritta dall’AI? Tra i fan – complice un leak – era circolato il sospetto che la title track fosse opera dell’intelligenza artificiale per via delle sopracitate strofe che tiravano in ballo Thomas e Smith, ma sarebbe stato un bel complimento per l’algoritmo…
I difetti del primo volume di The Tortured Poets Department sono tuttavia compensati dal secondo in cui il compositore dei National torna ai ricercati acquerelli del Folklore/Evermore anche con un tocco di spleen. Ed è qui che Swift ritrova l’estro, le tinte e la sensibilità pop che più si addice a una 34enne. Nei brani dell’Anthology troviamo riferimenti alla mitologia greca e in particolar modo alla storia tragica della sacerdotessa Cassandra e un intero brano dedicato all’albatros, araldo poetico per eccellenza.
Nessun capolavoro ma buone scuse per parlare di musica invece di prose a favor di gossip come accade verso la fine con il (sagace) ringraziamento a Aimee (thanK you alMee), ovvero Kim Kardashian, allora moglie e “avvocato” per conto di Kayne West; nonché un brano che ti aspetteresti di sentire durante i titoli di coda di una rom com degli anni 2000 (So High School).
Più coraggiosa e artisticamente rilevante sarebbe stata a questo punto della carriera – e con un mastodontico tour in itinere – la scelta di pubblicare un disco che la portasse ad approfondire ulteriormente le traiettorie di Folklore/Evermore. Non ne sarebbe venuto fuori un Nebraska ma senz’altro qualcosa di più a fuoco e urgente. Qualcosa che ci aspettiamo faccia la “Madonna di oggi” e che non sapesse di un’artista che tenta di rimescolare le carte mostrando la propria mappa dei sentimenti come una caccia al tesoro per i fan sacrificando l’autenticità delle canzoni.
Amazon
