Recensioni
Moderat, Verdena, Peggy Gou
Spring Attitude 2023
-
Gioele Barsotti
- 26 Settembre 2023

Dopo il successo dell’edizione dell’anno scorso, il festival capitolino Spring Attitude torna ad animare gli iconici studi di Cinecittà per due appuntamenti, rispettivamente il 23 e il 24 settembre. Sebbene la location rimanga la stessa, i due palchi questa volta vengono posizionati di fronte all’entrata principale di via Tuscolana e non più all’interno del set a cielo aperto in cui è ricreato un vero e proprio foro romano con tanto di templi. Inoltre, in questa nuova edizione gli stage Molinari e S/A non sono più disposti uno davanti all’altro, ma si fiancheggiano, permettendo ai presenti di godere di una migliore visuale delle esibizioni che si alternano senza soluzione di continuità per più di dieci ore al giorno.
Nonostante il setting sia decisamente meno suggestivo, la magia della Mecca del cinema italiano continua ad essere palpabile e ad avvolgere silenziosamente i presenti. Basta guardarsi intorno, ad esempio, per accorgersi che l’iconica testa di Venusia utilizzata da Federico Fellini nel Casanova, film girato nel teatro di posa cinque di Cinecittà, si trova a pochi metri dal palco Molinari.

A rimanere invariata, invece, è la qualità della line-up che fa ancora una volta dell’eclettismo la propria cifra distintiva. Anzi, se si scruta meglio il folto cartellone (sono ben ventitré i concerti di questo penultimo weekend settembrino) si nota una certa volontà di fare le cose ancora più in grande, aumentando il numero di esibizioni e ospitando alcuni nomi abituati a calcare festival internazionali.
Se l’anno scorso i ruoli da protagonisti erano stati affidati alle atmosfere rave di Cosmo e al funk partenopeo dei Nu Genea sulla scia del successo dell’ottimo Bar Mediterraneo, in quest’edizione il testimone passa in mano ai Moderat, ancora impegnati a portare in giro per il mondo i brani di MORE D4TA, alla dj più in voga del momento, ovvero Peggy Gou e, se vogliamo, anche ai nostri Verdena sempre a caccia di magia. Un altro tratto distintivo del festival, inoltre, è il saper tastare il polso dell’underground italiano, invitando gli spettatori a scoprire (ed ascoltare) alcuni dei suoi rappresentanti più iconici e, allo stesso tempo, delle promettenti nuove leve. Ecco che, disseminati nella folta selezione di artisti, troviamo il jazzcore degli Studio Murena, gli echi sardi nel ricercato pop della cantante e produttrice Bluem, ma anche l’elettronica sofisticata di Maria Chiara Argirò e le taglienti barre della giovane rapper Ele A. Insomma, la mission e il claim di Spring Attitude – non a caso la parola latina Naturae – incitano gli appassionati a non limitarsi agli headliner e a scoprire nuove cartografie che animano il vitale sottobosco indipendente italiano.
La scelta di azzerare ogni tipo di pausa tra i vari set (l’unico break di circa trenta minuti è solamente tra il live dei Verdena e quello del duo techno Acid Arab) fa sì che la musica scorra incessantemente, attraversando i generi che popolano maggiormente il panorama contemporaneo. A volte questo accade in maniera estremamente coerente, come in un una sorta di lungo dj set, mentre in altre più bruscamente.
L’accostamento al vetriolo tra la formazione dei fratelli Ferrari e i Bud Spencer Blues Explosion ha contribuito a far decollare il ritmo della prima giornata, che fino a quel momento si manteneva sospeso tra gli echi dance degli Archivio Futuro, di Maria Chiara Argirò e dei festosi Parbleu (batterista e percussionista in comune coi Nu Genea) e l’indie nostrano di Marco Fracasia, Valentino e Ibisco, con quest’ultimo declinato nella sua accezione più dark e sintetica. La scelta è ancora più coerente se si pensa che Adriano Viterbini e Alberto Ferrari condividono il palco col progetto afro-funk degli I Hate My Village. L’esplosivo quanto estremamente contaminato blues contemporaneo del duo spiana la strada ai Verdena che regalano ai presenti un set variegato dal quale non possono mancare classici come Muori Delay, Valvonauta e Luna. I brani di Volevo Magia dal vivo acquisiscono tridimensionalità e il muro di suono granitico sorretto dalla sezione ritmica investe i presenti con una potenza inaudita per i novanta minuti del loro set.

Un’accoppiata che invece funziona decisamente meno è quella con la formazione seguente, gli Acid Arab, che di fatto spiana la strada ad una virata verso lidi dancefloor oriented che proseguirà fino a tarda notte. Trenta minuti scarsi di pausa non sono bastati per rendere la transizione sonora meno brusca: una scelta, questa, probabilmente non facile da digerire per chi era accorso a Cinecittà soprattutto per vedere la formazione di Albino. La techno dalle sfumature mediorientali del duo accompagna i presenti in un viaggio allucinatorio attraverso le sonorità tipiche dei paesi del Maghreb, passando anche per Iran e Turchia.
Neppure il tempo di riprendersi dalle incalzanti casse in quattro quarti che si viene catapultati in un altro dj set, questa volta dalle tinte house e affidato a Chloé Caillet. L’atmosfera è elettrica e Cinecittà si è trasformata ormai in una pista da ballo. Tutti stanno aspettando Peggy Gou, in attesa di estrarre il proprio smartphone e riprendere il momento in cui viene lanciato (It Goes Like) Nanana, vero e proprio tormentone estivo analizzato nel dettaglio su queste pagine da Daniele Rigoli. Le due ore del set dell’artista sudcoreana passano in fretta e, tra i brani ascoltabili, spicca No Reason del nuovo disco dei Chemical Brothers oppure Inner Life del pioniere della techno Jeff Mills. La prima giornata, dunque, termina con tre dj set, una scelta decisamente radicale e che forse avrebbe potuto giovare dalla presenza di almeno una performance live per garantire una maggiore varietà della palette sonora che risulta inchiodata tra house e varie declinazioni techno molto simili tra loro.
Quanto sperato accade invece il giorno successivo. Ogni set scivola coerentemente in quello successivo e la serata giova di un ottimo bilanciamento tra set suonati e non. Dopo l’unica esibizione estiva di Tutti Fenomeni il sound vira verso l’ambient techno à la Tycho di Christian Löffler che distende l’atmosfera in attesa della band capitanata da Sascha Ring. I Moderat salgono sul palco verso le 22:40 e regalano ai presenti una performance immersiva simile a quella che li ha visti protagonisti un anno fa al Parco della Musica Ennio Morricone. Il trio presenta dal vivo tre brani del nuovo album in studio uscito dopo il loro hiatus, ma è su classici come l’onirica A New Error e quel beat di Rusty Nails che sembra prodotto da Burial che il pubblico va in visibilio in un connubio di stimolazione elettronica e visual immersivi. Dopo una breve pausa c’è tempo ancora per la dilatata Milk e per l’iconica Bad Kingdom, combinazione perfetta per suggellare gli intensi novanta minuti in cui la band tedesca strega Cinecittà.
Meg, invece, coadiuvata alle macchine da Suorcristona, fa scatenare la folla investendola con breakbeat e basse frequenze. La maggior parte dei brani eseguiti provengono dall’ultimo LP Vesuvia, ma c’è spazio anche per alcuni brani risalenti al periodo di militanza con i 99 Posse, come l’energica Sub. Il gran finale è affidato al duo austriaco HVOB che alterna momenti più onirici a veri e propri tunnel techno in cui gli studi di Cinecittà si trasformano in un rave a cielo aperto composto da luci stroboscopiche e martellanti casse dritte. Ogni set serale accelera i BPM rispetto al precedente, dando vita ad un vero e proprio crescendo elettronico durato più di quattro ore. Inoltre, ogni esibizione esplora declinazioni differenti della musica sintetica, evitando così che il pubblico possa stancarsi e spronandolo a ballare. Ancora ed ancora, fino a che l’ultimo briciolo di energia non abbandona il corpo, stanco, sulla strada del ritorno.
Lo stesso è accaduto anche nel pomeriggio. Giin e Anna Carol cullano i pochi presenti all’apertura dei cancelli con il loro cantautorato dalle venature pop che si contaminano prima col rock e poi con sfumature elettroniche. L’accostamento tra Studio Murena ed Ele A invece è un’incredibile miscela tra barre taglienti e groove trascinanti che sfocia nel set dal sound hyperpop di Bluem. La producer sarda porta dal vivo numerosi brani del suo secondo disco nou mentre sugli schermi scorrono immagini dall’estetica glitch.
La performer traduce live i brani grazie all’aiuto dei groove suonati da Andrea Dissimile, membro della formazione jazz sperimentale dei 72-Hours Post Fight. Tocca infine al rap contaminato dei FUERA, al glam rock sognante e surreale del toscano Lucio Corsi e all’irriverente performance di Tutti Fenomeni (soprattutto l’ironica Cantanti) traghettare il secondo giorno di Spring Attitude verso la seconda, e più riuscita, deriva elettronica serale.

È necessario aprire anche una parentesi che esula momentaneamente dalla musica per valutare il festival nel suo complesso. La kermesse capitolina ha adottato il sistema di pagamento cashless, allineandosi così a standard europei già adottati, ad esempio, in rassegne come il Rock en Seine di Parigi, lasciandosi alle spalle l’obsoleto sistema dei token tanto discusso durante la stagione dei concerti estivi. Purtroppo, però, il sistema presenta delle evidenti problematicità, come riscontrato da numerosi utenti che, nella chat dell’app Woow, affermano, ad esempio, che gli sono stati addebitati acquisti non realmente compiuti. Inoltre, in molti si sono lamentati dell’impossibilità di non poter portare all’interno di Cinecittà neppure delle bottiglie d’acqua da mezzo litro, salvo poi poterle acquistare comodamente una volta entrati. Insomma, la logistica, se da una parte ha risolto il problema della scarsità dei bagni riscontrato l’anno precedente, è parzialmente da rivedere in quanto gli standard europei sono ancora lontani.
Al netto di questi problemi e dell’accostamento discutibile di alcune esibizioni, Spring Attitude si riconferma come uno dei festival più interessanti del panorama nazionale e sicuramente come uno degli eventi di punta della lunga estate romana. Il salto di qualità dall’edizione precedente è notevole e aver puntato su nomi come Peggy Gou e i Moderat ha certamente attratto un pubblico tanto ampio quanto più che mai eterogeneo, proprio come la musica proposta. L’eclettismo, dunque, eletto a vero proprio punto di forza.
La dodicesima edizione del festival capitolino, in definitiva, ha permesso ai presenti di fotografare lo stato dell’arte della musica alternativa italiana e di entrare in contatto con una serie di estetiche e sonorità che si muovono, a volte silenziosamente, al suo interno. Non c’era modo migliore di salutare, per il momento, la stagione concertistica estiva.
Amazon
