Recensioni

8.5

Abbiamo voluto fare un disco che suoni come il vivere nella Gran Bretagna di oggi. Cemento, acciaio, fottute scritte sui muri, fottuta violenza, grattacieli, tutto quanto… un disco claustrofobico, paranoico

Nell’autunno del 1999, un Bobby Gillespie con un taglio stranamente militaresco (probabilmente gli unici cinque minuti della sua vita in cui ha portato i capelli corti) annuncia il mood del nuovo disco dei Primal Scream che sarebbe uscito da lì a pochi mesi. Lo fa paradossalmente dalle pagine della rivista Jockey Slut, un magazine di impostazione dance e tipicamente “anni 90”, sulla cui copertina compare in uno scatto giocoso e del tutto antinomico rispetto a ciò che dice nell’intervista. Al suo fianco c’è Mani, che proprio in quel periodo è entrato stabilmente nella band come bassista ufficiale. I due Primals, il capitano e il nuovo fido scudiero, sembrano visivamente ancora incarnare l’edonismo drogato, godereccio e danzereccio del decennio che sta per chiudersi, ma le parole dicono ben altro. Ce ne saremmo accorti tutti all’uscita di XTRMNTR nel marzo del 2000. Benvenuti nel nuovo millennio, benvenuti all’inferno.

Riascoltando XTRMNTR oggi, in questo letamaio globale fatto di guerre, genocidi, razzismo, tecno-fascismo, sorveglianza digitale e catastrofe ambientale incombente, si viene assaliti soprattutto da due pensieri. Il primo è: cristo, che disco. Che fottuto (per usare lo slang alla Gillespie), malevolo, sedizioso, travolgente, spietato, straordinario cazzo di capolavoro rock’n’roll che era, è e sarà per sempre XTRMNTR. La seconda riflessione ne è la logica conseguenza: in questi anni tremendi che ci tocca vivere, quale band giovane o almeno paragonabile ai Primal Scream non ancora quarantenni di allora, è in grado di sonorizzare il presente allucinato e allucinante in cui siamo immersi, masticarlo, risputarlo fuori e incitare alla ribellione prima che sia troppo tardi? Chi ha saputo farlo in questi ultimi venticinque anni?

Kick out the jams, motherfuckers: questo urlava XTRMNTR. E no, non è boomerismo nostalgico dei bei (?) vecchi tempi. Il punto è un altro: non ricordo quanto quella musica alla fine fosse davvero, come sosteneva Bobby, la sonorizzazione del vivere nella Gran Bretagna di allora, quella del britpop in coma e della fregatura del New Labour blairiano, ma sono sicuro che sia la sonorizzazione del vivere ovunque adesso. Gillespie lo aveva capito, con l’intuitività selvatica del ragazzino punk folgorato dai Clash e dai Pistols che è sempre stato, e che è tuttora a più di sessant’anni: tutto è destinato ad andare sempre peggio. Se non è questo il tempo per combattere nelle strade, quando mai lo sarà? E del resto what can a poor boy do, except to sing in a r’n’r band?

Certo, c’era anche molta ingenuità. L’estetica agit-prop e lo sloganismo roboante hanno sempre fatto parte del pacchetto Primal Scream, ma Bobby Gillespie non lo vorremo davvero diverso da come è. Al termine di un decennio nel quale lui e i suoi partner in crime – ricordiamoli in ordine sparso, con un pensiero commosso a chi tra questi è partito prematuramente per il grande rave dall’altra parte: Throb, Innes, Duffy, la divina Denise Johnson, Andrew Weatherall – si sono goduti fino all’ultima goccia, anche se da outsider, tutto ciò che il music biz e il decadentismo da rockstar potevano offrire, il figlio del militante socialista e antifascista che gli spiegava chi erano le Black Panthers nello stesso momento in cui gli raccontava cos’era la Motown ritrova la verve ribelle e iconoclasta, la coscienza di classe e la convinzione che il rock (inteso in senso lato) se non sfida le convenzioni semplicemente non ha senso. E a quel punto alza il volume a 11, come in Spinal Tap. Se l’umanesimo estatico di Screamadelica era stato il Sgt. Pepper’s dei Primals, qui siamo arrivati a Helter Skelter.

Che XTRMNTR fosse un disco militante – politicamente, musicalmente e culturalmente – lo si capiva ancora prima di metterlo sullo stereo. L’artwork di copertina e del booklet parlava chiaro: grafica cruda, piloti che fanno l’ultimo check a bombardieri in partenza, parole chiave disseminate in una schermata di un computer che sembra andare in crash (ehi, il millennium bug chi se lo ricorda?). “Sterminare le classi povere”. Narcosi terminale”. “Distorsione psichica”. “Nessuna disobbedienza civile”. “Chiunque è una prostituta”. “Cieli metallici”. “Virus del controllo”. È il testo di XTRMNTR, il brano, l’unico riprodotto nel libretto. Dentro ci sono David Lynch e John Carpenter, Videodrome di quindici anni prima e Matrix che era appena uscito, l’ultraviolenza ballardiana e il Pop Group, Debord e Naomi Klein. Ricordiamolo ancora: è la primavera del 2000. Poco dopo gli scontri di Seattle, un anno prima dell’11 settembre e del G8 a Genova. Si diceva, a proposito del cogliere lo spirito dei tempi che sarebbero arrivati?

La title track è la terza canzone in scaletta, e ci si arriva già con il fiato in gola. Prima c’è il manifesto di intenti Kill all Hippies (quelli degli anni ’60 o quelli farciti di ecstasy della ”new summer of love” alla quale i Primals avevano fatto da officianti?), piattaforma programmatica che mescola big beatz electro e sostrato funk-soul memore, forse per certe linee di basso e il falsetto di Gillespie (“you got the money, I got the soul”) del Curtis Mayfield apocalittico del 1970, quello di If There’s a Hell Below We’re All Going to Go. Ma non c’è tempo per pensarci su, perché subito arriva il rush devastante e catartico di Accelerator. Chitarre sature e iper-compresse, noise portato al livello superiore, quel “c’mon! c’mon!” che ti fa venire voglia di sfasciare la prima cosa che hai sottomano. Lo dico da appassionato devoto degli Stooges: non ho mai sentito niente, assolutamente niente, che riproduca in modo altrettanto perfetto e contemporaneo la magia maligna di Fun House. E qui si avverte davvero la mano, sia sul mixer che sulla chitarra, di uno dei collaboratori più preziosi in questa occasione, vale a dire Kevin Shields, che in seguito per un certo periodo suonerà dal vivo con la band.

Il cast è affollato di amici, compagni di strada e anime affini. Ci sono i Chemical Brothers, che si occupano di mixare una delle due versioni di Swastika Eyes, quella più vicina alle intenzioni di Gillespie di fare “una canzone politica che suoni come un pezzo disco tra Moroder e Gloria Gaynor”. C’è David Holmes, il cui approccio cinematico e funky viene applicato a Blood Money e trattenuto al minimo in Keep Your Dreams, unico momento di respiro del disco, classica ballata fragile e trasognata in stile-Primals che musicalmente sembra una reprise di Star, il capolavoro gospel-cajun su Vanishing Point. C’è Dan the Automator, produttore di Dr Octagon convocato per dare il giusto tono hip hop a Pills (gran pezzo anche se il rapping di Bobby non è esattamente da candidato a entrare nel Wu Tang Clan: quando dice “shine a light on me” gli esce involontariamente tutto il suo Mick Jagger interiore). Tornano vecchie conoscenze come Hugo Nicolson e Adrian Sherwood, anche se il secondo è abbastanza defilato e del resto tra i tanti ingredienti di XTRMNTR il dub che aveva marchiato l’album precedente non è certo tra i più rilevanti. Qui è la botta allo stomaco che si persegue, non le nuances e i chiaroscuri da cogliere con la mente adeguatamente rinfrescata.

A tal proposito va detto che questo, almeno in apparenza, è uno dei dischi meno drogati (anfetamine a parte) dei Primals. Il che è un po’ come dire “uno dei dischi meno hard rock dei Black Sabbath”, ma in effetti lo stesso Gillespie in quel periodo rilascia dichiarazioni in cui individua nelle droghe uno degli strumenti di controllo del regime capitalistico. Ehm, Bobby…ci siamo capiti.

In compenso, mai prima di XTRMNTR era emersa così pronunciata la passione jazz del gruppo. Ovviamente non si parla di languidi sax da ore piccole in un lounge club. I modelli che hanno in mente Gillespie e soci sono il Miles Davis e il John Coltrane più sovversivi, Pharoah Sanders, Ornette Coleman. Benchmark inarrivabili, è chiaro, ma i ragazzi ci provano e tutto sommato riescono credibili in brani nei quali come scrisse Kris Needs “attaccano la giugulare jazz” come Blood Money e MBV Arkestra (If They Move Kill ‘Em), crasi impossibile tra i My Bloody Valentine (Shields domina, qui) e Sun Ra ma con tratti esotici che ricordano forse più il Charlie Haden di Liberation Music Orchestra.

Tutto, comunque, è perennemente passato attraverso una onnipresente pressa elettronica che di ballabile in senso stretto non ha praticamente più nulla, con l’eccezione forse proprio del rant più oltranzista e cioè Swastika Eyes, canzone che anche decenni dopo fa il suo lavoro risultando ancora profondamente indigesta a chi quella canzone, di fatto, mette nel mirino. Il beat, la dissonanza, le folate sintetiche sono onnipresenti, e riletta oggi intenerisce persino la dedica dell’album “a Jaki Liebezeit e Liam Howlett”. Solo uno con la cultura musicale onnivora e la visione messianica del rock’n’roll (che non è un genere ma una attitudine, un modo di stare al mondo) di Gillespie poteva pensare di mettere assieme Can e Prodigy, MC5 e Orbital, Joy Division e Public Enemy. E giusto per chiudere il cerchio e l’elenco degli omaggi, nella conclusiva Shoot Speed /Kill Light le chitarre si riprendono il loro spazio in mezzo ai synth con una cavalcata space-jam che ricorda, di tutte le influenze possibili, gli Hawkwind. Non dovevamo ammazzarli tutti, gli hippie?

I Primal Scream faranno ancora dischi eccellenti – alternati come da regola a delusioni brucianti, leggasi Beautiful Future e l’imperdonabile Chaosmosis – ma una vetta come XTRMNTR non la toccheranno più. Forse è giusto così. Rivoluzionare il panorama musicale non una ma due volte è privilegio di pochi. Screamadelica ci aveva fatto volare in un mondo nuovo e accogliente, XTMRNTR ci ha dato un vocabolario per resistere a quello vecchio e brutale in cui purtroppo dobbiamo vivere. Anche se poi le parole, davanti all’orrore, vengono a mancare e come Bobby Gillespie riusciamo solo a ripetere “fuck, fuck, fuck” all’infinito.

Consideriamolo allora un intramontabile, magnifico manuale di urban guerrilla r’n’r. Davanti agli occhi a svastica che ci circondano, sempre più numerosi, il consiglio è sempre lo stesso: “se si muovono, sparagli”.

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