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La data fiorentina del tour che celebra i quarant’anni dello storico album 17 re aveva tutte le premesse per essere quella più importante, almeno a livello di memoria: al netto delle performance che possono essere migliori o peggiori da una data all’altra, la tappa nella città in cui sono nati e cresciuti i membri del gruppo e in cui il disco è stato concepito e realizzato si preannunciava particolarmente significativa a livello di memoria, non solo di un album particolarmente bello in sé, ma perché quel disco fu il frutto più importante di una stagione leggendaria per l’ambiente alternativo della città.

Qualcuno potrà preferire gli sperimentalismi degli splendidi Neon, qualcun altro preferirà un disco comunque enorme come Siberia dei Diaframma, ma non c’è dubbio che 17 re abbia consacrato quella stagione fertile e vivace non solo in virtù della sua ricchezza e varietà sonora, ma anche per il respiro ampio e l’ambizione che si portava dietro il primo album doppio del rock indipendente italiano. Oltretutto, la location del concerto non era distante dal Mugnone, il corso d’acqua vicino al quale Pelù è cresciuto (e che aveva dato anche il nome a uno dei suoi primi gruppi, i Mugnions).

Tutto era pronto per un viaggio nella memoria personale, artistica e cittadina insieme, ma la data fiorentina ha detto tutt’altro. Aperta con il tema di Febbre suonato al piano (evidentemente troppo sommessa e intima per essere suonata in una serata del genere, è stata un’ottima soluzione per non lasciarla fuori dalla scaletta) e proseguita con la famosa canzone che dava il titolo all’album, notoriamente esclusa perché ritenuta inferiore alle altre (ma è tutt’altro che tremenda) tranne per il testo riprodotto nella copertina interna, che sarebbe stata per l’appunto la diciassettesima canzone dell’album, la serata è proseguita con i brani del disco riordinati un po’ a tema, con un Pelù loquace nel presentare le canzoni, e soprattutto con zero voglia di celebrazioni e nostalgie.

A un certo punto lo dice anche esplicitamente “fanculo la nostalgia“ (perché se uno cede alla nostalgia, secondo lui, si può finire anche per essere nostalgici del fascismo, che suona un po’ come un’esagerazione, ma che è coerente con i vari discorsi della serata) ma soprattutto lo dimostra: niente rievocazioni di quella stagione, niente ricordi personali, i saluti al pubblico della città sono quelli che avrebbe potuto rivolgere al pubblico di Cagliari o di Roma, e i riferimenti al passato sono il minimo sindacale – per esempio quando salgono sul palco Francesco Magnelli (per una bellissima Univers) e Daniele Trambusti su Tango si dice che avevano suonato anche sull’album originale, o quando nei bis parte Eroi nel vento da Desaparecido c’è una dedica a Ringo De Palma. Ma non molto altro, perché il focus della serata, e quello che sembra il senso di tutta la tournée, è un altro.

Pelù è chiaramente preoccupato dal presente, e questo tour assume una dimensione che diremmo quasi militante, anche se in modo originale: tutti i discorsi che dicevamo, le invettive sul mondo contemporaneo, i ragionamenti sembrano voler utilizzare appunto le canzoni di quello storico album per parlare dell’oggi e mostrare come siano ancora attuali. Il contrario della nostalgia insomma, anzi la voglia di dimostrare che le questioni sollevate a quei tempi non sono ancora risolte o comunque continuano a presentarsi anche se in modo un po’ diverso – ma non nei tratti essenziali. Sarà che la retromania rende più fluido il discorso sul tempo, o rende più facile un’operazione come questa, ma come detto il focus è il contrario della nostalgia o del museo.

Per cui si parte con alcune delle canzoni che parlano di guerra (Come un dio, Vendette), con Oro nero legata ovviamente anche alla questione energetica, ma si parla anche delle solitudini personali con Re del silenzio, di come da quelle si possa cercare di uscire guardando il cosmo e allargando lo sguardo (la suddetta Univers), si torna a parlare di guerra con una Tango che vede Aiazzi alla fisarmonica ma che risulta un po’ slegata, si parla d’amore col lirismo di Pierrot e la luna, di serate vivaci con gli amici con Café Mexcal e Rosita, si tocca un momento particolarmente riuscito con quel manifesto esistenziale mascherato da canzone d’amore che è Apapaia, per arrivare alla conclusione della parte dedicata all’album chiedendosi, di quella stagione, cosa… “Resta” con una versione infuocata e tirata del leggendario brano che apriva quel disco.

Personale e politico intrecciati, quindi, come si diceva una volta e come forse sarebbe il caso di continuare a dire, con discorsi magari troppo lunghi, a volte poco originali o eccessivi, ma sono critiche che in questo momento non sembrano la questione principale.

Quanto al lato musicale, il gruppo è energico e coeso, eppure l’insieme non decolla quasi mai per davvero: sarà che l’impasto sonoro dell’album era un miracoloso equilibrio di New Wave, rock classico, influenze mediterranee, un tocco di prog e un vago annuncio di quei tratti latini che sarebbero arrivati in modo più visibile a partire dal successivo Litfiba 3, un equilibrio difficile da riprodurre; sarà stata la serata o i residui del periodo successivo, o forse qualche scelta sbagliata, ma tranne rare eccezioni le canzoni sembrano eseguite bene più che suonate bene. Si evitano alcuni eccessi che rimanevano nella tournée con cui 13 anni fa tornavano a portare in giro la trilogia del potere, e i cinque sembrano anche in forma, eppure continua perlopiù a mancare quel quid.

Paradossalmente, meglio i bis: oltre a Eroi nel vento vengono suonate, da Desaparecido, La preda e una bellissima Istanbul, mostrando che quel lavoro di trovare una nuova coesione è stato fatto meglio per questo disco, apparentemente, che non per quello celebrato nella serata. C’è poi Il volo, brano leggerino ma che faceva vedere che la svolta verso il rock più classico del gruppo sarebbe potuta avvenire lungo binari più misurati e meno sguaiati. Ci sono Tex e Santiago dal suddetto Litfiba 3, con la prima che è l’inno anticolonialista un po’ troppo carico che conosciamo bene (ma che evita per fortuna gli eccessi della terribile versione Tex’n’Duet presente nel live Colpo di coda) suonato in modo coinvolgente, mentre la seconda mostra tastiere dal colore andino e soprattutto un po’ più di coesione rispetto alla tragica produzione fredda e slegata che sabotava i bei brani di quell’album.

La serata si chiude alle porte tra la prima stagione del gruppo e quella del grande successo: Cangaceiro, che già mostrava i tratti di coattaggine che avrebbero caratterizzato la fase successiva della band, porta simbolica che è bene lasciare chiusa.

E allora, cosa resta appunto della serata? Resta l’attenzione riportata su un disco favoloso che ogni tanto è bene ricordare, sia per il piacere di riascoltarlo che per riesaminare i testi per vedere se qualcosa ci era sfuggito o per leggerli con uno sguardo nuovo, al di là dei limiti che può mostrare oggi il gruppo che l’ha fatto e che in parte potrebbero essere attribuiti al fatto che, comunque, sono passati 40 anni, che in ambito rock (ma anche in una vita) sono un’eternità.

Un tempo lungo che però non ha impedito a queste canzoni di risultare attuali anche senza troppe forzature: e questo ci dice che, più che della forma e della salute attuali dei Litfiba, c’è da preoccuparsi un po’ di quelle del mondo.

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