Recensioni

La musica dei Durutti Column abita da sempre un tempo tutto suo, attraversato da riverberi e delay, sospeso in una dimensione dove il suono sembra sottrarsi alla gravità. Si stagliava luminosa e delicata tra le distopie ballardiane e l’alienazione del post-punk quando, ai tempi di The Return of the Durutti Column (1980), Vini Reilly immaginava una musica sospesa tra la desolazione urbana e una forma quasi impossibile di bellezza.
E torna oggi con Renascent a opporsi a un silenzio artistico che sembrava poter avvolgere definitivamente il musicista mancuniano, dopo le difficoltà fisiche seguite agli ictus che lo hanno colpito nel 2010 e il lungo periodo che ne è seguito, segnato da una profonda crisi personale legata alla perdita del rapporto con lo strumento e, di conseguenza, con la propria identità artistica.
Ed è proprio da lì che riparte Renascent. Al centro della musica del progetto che Reilly porta avanti dalla fine degli anni Settanta ci sono ancora quegli arpeggi di chitarra liberi e aperti su spazi a perdita d’occhio, quelle note morbide e sospese che diventano l’epicentro di colori caldi e avvolgenti. Una musica acquerello, fatta di paesaggi apparentemente indifferenti alla presenza umana. Il regno della fragilità eretta a forma espressiva.
Le linee brevi, le note lasciate respirare, l’uso delle pause e la capacità di trasformare il silenzio in parte integrante della composizione hanno sempre avvicinato Reilly più alla sensibilità jazz, al minimalismo e alla musica classica che al rock tradizionale. La sua non è una chitarra che cerca il protagonismo del gesto, ma una chitarra che costruisce ambienti: una voce melodica capace di suggerire immagini prima ancora che canzoni. Una chitarra ritmica nel senso più lontano dalla tradizione rock, alla ricerca di un ideale di delicatezza e semplicità.
Una vertigine estetica dentro la Factory Records di Tony Wilson, la stessa casa di Joy Division e New Order, ma anche una sorta di controcanto alle tensioni più abrasive della scena di Manchester. Dove altri gruppi raccontavano il disfacimento urbano attraverso rumore e alienazione, Reilly cercava un balsamo per la mente, una via alla contemplazione.
Quarantasei anni dopo quel debutto, Renascent è innanzitutto un piccolo miracolo artistico. La risposta alla domanda se quella chitarra fragile e irripetibile possa ancora costruire il suo spazio fuori dal tempo arriva da undici composizioni in cui lo strumento torna al centro assoluto e, in due episodi, Liars e Scammer, lascia spazio anche alla voce imperfetta di Reilly, a ricordarci che dietro quei panorami sospesi c’è ancora un uomo in carne e ossa. Il resto dell’organico ruota attorno a quel nucleo luminoso: i rintocchi della batteria di Bruce Mitchell e gli interventi vocali dell’ottima Caoilfhionn Rose in Agonistes e del più convenzionale Lucas Elliot in All They See Is Fire aggiungono profondità a un paesaggio già definito.
Renascent è intimo come il precedente A Paean To Wilson (2010), che però conservava una dimensione più corale e da band, e si riallaccia idealmente a quel magnifico autoritratto in note intitolato Vini Reilly (1989), uno dei momenti in cui il confine tra musicista e progetto sembrava definitivamente dissolversi. Sono però riferimenti laterali: il nuovo album non vive di confronto con il passato, ma della possibilità stessa di esistere qui e ora, catapultandoci nuovamente in quel mondo, nel suo mondo.
Negli ultimi anni i Durutti Column hanno conosciuto una nuova attenzione anche presso una generazione più giovane di ascoltatori. La riscoperta è passata persino dalle passerelle della moda e dall’interesse di Harry Styles, che ha citato Vini Reilly tra le influenze del suo ultimo album e lo ha voluto tra gli ospiti del proprio Meltdown Festival. Proprio all’interno della manifestazione è nato anche lo speciale tributo For Vini: A Tribute to The Durutti Column, che ha riportato sotto i riflettori un catalogo mai celebrato abbastanza, almeno nei momenti migliori di una discografia tanto vasta quanto diseguale.
Ma il valore di Renascent non sta nella celebrazione di un culto o nella semplice storia del sopravvissuto. Sta nel fatto che Vini Reilly, sostenuto da quei “friends everywhere” cui dedica uno degli episodi più affettuosi (e un poco consolatori) del disco, possiede ancora il tocco e la magia dei suoi momenti migliori: un linguaggio capace di attraversare il tempo senza perdere la propria luce.
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