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Nella copertina di Petal Ariana Grande sorride a occhi chiusi. Il bianco e nero, i capelli sciolti sul volto, l’aria finalmente libera. L’immagine è però ingannevole: quella felicità – e lo ritroveremo nei testi – ha il sapore di una recita. È possibile continuare a scrivere canzoni autentiche e offrire al pubblico le proprie ferite quando si è “praticamente sommersi dalle benedizioni”?

Ariana Grande con i cambi di prospettiva ci gioca da un po’: Yes, And?, il singolo che apriva il suo album precedente Eternal Sunshine, sotto le pose del Vogue e dell’house primi Novanta, raccontava la fine del matrimonio con Dalton Gomez. E quello stesso universo r’n’b all’incrocio tra anni Novanta e Duemila contaminato trap lo ritroviamo anche in questa ottava prova, che si smarca dal racconto di una separazione per affrontare temi legati ai sentimenti amorosi, ma filtrati dalla lente del peso della celebrità.

Se nell’arena pop c’è un The Weeknd e i suoi blockbuster retro-futuristici formato pop, c’è anche una voce di origini abruzzesi e siciliane che ha trovato un veicolo per esprimere sensualità e vulnerabilità senza uscire dal mainstream, ma anzi cavalcandone le produzioni con un registro autorevole e riconoscibilissimo. Andiamo direttamente al punto: il disco precedente verteva su una relazione finita e aveva i pezzi; Petal cambia prospettiva, ma non buca mai davvero. L’amore resta, sicuro, ma davanti al sentimento principe c’è la public persona di Ariana Grande, il peso della celebrità, le aspettative del pubblico, il dubbio che perfino il dolore possa diventare spettacolo. A maggior ragione dispiace che il suo disco più introspettivo e ambizioso finisca per affidare quasi tutto il proprio peso ai testi. La produzione, checché se ne dica, è tutt’altro che sperimentale.

Kiss Me fissa subito tono e attitudine. Intro new age, riverberi dreamy stratificati quasi shoegaze, vocalità r’n’b sospesa tra anni Novanta e Duemila. Quel falsetto leggerissimo, quasi sempre sussurrato, come forma di autodifesa. Le strofe, spezzate e cadenzate, ricordano il miglior Timbaland; il ritornello firmato da Max Martin è elegante, rifinito, inevitabile. Il brano però non c’è. Ed è un’impressione destinata a ripresentarsi.

La title track è l’eccezione che conferma la regola: i falsetti spiccano il volo sopra bassi pulsanti, mentre i continui passaggi tra melodia e fraseggio aggiungono dinamica. Il tema è il paradosso dell’artista costretta a trasformare i propri momenti peggiori in canzoni da cantare davanti a un pubblico in piedi ad applaudirla. «Tired of painting endless pictures of a life that isn’t mine» racchiude, di fatto, il messaggio di Petal, candidandosi a canzone migliore.

Hate That I Made You Love Me, singolo di punta, verte sugli stessi temi giocandosi la carta cinematografica: i field recording di grilli e di un uomo che scava fanno da introduzione a una base acquatica e al synth pop di marca Max Martin. Il collaboratore di lunga data Ilya Salmanzadeh cura la produzione generale di un singolo che non sfigura, ma si dimentica in fretta. A contare sarebbe il messaggio: Ariana rifiuta l’immagine che gli altri hanno costruito di lei, distingue la persona dalla popstar, prende le distanze dalle proiezioni altrui. Ma il ritornello resta volutamente trattenuto, la melodia accompagna il testo senza trascinarlo. Il messaggio arriva prima della canzone, che sa più di prodotto dell’industria che di abito da sartoria.

L’altro volto di Petal riguarda le relazioni. Stay recupera la lezione di Mariah Carey in una forma più dinamica e asciutta. Dopo anni trascorsi a raccontare soprattutto attrazione e desiderio, Ariana cerca fiducia. «Can you keep me safe this time?» è la domanda che tiene in piedi il brano e, in fondo, l’intero album. Poco dopo Oh Well cambia passo. Un arpeggiatore delicato introduce una pulsazione 2-step, mentre cori angelici e r’n’b contemporaneo sostengono uno dei pezzi più convincenti del lotto. Il ritornello, però, è una delusione.

Altrove siamo ancora a parlare delle intenzioni dell’autrice, che cambia il modo di usare immagini e linguaggio. In Like I Do un verso esplicito come «No one fucks you like I do» perde quasi ogni carica erotica e suona piuttosto come un’avvertenza, mentre «All that shit talk keeps me well-fed» sembra rispondere con sarcasmo alle continue ossessioni mediatiche intorno al suo corpo. Poco prima Big Feelings recupera il vocabolario r’n’b di Dangerous Woman, ma ne smussa gli angoli, depotenziandolo.

E cambiare prospettiva sonora non cambia le sorti del disco: Bad Thing (Bunny Hop) si segnala per quel pop rock in zona Olivia Rodrigo, mentre nella conclusiva Nowhere, Nobody il sipario cala dove prima era stato alzato, con il dream pop a fare da collante.

Ariana è una delle voci più riconoscibili del pop contemporaneo. La sua voce è una fragranza unica e ha pieno titolo in una lunga stirpe di star r’n’b, ma in Petal, che avrebbe finalmente qualcosa di nuovo da raccontare, fallisce proprio nel modo in cui sceglie di farlo. Il tema della celebrità non è certo rivoluzionario né espresso con chissà quale sagacia, ma va annoverato nella maturità dell’artista su temi che sono, finora, gli unici a cui può davvero aspirare. Quello che manca, lo ribadiamo, sono i pezzi. Le produzioni di Max Martin e Ilya Salmanzadeh restano saldamente dentro il perimetro dell’industry pop contemporanea. Raffinate, coerenti, impeccabili, immerse in quella teca ovattata che coincide con l’espressività dell’artista. E torniamo alla cover dell’album: Ariana sorride, è una donna finalmente libera, ha imparato a convivere con la propria maschera, ma non è riuscita a tradurla in un album all’altezza.

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