Recensioni

Fin dalle note dell’opener Mantra III c’è qualcosa di sinistro e conturbante nella musica dei mary in the junkyard. Clari Freeman-Taylor, frontwoman e chitarrista, canta la linea melodica in dormiveglia come farebbe Hope Sandoval seduta sulla sedia di un immaginario front porch. Le chitarre languono in sottofondo, agitate dalle bacchette jazzy di David Addison; Saya Barbaglia, alla viola, in un canovaccio aperto ha libertà d’azione: grappoli di note prima sommessi poi sempre più agitati. L’intreccio, onirico e rurale, è puro post rock riconducibile a un altro trio, i Dirty Three, una corda tesa su un invito minaccioso: “It is yours babe, you deserve it”, ma non siamo né a Los Angeles né in Australia.
Parliamo di una formazione londinese riconducibile, con i dovuti distinguo, al giro Windmill. Una seconda ondata rispetto ai vari ed eterogenei gruppi capostipiti, assieme a gente come Westside Cowboy e Man/Woman/Chainsaw, con una proposta che comunque nelle successive dieci tracce si rivelerà ugualmente arty ma senz’altro meno eccentrica e meno corale persino rispetto ai Black Country, New Road. All’attivo un solo EP (This Old House) prima di questo Role Model Hermit, debutto che sta già ottenendo l’attenzione che merita.
L’economia dell’album poggia su un baricentro mobile. In Crash Landing la sezione ritmica punta su bassi profondi e angolati e un drumming felpato per tassellare, in contrasto, un dream folk dalla solennità sospesa; New Muscles punta sempre sul groove e introduce il lato ironico del trio con il cantato infantile e fatato di Freeman-Taylor e un testo che racconta l’iscrizione in palestra del batterista David Addison. Blood, con il suo riff slintiano, va a parare da un’altra parte ancora ed è l’ideale aggancio per il lato indie rock di una scaletta in cui trovano spazio l’indolenza bedroom (Peter The Dog e Myrtle) e l’intimismo (Welcome Break).
C’è da dire che nei singoli il trio punta a un’appetibilità pop quando il resto del disco sa farne a meno, tra piglio arty e folk. L’acustica Candelabra e Mouse, con il parallelo possibile con Adrienne Lenker e i suoi Big Thief, sono due buoni esempi di questi altri mary in the junkyard: quelli che nell’ottima Thou Shalt Sprout giocano su un piano tribale e chamber folk per parlare di mitologia e folklore contadino, dando pieno sfoggio al lato creativo e immaginifico del progetto.
Lo stesso che ha ispirato la sopracitata Mouse, con la cavia da laboratorio che si intravede nella copertina, poggiata sulle spalle di una Clari Freeman-Taylor travestita da pescatore eremita: il protagonista di un racconto della frontwoman in cui lei era una pescatrice e il suo migliore amico proprio un piccolo roditore.
La storia dei mary in the junkyard viene da lontano, quando delle giovanissime Clari e Saya si scoprono complici suonando Ravel a un campo estivo; un’avventura proseguita in trio con un rocambolesco trasferimento a New York, dove hanno trovato uno spazio creativo grazie all’ospitalità di Marina Abramović e Todd Eckert. E anche la genesi di Role Model Hermit sembra avere un peso: ogni brano ha goduto del giusto tempo di maturazione, formando così un eterogeneo mosaico poggiato su una forma canzone attraversata da correnti post rock e art folk.
L’opera prima di una band che sta ancora esplorando le proprie possibilità ma che già lascia intravedere tutto il suo potenziale.
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