Recensioni

6.8

Il disco è stato presentato dal vivo, anche in Italia, e nelle numerose interviste Robert Plant ha chiarito come il passato con i Led Zeppelin sia ormai acqua passata, così come i grandi palchi. Con i Saving Grace sembra aver trovato la sua dimensione e, assieme a Suzi Dian – che idealmente prende il posto di Alison Krauss – pubblica un album omonimo di cover. Tra gli autori reinterpretati ci sono Memphis Minnie, Bob Mosley (Moby Grape), Blind Willie Johnson, Martha Scanlan, Sarah Siskind, ma anche i Low di Everybody’s Song dall’album The Great Destroyer (2005) e i Low Anthem di Ticket Taker da Oh My God, Charlie Darwin (2008).

A differenza di Raising Sand con Alison Krauss, qui la voce femminile svolge un ruolo di supporto e accompagnamento più che di duetto paritario. La formazione, nata nel 2019 come intima backing band del frontman, privilegia affiatamento, coralità e un approccio libero, intimo e sperimentale, lontano dalle orchestrazioni levigate dei lavori precedenti.

Il disco scorre con naturalezza tra atmosfere intime e momenti di leggerezza. “Non trovo ragioni per essere troppo serio su nulla”, dichiara Plant, ma non c’è ironia o sarcasmo in questa raccolta di brani scelti a cuore e a sentimento, in cui ogni pezzo è un omaggio sincero agli autori originali.

Il traditional As I Roved Out diventa un onirico desert rock, tra percussioni spazzolate e psichedelia rituale à la Woven Hand, anche grazie al contributo di Sam Amidon. Stesso trattamento polveroso e visionario troviamo in Everybody’s Song e nella conclusiva Gospel Plough, dove riecheggia l’anima di Dead Man di Neil Young. In Chevrolet di Joe McCoy e Memphis Minnie il filo rosso country blues riporta fino alla versione di When the Levee Breaks dei Led Zep (poi coverizzata con Krauss), mentre la ballad It’s a Beautiful Day Today di Bob Mosley offre delicatezza pastorale.

Le strade di Saving Grace conducono in un’America mitica e perduta, la certezza che c’è sempre una Route 66 all’orizzonte pronta ad accogliere chi desidera guidare fino a notte fonda, senza preoccuparsi di chi siamo e da dove veniamo. È il ritratto di Plant in leggerezza: non è più “l’unico lì davanti, a farsi strada in mezzo a un power trio”, ma il primo tra pari di un gruppo che, più che sorreggerlo, gli fa dimenticare il tempo che passa.

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