Recensioni

7.8

Ogni volta in cui Robert Plant pubblica un nuovo progetto discografico, e ci invita ad ascoltarlo e analizzarlo, ci mette a durissima prova. Al tempo stesso dobbiamo ricordarci chi è stato, un innovatore e un protagonista del rock, un cantante dalla voce inconfondibile, frontman di una band che ha contribuito davvero a scriverne la storia, e dimenticarcene per sfuggire alle solite categorie prestabilite e subito pronte per l’uso: con l’eccezione di No Quarter, il live del 1994 in cui rileggeva canzoni dei Led Zeppelin con l’ex sodale Jimmy Page, nessuno dei dischi solisti dell’artista britannico è rimasto comodamente ancorato ai fasti zeppeliniani. Dopo aver trascorso gli anni Ottanta a modellare un hard rock pregevole, per quanto spesso vittima di una strana ansia da prestazione, il signor Plant decise con Fate of Nations che da quel momento in poi sarebbe ripartito (quasi sempre) da zero, come un girovago dall’implacabile sete di sapere, contaminare, arricchire la propria tavolozza con colori presi in prestito da culture e contesti diversi (dal folk al bluegrass alle percussioni mediorientali).

Lullaby and… The Ceaseless Roar, lavoro numero dieci e primo per Nonesuch, non è un’eccezione alla regola ma anzi si rivela quanto di più vicino all’idea di disco “globale” che da tempo Plant stava accarezzando. Come fotografie contrapposte, scattate in vari angoli del mondo, motivi tradizionali vengono messi sottosopra al servizio di idee totalmente nuove (è il caso di Little Maggie) mentre i brani autografi, sempre firmati insieme all’intero ensemble che lo accompagna, spaziano come se niente fosse dalle atmosfere alla Lanois del singolo Rainbow – qualcosa a metà strada tra certi U2 e il Peter Gabriel di Digging In The Dirt, con un testo che incorpora la poesia Love Is Enough di William Morris – al country elettrificato di Poor Howard di derivazione Leadbelly passando per la byrdsiana Somebody There e le reminiscenze new wave filtrate in House of Love, in forte odore di Echo and the Bunnymen. A modo suo, Robert Plant si lancia anche in sottili autocitazioni: la strofa di Pocketful of Golden parte con “And if the sun refused to shine”, quasi come Thank You, e c’è qualcosa di Nobody’s Fault But Mine nel riarrangiamento della già citata Little Maggie. Nel gioiello Embrace Another Fall, stratificato ed etereo al punto da riportare al Bryan Ferry di Mamouna, torna la cantante gallese Julie Murphy con cui il Nostro cantò Life Begin Again nel 2003 per una collaborazione con gli Afro Celt Sound System, mentre House Of Love sembra il naturale seguito del brano con lo stesso titolo comparso nel 1998 in Walking Into Clarksdale (“When I think about it now…”). Nonostante le citazioni fatte scivolare, il tutto suona fresco e audace, anche grazie all’aiuto di professionisti come John Baggott al piano e alle tastiere (già collaboratore dei Portishead, di Beth Gibbons e Rustin Man in Out of Season e di Alison Moyet in Hometime), Liam “Skin” Tyson che negli anni ’90 era il chitarrista dei Cast e Justin Adams, musicista degli Invaders of the Heart di Jah Wobble e in studio con i Tinariwen – senza trascurare i lavori firmati JUJU con Juldeh Camara per la Real World.

È un disco in cui si può perdere, che può far innervosire i puristi ma anche incantare chiunque altro, questo Lullaby and… The Ceaseless Roar. È il risultato del lavoro meticoloso di un artista che non rinnega l’illustre passato (e perché mai dovrebbe?) ma che ha deciso di non vivere di nostalgia – e questo avviene proprio nell’anno in cui Jimmy Page ristampa, un po’ alla volta, gli LP storici dei Led Zeppelin con materiale raro e inedito, con una nuova rimasterizzazione digitale. La voce di Plant oggi ha un fascino diverso: è consumata, più educata e meno esuberante, le performance sono calibrate eppur sincere. I testi sono ricchi di immagini evocative, spesso poetici, a volte personali; ognuno degli Spaceshifters ha dato l’apporto alla scrittura dei nuovi brani, partendo da un’idea (un riff, una melodia al pianoforte) e sviluppandola in squadra. Ottimo il successo finora riscosso, anche in Italia – nazione che ha un rapporto particolare con l’ex ragazzo che debuttò con Our Song, cover in inglese del classico La musica è finita di Umberto Bindi e Franco Califano e portato al successo da Ornella Vanoni – dove Lullaby ha debuttato al n. 10 in classifica. Uno dei suoi album migliori, e uno dei più intriganti del 2014.

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