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8.5

Dopo una tetralogia di dischi quadrati nel loro poderoso incedere sonoro, allineati come i vagoni di un treno lanciato e senza soste, Houses Of The Holy cambia la percezione dei Led Zeppelin in molte delle sue componenti. Il titolo e la copertina innanzitutto. Come per il cosiddetto IV, sulla cover del quinto lavoro non compaiono né titolo né nome della band. Sebbene l’edizione americana risolva il mistero adornando la confezione con una fascetta di carta come si usa fare per i libri, le informazioni si ottenevano incuneandosi alla ricerca del vinile, la cui busta protettiva riportava titolo, testi e credits, così come facevano le etichette incollate sul vinile per quanto riguarda titoli e nome della band.

Dopo la progressione di numeri romani che determina i primi tre album, ecco dunque per la prima volta un titolo composto da quattro parole. E una copertina, fatto salvo il timido tentativo di III, dai colori accesi. Priva di qualsivoglia segno grafico, la confezione fu commissionata alla famosa Hipgnosis di Storm Thorgerson, agenzia alla quale si deve la iconografica cover di The Dark Side Of The Moon dei Pink Floyd uscito una manciata di giorni prima. A seguire una prima proposta scartata di Torgherson, è Aubrey Powell a fare centro, con una serie di foto scattate al Giant’s Causeway, in prossimità della costa dell’Irlanda del Nord. Sulle straordinarie strutture basaltiche ottagonali di natura vulcanica, il fotografo fa arrampicare un paio di bambini nudi, i fratelli Stefan e Samantha Gates (una leggenda metropolitana azzardava che lei fosse Samantha Fox), che moltiplicati per fotomontaggio fino a diventare undici, grazie a uno sfondo virato su toni fosforescenti in modo del tutto accidentale durante lo sviluppo delle pellicole, assumono contorni alieni. All’interno, per confermare l’aura enigmatica, sotto le mura di un castello diroccato (il Dunluce Castle) un uomo solleva uno dei bambini verso un astro luminoso che balugina oltre l’imperiosa barriera di pietre del maniero (una benedizione?, un sacrificio?). Qualcosa che si pone tra le fascinazioni esoteriche tendenti al dark profondo di Jimmy Page e i super-bambini del romanzo di Arthur C. Clarke del 1953 Childhood’ Ends (in italiano Le guide del tramonto) che ebbe influenza su molte band rock del periodo.

A una presentazione fuori dal consueto, seguiva il disco che più di ogni altro – nella fase ascendente della parabola della band – i fan, ma la stampa non fu da meno, accolsero in modo controverso. Merito, o colpa, di alcune canzoni ree agli occhi di molti di essere troppo leggere, quasi festaiole, di titoli fuorvianti come Dancing Days, di un periodo nel quale la band pareva uscire dal cono d’ombra del black magic affibbiatole dal gossip per effetto degli interessi esoterici di Page per assumere una connotazione giudicata troppo solare. D’yer Mak’er lo è pienamente: un brano fortemente influenzato dal reggae quando la musica jamaicana era ancora una cenerentola e Bob Marley si faceva notare ma era lontano da imporre la sua figura in modo defintivo. Ciononostante Jimmy Page e Robert Plant ne erano aperti ammiratori, e quando andavano in vacanza insieme non disdegnavano di ascoltare la sua musica per mezzo di cassette e registratore. Eric Clapton, con I Shot The Sheriff, sarebbe arrivato un anno dopo, dunque si può affermare che D’yer Mak’er, col suo titolo dal gioco di parole astruso (che deriva dalla battuta: “Mia moglie è andata nelle Indie Occidentali”, “Giamaica?”, “No, è andata da sola”), con Page che si presta a giochicchiare, e il solo Bonham che tira bordate senza curarsi del clima da ricreazione, potrebbe essere la prima vera incursione bianca nel mondo del reggae.

Dopo anni di concerti sempre impegnativi, arrivati alle 3 ore di media di durata, dopo dischi sempre più intransigenti nell’approccio sonoro, per gli Zeppelin era giunto il momento di un orientamento meno rigoroso. «A quel punto – ha dichiarato Robert Plant – l’intera cosa aveva assunto un aspetto completamente diverso. La sensazione di libertà che dava era tremenda, una cosa così importante».

Per registrare il nuovo album, nell’aprile del 1972 la band aveva noleggiato lo studio mobile dei Rolling Stones e la casa di campagna di Mick Jagger, a Stargroves, nell’Hampshire, per poi continuare a registrare agli Olympic Studios di Londra e infine all’Electric Lady di New York. Nel frattempo, continuava la estenuante marcia di conquista del mondo, aggredendo per la prima volta dal vivo Australia e Nuova Zelanda, per quattro settimane che li avrebbero visti come headliner in arene da 25.000 posti come il Western Spring Stadium di Auckland e lo Showground Stadium di Sydney. Prima dell’uscita del disco programmata inizialmente per agosto 1972, e poi slittata per i problemi con la copertina e il mixaggio, gli Zeppelin fecero in tempo a finire un secondo tour giapponese e 25 date nel Regno Unito, tra dicembre e febbraio, che il destino avrebbe stabilito fossero le ultime nella loro terra natale. Page, Plant, Jones e Bonham erano all’apice, la rock band più ricercata al mondo dai promoter, e Peter Grant – il corpulento manager disposto a tutto – dichiarava con soddisfazione che nelle loro tasche sarebbero finiti «oltre trenta milioni di dollari solo quest’anno».

In quello stato di febbrile frenesia e trionfo totali, idolatrati dai fan e coccolati dai cassieri del rock, è ampiamente comprensibile come i quattro musicisti avessero preso in considerazione di rigenerare lo spirito in oasi sonore come D’yer Mak’er, o The Crunge, altra escursione tra il serio e il faceto in un territorio musicale ai loro antipodi come il funk, con Plant che cita Otis Redding (Mr. Pitiful) e nella parte finale della canzone fa la parodia di James Brown, quando in attesa di un “bridge” che non arriva chiede se qualcuno l’ha visto (Brown dal vivo invitava un musicista o la intera band a proseguire a quel modo fino al “bridge”: “take it to the bridge”).

Ma lo sconfinare in altri generi, come abbiamo visto anche allegramente, facendo di Houses Of The Holy uno degli album più aperti a influenze impreviste e alla vogliosa necessità di cavalcare molteplici linguaggi sonori, coinvolge gli episodi considerati più seri, incondizionatamente accettati da chi aveva disprezzato, o ancora lo fa, i brani già citati. The Rain Song, nella durata, nello svolgimento, nell’uso massivo del mellotron che ne è il vero protagonista insieme a John Paul Jones, esonda abbondantemente nel progressive rock dei suoi giorni migliori, proprio quelli. Non è da meno, per intensità della palette espressiva, per afflato e molteplici sfaccettature,  per l’abbondare delle tastiere e il generoso dilungarsi, No Quarter, che rispetto a The Rain Song, aggiunge l’incisività del riff e le frustate dei soli di Page. Brani classici, possiamo definirli oggi, dalle sferzate chitarristiche che entrano in testa come pensieri sconci, dalla possanza ritmica di batteria e basso schiacciante, dalla vocalità incontenibile: come ancora The Song Remains The Same; Dancing Days che abbina per contrasto alla solarità hippie del testo uno degli incisi di chitarra tra i più brucianti di Page (e fu il primo brano a essere trasmesso dalle radio in anteprima sull’album); Over The Hills And Far Away, brillante dell’azzardo di acustico ed elettrico che viaggiano sfiorandosi senza fondersi mai; The Ocean. Brani che hanno le stimmate della liturgia zeppeliniana, dunque destinati all’accettazione immediata da parte di chi cercava e voleva segnali di inconfutabile continuità col passato.

Alla pubblicazione di Houses Of The Holy, il 28 marzo 1973, fece seguito un tour monumentale, un successo planetario che non ebbe pari con quello di nessun altro. La campagna di conquista degli Stati Uniti che si protrasse da costa a costa, definito come il tour di maggior successo del decennio, culminò nelle tre date del 27-28-29 luglio 1973 al Madison Square Garden di New York, registrate per realizzare film e relativo disco di The Song Remains The Same, pubblicato il 28 settembre 1976 dalla Swan Song, la neonata label personale dei Led Zeppelin. Un doppio album e documentario/film interpolato da sequenze dedicate a ognuno dei membri della band che inscenava proprie personali fantasie, e dei quali The Rain Song, la canzone che intitola il lavoro, e No Quarter sono episodi importanti. Ma anche Over The Hills And Far Away e Dancing Days furono altrettanto centrali in quei concerti; meno The Ocean e The Crunge, finita per essere inglobata nella vasta e sempre più magmatica interpretazione di Dazed And Confused. D’yer Mak’er, invece, come portasse il marchio dell’infamia cucitole addosso dalla frangia dei fan più intransigenti, dal vivo non è mai stata eseguita nella sua interezza. In compenso ha visto la luce come singolo (sul lato B c’è The Crunge, ma esiste una versione olandese con Gallows Pole sul retro) arrivando fino al n° 20 della classifica di Billboard; e benché Plant ne fosse entusiasta e spingesse per la stessa soluzione in patria, non se ne fece niente solo per mantenere fede alla tradizione zeppeliniana di non pubblicare singoli nel Regno Unito.

Per riconoscere definitivo valore a Houses Of The Holy, ciò che obiettivamente gli spetta al di là di prese di posizione uterine, vale la pena considerare anche la bontà delle outtakes, tre canzoni che finirono per essere inserite in Physical Graffiti. The Rover, Black Country Woman e Houses Of The Holy sono frutto delle registrazioni a Stargroves; lo stesso vale per Walter’s Walk, che fu inserita su Coda, album postumo del 1982 che raccoglie poco più di mezzora di musica, pubblicato – parole di Jimmy Page – solo per contrastare il lavoro dei bootleger.

Anche le versioni “alternative” del secondo disco della Super Deluxe Edition del 2014, spesso solo l’ennesimo tentativo di spillare soldi dalle tasche dei fan in cambio di poche briciole, offrono una prospettiva interessante: The Song Remains The Same (Guitar Overdub Reference Mix), The Rain Song (Mix Minus Piano), Over The Hills And Far Away (Guita Mix Backing Track), Dancing Days (Rough Mix With Vocals), sono nuovi giochi che valgono la candela.

Avendo ancora nelle orecchie le note finali di Stairway To Heaven, per il nuovo disco degli Zeppelin in tutti si aspettavano una logica progressione in avanti a partire da lì. Non è andata così: i quattro ragazzi non erano così prevedibili. Houses Of The Holy è riuscito peggio di quanto si aspettassero media e fan? Meglio? La risposta è condensata nelle parole di Robert Plant: «Eravamo musicisti bucanieri, pronti a provare qualsiasi cosa. Houses Of The Holy fu il risultato».

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