Recensioni

7.2

Com’è che diceva quel tormentone sanremese? Checché se ne pensi, i Pinguini Tattici Nucleari dicevano bene: in un mondo di John e di Paul (e di George, che diamine), essere Ringo Starr ha una sua importanza. Non solo essere il tassello finale di un’alchimia perfetta e irripetibile, ma anche quel saper scivolare impassibile e ineffabile lungo le cose, anche le più grandi, rimanendo nient’altro che se stessi, nella consapevolezza magari di non essere proprio i migliori (con la simpatica sfacciataggine di potersi permettere di cantare I’m The Greatest).

Chiunque abbia un minimo di familiarità con la storia e la discografia dei Beatles, sa bene che questo album viene da molto, molto lontano. Dai tempi di Beatles For Sale – il disco “americano” – e la cover di Act Naturally di Buck Owens, il buon Ringo non ha mai nascosto il suo debole per il country, genere che frequentava sin da ragazzo grazie a dischi che arrivavano a Liverpool dall’altra parte dell’Atlantico. Da What Goes On a Don’t Pass Me By, il suo peculiare registro vocale – un baritono goffo e nasale, ma caldo e melodico al contempo – è sempre stato adatto alla malinconia innata del genere, al punto che nel 1970, a band ormai sciolta, non appena si presentò l’occasione non ci pensò due volte e andò a registrare a Nashville il suo – ottimo e misconosciuto – secondo LP da solista, Beaucoups Of Blues, inciso in tre giorni con un cast di strumentisti stellari guidati dal chitarrista lap steel Pete Drake (conosciuto durante le sedute di All Things Must Pass).

Cinquantacinque anni e molti altri dischi dopo (onestamente non tutti così riusciti, eccetto l’eponimo Ringo del 1973 e altre cose sparse e collaterali), Look Up riannoda proprio quei fili, portando il sig. Richard Starkey di nuovo nel cuore dell’America più tradizionale, stavolta alla corte di T-Bone Burnett. Che prima ancora di essere il musicista e produttore eccelso che è (ricordiamo: si fece le ossa con Dylan nella Rolling Thunder Revue, ha trovato il suono dei Los Lobos, ha marchiato quella meraviglia che è King Of America di Elvis Costello – tra le cose più importanti in una miriade) è stato, come tantissimi altri, uno di quelli a cui la visione dell’Ed Sullivan Show nel 1964 ha cambiato per sempre la vita.

Presentatasi finalmente l’occasione di ricambiare il favore, il chitarrista texano ha imbastito per quel batterista visto in tv sessant’anni prima un’operazione coi fiocchi, come già fatto in passato per Roy Orbison e Robert Plant: ha scritto e arrangiato undici canzoni alla sua maniera, ovvero con una visione precisa e ben distinta, senza cedere a facili nostalgie o omaggi posticci (difetto che aggrava quasi tutti gli episodi della discografia del Nostro, soprattutto con l’avanzare degli anni), rimanendo nei confini classici del genere (le ballate Time On My Hands, Come Back e I Live For Your Love, sdolcinate e accorate come richiesto dal canone country) e, al contempo, esplorando paesaggi sonori il più possibile moderni quando non al limite dell’alt (si ascoltino le distorsioni in Rosetta, roba da far gola a Jack White, o i rumorismi Wilco sullo sfondo della coda di Breathless).

Coerente e funzionale, dunque, la scelta di attingere per gli immancabili feat. a nuove, eccellenti leve del country anziché a nomi storici (o ai soliti “friends” da cui farsi dare un piccolo aiuto): dalle ottime chitarre – e voci – dei talenti bluegrass Billy Strings e Molly Tuttle ai contributi vocali di Lucius e Larkin Poe, fino a quell’Alison Krauss nota ai più per aver firmato, insieme alla voce dei Led Zeppelin, il pluri-acclamato Raising Sand del 2007) tutti gli ospiti sono chiamati a condividere il palco e a impreziosire le canzoni, senza mai togliere la scena al protagonista.

Che, dal canto suo, ricambia con interpretazioni accorate ed entusiaste che non nascondono i limiti del suo strumento vocale (a 84 anni un po’ di autotune, usato con parsimonia, si arriva persino a tollerare) ma sono comunque in linea con il suo eterno personaggio; così come lo sono le canzoni, per una volta scritte con gusto, misura e credibilità, ovvero senza indulgere di continuo nel peace and love o in altre senilità, salvo forse la conclusiva Thankful o il rock solare in odore di Tom Petty della title track, in cui viene fuori l’inguaribile ottimista (“looking for another day / good things are gonna come your way”), ma quando il tutto è servito da una bella melodia come in String Theory si soprassiede volentieri. Certo, Ringo non può fare a meno di essere Ringo, prendere o lasciare: ed è quindi inevitabile lasciarsi cullare dalla nostalgia del rockabilly alla Carl Perkins di Never Let Me Go e dello shuffle anni Cinquanta di You Want Some (che avresti visto bene in uno dei suoi vecchi album, magari insieme a Lennon o Harry Nilsson) o non sorridere di fronte al caracollare di I Can Feel You (non chiedeteci perché, ma nella sua ineffabile “ringotudine” ci ha fatto pensare più a Living In Hope dei Rutles che a Don’t Pass Me By).

In cambio di un abito cucitogli addosso con così tanto amore e rispetto, Burnett (questo, forse, il suo merito più grande) ha infine chiesto e ottenuto da Ringo la cosa migliore che potesse fare: suonare la batteria, e suonarla esattamente nel suo stile unico e inconfondibile. Dal suo tipico swing allo schiocco “a frusta” del rullante, fino agli immancabili e caratteristici fill, sempre diversi e sempre inseriti con gusto (a volte andando, volutamente, oltre i confini della battuta), gli elementi costitutivi del suo drumming (ben messi in evidenza da un recente libro di Antonio Bacciocchi sull’argomento) sono tutti qui, in primo piano (incluso il groove latino di I Feel Fine, accennato alla fine di Breathless), ancora una volta – come sempre – al servizio della canzone, colorando dove necessario e lavorando di sottrazione. Un piccolo miracolo, se consideriamo quanto ingiustamente il contributo strumentale di Starr sia stato sottovalutato quando non vilipeso (almeno, nella vulgata) e quanto poco, negli anni solisti, sia stato da lui stesso e dai suoi produttori sfruttato e messo in evidenza.

A fronte di una discografia raramente presa sul serio (insieme al suo autore), Look Up è il colpo di coda che non ti aspetti: forse il modo più bello, e giusto, di chiudere un’avventura irripetibile.

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